A un passo la staffetta con Renzi Ma Letta va al Quirinale e non cede

ROMA — Una lunga giornata cominciata con il discorso di Matteo Renzi ai deputati del Pd, proseguita con la visita di Enrico Letta al Quirinale e finita con le voci sempre più insistenti che danno per certa la staffetta a Palazzo Chigi. Ma se i renziani sponsorizzano ormai apertamente questa soluzione all’impasse che si è creato, il presidente del Consiglio in carica per il momento non si dimette. Intanto si avvicina la Direzione di domani, anticipata da Renzi, nella quale ci potrebbe essere lo scontro finale, se non si troverà un accordo preventivo.
Renzi si è presentato ai suoi usando una metafora automobilistica per il governo: «Questa macchina ha la batteria scarica. Decidiamo se va ricaricata o cambiata». Il problema, sottinteso, resta l’autista. Altra metafora: «Pensate a un videogame. Questa legislatura ha utilizzato il 19% della barra vita e ha davanti a sé l’81%. La buttiamo via? La questione sul tappeto è se questa legislatura è nelle condizioni di utilizzare l’81 per cento del tempo che le rimane per le riforme». Nella riunione, la vicenda della legge elettorale, slittata a dopo la definizione del nuovo governo, diventa quasi marginale.
Anche perché ora la palla passa a Letta, che, qualche minuto dopo la fine dell’assemblea pd, varca la soglia del Quirinale. La sera prima era stato Renzi a salire sul Colle e a cenare con il presidente. Un «rapido incontro», quello di Letta, per mettere il capo dello Stato al corrente di «questioni urgenti di governo». Urgentissime.
Mentre in molti già danno per scontata la fine dell’esecutivo, Letta, in visita al padiglione Bit di Rho-Pero, rilancia: «Nelle prossime ore presenterò il patto di coalizione con tutte le forze che sostengono il governo e sarà centrato sul rilancio economico». Non solo: «Voglio lavorare in continuità con quanto fatto finora. Il programma è convincente e convincerà tutti, compreso il Pd».
Un ottimismo che non trova conferma in Parlamento e dentro il Partito democratico. Angelino Alfano, leader del Nuovo centrodestra, partner di governo, spiega: «Ho sentito Letta e gli ho detto che siamo pronti alla ripartenza. Ma gli ho anche detto che questa stessa disponibilità la deve ottenere dal suo partito. Il Pd dica con chiarezza se intende continuare a sostenere o meno il governo Letta. Se non c’è un’appassionata e sincera disponibilità, allora si complica un po’ la situazione».
E infatti si complica, molto. Anche perché arriva una dichiarazione di Andrea Romano, capogruppo alla Camera di Scelta civica, che dà una sorta di avviso di sfratto: «Sono sicuro che Letta, uomo di grande esperienza e sensibilità, per primo comprenda l’esigenza di voltare pagina e arrivare a un nuovo governo guidato da un’altra personalità». L’invito di Romano alla «generosità», ovvero al passo indietro, non viene accolto da Letta, ma è benzina nel carburante dei renziani. Nonostante altri esponenti di Scelta civica siano più cauti. Alberto Bombassei, presidente di Sc, frena: «Le scelte spettano al Partito democratico».
Intanto in Transatlantico partono le grandi manovre. Si danno per certe (ma non lo sono) almeno tre defezioni nei 5 Stelle: i nordici Laura Bignami, Monica Casaletto e Luis Orellana. I fedelissimi di Silvio Berlusconi restano cauti, in attesa che si risolva lo scontro. È noto che il Cavaliere vorrebbe le urne. Parla per tutti Renato Brunetta: «Non sarebbe accettabile, per la terza volta, un presidente del Consiglio non legittimato dal popolo sovrano. Se Letta sa governare, continui. In caso contrario si vada alle elezioni al più presto». Si fa sentire anche il segretario della Lega, Matteo Salvini, che apre: «A Renzi non diremo un no preconcetto, non abbiamo pregiudizi».
I renziani, intanto, dicono apertamente quello che hanno spesso negato nei giorni scorsi: Renzi, presidente Napolitano permettendo, è pronto a diventare premier. Ernesto Carbone sa trovare le parole giuste: «Dinamica inesorabile».


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LA CACCIA AL VOTO POVERO

Metà  degli italiani poveri non vota. Secondo l’ultimo sondaggio Swg, l’area del non voto viene data al 30%, ma sale al 45% tra chi ha un reddito basso. E, tra chi vota, la lista di Beppe Grillo ottiene il 18% dei consensi. Altre rilevazioni danno percentuali ancora superiori per non voto e indecisi, che potrebbero ridursi all’avvicinarsi delle urne. Alle scorse elezioni politiche i non votanti sono stati il 20%; se l’affluenza al voto restasse la stessa, ci sono – secondo Roberto D’Alimonte sul Sole 24 Ore – sette milioni di indecisi che decideranno l’esito del voto.

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