L’«intifada» dei grillini. Il boicottaggio di Israele arriva anche a Roma

 GERUSALEMME — Delle 200 mila bottiglie che le vigne di Psagot producono ogni anno solo 16 mila vengono esportate in Europa. Così le minacce di boicottaggio non impensieriscono il proprietario Yakov Burg, anche perché la decisione di coltivare Merlot, Syrah, Chardonnay in una colonia sulle colline della Cisgiordania è per lui ideologica, quelle terre devono appartenere agli israeliani.
Più preoccupati sembrano i manager della Mekorot, la principale azienda idrica del Paese e la quinta al mondo, che il 2 dicembre dell’anno scorso hanno firmato un memorandum di intesa con la romana Acea, un accordo per sviluppare «lo scambio di esperienze e competenze nel trattamento delle acque reflue, nella ricerca di soluzioni comuni per una gestione innovativa e sempre più efficiente delle reti di distribuzione di acqua potabile». Alla cerimonia erano presenti i due primi ministri Enrico Letta e Benjamin Netanyahu in visita in Italia.
I dirigenti della Mekorot — di proprietà pubblica e creata dai pionieri ebrei nel 1937, ancora prima della fondazione dello Stato — temono che la cooperazione e gli investimenti possano venire annullati come è successo in Olanda, dove la società Vitens ha deciso di tagliare i rapporti dopo essersi consultata con il ministero degli Esteri e gli azionisti: «Diamo estrema importanza al rispetto delle leggi internazionali, non possiamo continuare a sviluppare i progetti comuni». Il comunicato non menziona in modo esplicito quella che sarebbe la ragione: la presenza di Mekorot nei territori palestinesi.
In Italia i grillini hanno criticato l’accordo con l’Acea prima in consiglio a Roma (il comune controlla il 51 per cento del gruppo) e verso la metà di gennaio alla Camera. «A seguito delle politiche israeliane di gestione dell’acqua — accusa l’interrogazione parlamentare — i palestinesi che vivono in Cisgiordania possono disporre di meno di 60 litri al giorno (rispetto ai 100 litri minimi secondo gli standard internazionali), mentre i coloni dispongono di almeno 300; la Mekorot è attivamente impegnata nel mantenimento dell’occupazione».
La denuncia del Movimento 5 Stelle è considerata «assurda» da Yigal Palmor, portavoce del ministero degli Esteri israeliano: «Giordani e palestinesi cooperano con Mekorot. Se sta bene a loro, perché non deve funzionare per gli stranieri. I progetti comuni sono sostenuti dalla Banca Mondiale e la nostra azienda ogni anno fornisce alla Cisgiordania più acqua di quella prevista dagli accordi con l’Autorità di Ramallah: con le nostre tecnologie avanzate e i sistemi di desalinizzazione possiamo permettercelo».
La questione italiana emerge nelle settimane in cui il movimento Bds (Boicottaggio Disinvestimento Sanzioni) sta impensierendo il governo di Netanyahu. La solidarietà dell’attrice Scarlett Johansson ha estasiato gli israeliani ma ha contribuito a dare notorietà globale alla campagna ostile: l’attrice ha scelto di rinunciare all’incarico di ambasciatrice per Oxfam, dopo che l’organizzazione umanitaria aveva criticato la scelta di diventare il volto della SodaStream, società con fabbrica negli insediamenti.
Ieri Netanyahu ha convocato una riunione d’urgenza per studiare le contromosse e per la prima volta sembra dare ascolto agli avvertimenti di Yair Lapid, il ministro delle Finanze. Che ha preparato un dossier — per ora non reso pubblico — sui danni economici di possibili ritorsioni internazionali. Lapid rappresenta l’ala moderata nel governo ed è convinto che il fallimento dei negoziati di pace con i palestinesi porterebbe alla reazione dei Paesi europei. Calcola che le esportazioni verrebbero colpite per 20 miliardi di shekel (oltre 4 miliardi di euro), il Prodotto interno lordo perderebbe 11 miliardi l’anno (quasi 2 miliardi e 300 milioni di euro), salterebbero 9.800 posti di lavoro.
È il rischio di quella che Thomas Friedman sul New York Times definisce una «terza intifada» guidata da Bruxelles e che è stata ufficializzata con il documento pubblicato lo scorso giugno dall’Unione Europea. Indica le linee guida da seguire nei rapporti con Israele, fissa le regole per prestiti o finanziamenti da parte della Commissione. E per la prima volta prescrive che ogni intesa venga accompagnata da una clausola: quei soldi non possono finire a università, società, istituzioni al di là della Linea Verde, «perché — precisa — gli insediamenti in Cisgiordania o a Gerusalemme Est non fanno parte dello Stato d’Israele».
Poche settimane fa Pggm (un fondo pensione olandese) ha liquidato le sue partecipazioni in cinque banche israeliane per il «loro coinvolgimento nel finanziamento degli insediamenti». La stessa decisione è stata presa dal Fondo petrolifero della Norvegia (valore 810 miliardi di dollari, gestito dalla Banca centrale) che ha escluso due società perché coinvolte in costruzioni nelle colonie. La Romania ha proibito ai suoi cittadini di lavorare nelle imprese edilizie attive in Cisgiordania.
Così il pericolo di un boicottaggio spaventa i manager e gli uomini di affari locali, tra loro il capo di Google Israele, che hanno firmato e diffuso sui giornali un appello al governo. Si rendono conto che i grandi gruppi finanziari non stanno aspettando la burocrazia europea.
Davide Frattini


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