Quei 145 magistrati bocciati perché pigri o poco capaci

Quei 145 magistrati bocciati perché pigri o poco capaci

Centoquarantacinque magistrati italiani non hanno superato le «valutazioni di professionalità» da quando nel 2008 per legge è stato introdotto a cadenza quadriennale questo strumento di controllo in seno al Csm, fondamentale per le progressioni in carriera su sette gradini: l’immagine di una corporazione usa ad autoassolversi, e nella quale una volta superato un concorso basterebbe solo invecchiare per fare carriera, scolora dunque in vecchia polaroid ingiallita se messa a confronto con questo dato inedito, che insieme all’altro di diverso ambito ma più noto (116 magistrati condannati in sede disciplinare fra l’1 settembre 2010 e l’1 gennaio 2013) segnala una inversione di tendenza evidente. E ancor più sensibile, nel caso delle bocciature di professionalità, se si pensa che nei primi due anni il nuovo meccanismo delle valutazioni (i dati statistici, i provvedimenti a campione, i pareri dei capi degli uffici, il passaggio dai Consigli giudiziari locali, e infine il vaglio del Csm) ha dovuto mettersi in moto.
Incorre in un giudizio «non positivo» il magistrato che, restando positivi i tre prerequisiti della indipendenza, dell’imparzialità e dell’equilibrio, sia però carente secondo il Csm in uno o più degli altri quattro parametri, e cioè capacità, laboriosità, diligenza e impegno: dopo un anno il Csm farà una nuova rivalutazione su un nuovo parere, ma intanto il magistrato avrà perso un anno e sarà penalizzato nelle progressioni in carriera perché finirà in coda quantomeno a tutti quelli del suo stesso concorso. Il giudizio «negativo» scatta invece o quando è compromesso uno dei tre cardini di indipendenza, imparzialità ed equilibrio, oppure quando sono gravemente carenti due o più degli altri quattro parametri di capacità, laboriosità, diligenza e impegno: in questi casi devono passare due anni per essere rivalutati, si può essere obbligati a fare corsi di riqualificazione, si può essere cambiati di funzione, e se non si supera la seconda rivalutazione si viene allontanati dal servizio.
Il 2008 ha prodotto 10 valutazioni non positive e 4 negative su 900 totali, nel 2009 le 1.197 valutazioni hanno dato luogo a 5 non positive e 6 negative, il 2010 ha visto 22 non positive e 5 negative su 1.638 valutazioni, che nel 2011 sono salite a 2.026 con 20 non positive e 2 negative; nel 2012 su 1.642 magistrati esaminati i non positivi sono stati 31 e i negativi 6, mentre il 2013 si è concluso con 26 non positivi e 8 negativi su 2.132 valutati. In totale, dunque, quasi tutti i magistrati italiani sono stati interessati da almeno una valutazione quadriennale di professionalità, e su 9.535 di esse quelle concluse con un giudizio non positivo o negativo sono state 145, più già altre 2 nell’inizio 2014: fa l’1,5% di stop professionali, percentuale multipla dei prefissi telefonici da zero virgola che ancora contraddistinguono categoria che pure hanno un governo professionale autonomo come gli avvocati o i giornalisti.
Se mai, dove la magistratura sembra ancora poter migliorare e affinare la propria autoregolamentazione professionale è sul lato qualitativo, posto che, come ha constatato la consigliere Csm Giovanna Di Rosa che ha elaborato e offerto questi dati inediti a un seminario della corrente di Unicost, nella stragrande maggioranza delle bocciature la ragione è una sola: ritardi nel deposito di qualche provvedimento, spesso lo stesso ritardo magari già al centro di un processo disciplinare. E qui si aprono due questioni. La prima è che, se ormai le toghe hanno l’angoscia di finire nei guai per il ritardo nel deposito dei provvedimenti, è evidente che a fare un buon magistrato non basta soltanto il rispetto della tempistica, anzi proprio perfetti aziendalisti con le carte «tutte a posto» possono nascondere altre gravi lacune o pesanti difetti. La seconda è che, per fare emergere questi tarli nei pareri ufficiali stesi dai capi degli uffici, dove troppo spesso ogni magistrato pare Triboniano, diventa cruciale la serietà (anche spietata) delle segnalazioni di criticità talvolta invece ancora accomodate dal quieto vivere del cane non mangia cane.
E qui si stanno materializzando, dentro la magistratura, due dialettiche. Una è tra chi pensa che una assoluzione sul piano disciplinare possa comunque segnalare un deficit professionale nel magistrato, e chi invece pensa che il giudicato disciplinare debba esaurire tutto. L’altra è tra chi è favorevole a che, alla vigilia di una valutazione quadriennale, i giudici esprimano formalmente una pagella dei pm in udienza e viceversa, e magari per gli uni e per gli altri possano addirittura arrivare indicazioni dagli avvocati del foro; e chi invece teme che istituzionalizzare queste valutazioni incrociate esterne possa minare l’indipendenza della funzione giudiziaria, e rimarca che di fronte a fatti specifici già oggi nulla impedisce a un giudice di fare rapporto se il pm si comporta male o è impreparato e viceversa, così come già oggi possono fare altrettanto gli avvocati tramite i loro rappresentanti nei Consigli giudiziari locali.
Luigi Ferrarella


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