Landini: “No alla violenza ma questa non è democrazia c’è una deriva autoritaria”

ROMA — Maurizio Landini, segretario generale della Fiom, parla di «deriva autoritaria della Cgil». Ha appena inviato a Susanna Camusso l’ultima lettera, dai toni aspri, di un lungo carteggio per provare a fissare un incontro, che invece non ci sarà, per discutere del contestato accordo sulla rappresentanza sindacale. È un muro contro muro senza precedenti. La Fiom da una parte, il resto della Cgil dall’altra.
Landini, ma cosa sta succedendo nella Cgil? Ora si arriva addirittura alle mani durante una riunione tra dirigenti. Perché?
«Premesso che qualsiasi forma di violenza non appartiene né alla cultura né alla storia della Fiom, penso che siamo dentro una evidente crisi democratica della Cgil. Bisogna uscire da questa idea di una gestione autoritaria dell’organizzazione. La Cgil, come ha sempre fatto nella sua storia, deve affrontare senza nascondersi la questione del dissenso, e come questo abbia diritto a manifestarsi all’interno del sindacato. Ciascuno deve poter esprimere il proprio punto di vista e i lavoratori il diritto di dire la loro sugli accordi che li riguardano direttamente. Bisogna farlo in maniera trasparente perché la democrazia è l’unico sistema che consente di contare le teste senza romperle».
A Milano si è scatenata una rissa con contusi e esposti alla magistratura. Il rischio è che prima o poi qualche testa si rompa.
«Bisogna dirla tutta: a Milano è stata promossa una iniziativa dalla confederazione e dalle altre categorie con un vizio d’origine, cioè l’esclusione della Fiom».
Lo hanno fatto — almeno così hanno spiegato — perché sarebbe stato «irrispettoso» nei vostri confronti, unici ad essere contrari all’intesa sulla rappresentanza firmata con la Confindustria, perché l’obiettivo dell’iniziativa era quello di estendere l’accordo a tutti i settori. Non è una giustificazione sufficiente?
«A parte il fatto che in Cgil è ancora aperta la discussione sulla validità di quell’accordo, vorrei far notare che la controparte della Fiom non è solo la Confindustria: c’è la Confapi, gli artigiani, le cooperative. È davvero la prima volta che accade un fatto del genere. Non si possono escludere le categorie da una iniziativa in base a quello che pensano. Questo è fuori dalla storia della Cgil».
Lei, insomma, dà ragione a Giorgio Cremaschi?
«Vorrei intanto dire che Cremaschi non è più un dirigente della Fiom, è iscritto ai pensionati. È però un dirigente nazionale della Cgil, membro del Comitato direttivo. In più è il primo firmatario del documento congressuale alternativo. Dunque trovo non comprensibile che a un dirigente nazionale venga impedito di parlare».
La Camusso ha detto che Cremaschi non aveva alcuna intenzione di ascoltare gli altri. E che aveva come obiettivo quello di apparire in televisione.
«Credo, tanto più che la Camusso era presente, che l’abc della democrazia sia quello di consentire a tutti di esprimersi. Questo non vuol dire che giustifico eventuali strumentalizzazioni o atti di violenza. Io e la Fiom lì non c’eravamo ».
Lo scontro è scoppiato a causa dell’accordo sulla rappresentanza. La Camusso ha annunciato che proporrà al direttivo di consultare gli iscritti alla Cgil. Non è questo ciò che chiedeva la Fiom? Perché continua la polemica?
«Da quel che si capisce si profila questa situazione: si svolgeranno le assemblee unitarie Cgil, Cisl e Uil nei luoghi di lavoro. In questi casi è previsto che illustri l’accordo un delegato per le tre sigle. Ma non è prevista l’illustrazione delle ragioni contrarie. Poi a votare saranno solo gli iscritti della Cgil. Perché, allora, le assemblee unitarie? E poi: perché su un accordo che riguarda essenzialmente noi metalmeccanici devono votare i pensionati, i dipendenti pubblici, quelli della scuola e del commercio? Questa non è democrazia».


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