Saccomanni: il tetto del 3% va rispettato Oppure il debito tornerà a salire

ROMA — Le interviste di fine mandato sono sempre le migliori, quelle in cui finalmente ci si leva il sassolino dalla scarpa, metafora abusata ma che rende sempre l’idea. E Fabrizio Saccomanni — pur fedele all’aplomb Banca d’Italia, dove ha lavorato per 45 anni — rispetta la regola.
Che titolo darebbe al passaggio di consegne tra Enrico Letta e Matteo Renzi, gli chiede Maria Latella su Sky . «C’è stata una scelta del Paese — risponde il ministro dell’Economia uscente — che ha chiesto di accelerare il passo. Io capisco l’esigenza di vedere dei risultati, capisco meno il non voler leggere che alcuni di quei risultati ci sono già stati, sono stati conseguiti proprio per l’azione del governo». E poi, con le tabelle che vanno in sovrimpressione, ricorda che «quando abbiamo preso tra virgolette il potere» l’economia calava del 2% mentre adesso cresce dello 0,1%, «poco ma comunque significativo», che lo spread è sceso insieme ai tassi di interesse, che pure le agenzie di rating hanno smesso di bastonare a colpi di downgrading (declassamento). Una difesa di quanto fatto finora, nonostante tutto. Con un avvertimento per chi verrà: «Si può cercare di accelerare ma attenti: quando si cambia il passo il primo effetto è che ci si ferma pensando a quale passo bisogna fare». Non è l’unico sassolino, neanche tanto «ino», che Saccomanni mostra a favor di telecamera.
Il tetto 3% per il deficit che Renzi vorrebbe aggiungere alla sua lista dei rottamati? «È una polemica sterile. Se noi sfondiamo quel limite, il debito pubblico tornerà a crescere e l’Italia ha un debito già alto». La modifica del fiscal compact , le severissime regole di bilancio fissate dall’Unione Europea? «La situazione di partenza non è molto incoraggiante: nessun Paese lo ha chiesto e l’Italia l’ha messo in Costituzione». La burocrazia che paralizza l’azione di governo e anche la sua? «È una sacrosanta balla. La burocrazia è un corpo di persone ordinate, che si occupa della finanza pubblica e dell’attuazione dei provvedimenti. La burocrazia la conosco, non mi mettono il freno senza che me ne accorga».
Anzi, secondo Saccomanni che qui si scalda pure un po’, il problema va rovesciato: «In una situazione di incertezza politica la qualità del processo legislativo è deteriorata in maniera gravissima. Si producono leggi in cui si fanno promesse e non si dice come le promesse debbano essere mantenute». Critica che si presta a una doppia lettura: non solo alle leggi fatte o proposte dal suo governo ma anche a quelle che arriveranno con la squadra di Renzi e di cui già si legge sui giornali. E che lo porta, qui si scalda di nuovo, a raccontare la solitudine del ministro dell’Economia: «Io non sono un ministro politico, non vado ai comizi, ai convegni, alle cose di partito. Io sono stato al ministero 14 ore al giorno».
Mentre uno dei nodi che Renzi deve sciogliere è proprio il profilo del suo successore, Saccomanni avverte: «Questo è il ministero del “no” e per questo i politici non vogliono farlo. L’ultimo ministro politico è stato Emilio Colombo, negli anni Sessanta, poi non ce ne sono stati più». E che il ruolo di uomo del «no» gli sia anche pesato, lo si capisce dagli ultimi due sassolini che Saccomanni finalmente si sfila via, questi con un destinatario preciso. Il primo è per il ministro dell’Istruzione Maria Chiara Carrozza, che gli attribuì la responsabilità del pasticcio sugli stipendi dei professori: «Un atto che francamente ho trovato non giusto». Il secondo, più grandicello, è per il presidente di Confindustria Giorgio Squinzi, che aveva criticato il governo nello stesso giorno in cui stringeva la mano di Renzi, quasi una fotografia del passaggio di consegne arrivato pochi giorni dopo: «Ho provato un profondo disappunto e gliel’ho detto. Confindustria è un sindacato, ha tutto il diritto di chiedere ma dovrebbe anche dire cosa può fare il mondo delle imprese per superare gli squilibri italiani». Quasi un consiglio per l’agenda del prossimo ministro del «no».
Lorenzo Salvia


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