Benetton, «pay up!»

Bangladesh. Dopo quasi un anno dalla più grande strage del tessile, quella del Rana Plaza, 1.134 operai morti e oltre 2mila feriti, gli attivisti di tutto il mondo lottano per i risarcimenti dei 27 marchi coinvolti

redazione • 26/2/2014 • Copertina, Globalizzazione,sviluppo, multinazionali • 1633 Viste

In piazza a Dacca per chiedere giustizia © Reuters

In piazza a Dacca per chiedere giustizia © Reuters

 

 

Emanuele Giordana, il manifesto

Il 23 aprile dell’anno scorso, nel popo­loso quar­tiere di Savar, un edi­fico di otto piani di cemento armato mostra una crepa pre­oc­cu­pante che feri­sce il colosso urbano che si erge nella area peri­fe­rica della grande Dacca, la capi­tale del Ban­gla­desh. Il Rana Plaza è uno di quei mostri di cemento nati con la spe­cu­la­zione edi­li­zia e che ospi­tano un po’ di tutto: uffici, negozi, fabbriche.

Nono­stante la crepa però, che avrebbe con­si­gliato l’evacuazione imme­diata o almeno un moni­to­rag­gio attento della Pro­te­zione civile, si fa come se nulla fosse. The busi­ness must go on ed è dif­fi­cile dire di no all’invito – impe­rioso — a entrare lo stesso: nel Rana Plaza lavo­rano oltre 3mila ope­rai del tes­sile che hanno biso­gno di por­tare a casa lo sti­pen­dio. I capi reparto sono peren­tori e gli ope­rai entrano. L’invito si ripete anche il giorno dopo quando la crepa si è allar­gata a tal punto da diven­tare un’incisione ver­ti­cale nell’enorme cata­falco di cemento. Alle 8 e 45 di quel mer­co­ledì mat­tina, l’edificio improv­vi­sa­mente implode e si accar­toc­cia su se stesso come capita nei terremoti.

Le foto aree mostrano un ammasso di mace­rie che ha fran­tu­mato in bri­ciole i quat­tro piani più alti che schiac­ciano gli altri tre fino al pia­no­terra. I morti supe­rano il migliaio. Alla fine se ne con­te­ranno 1.134, oltre a due­mila feriti, chi più chi meno gra­ve­mente. L’inchiesta accer­terà che i quat­tro piani più alti erano stati edi­fi­cati senza per­messo. Un nono era in costru­zione. Il pro­get­ti­sta del Rana Plaza, Mas­sud Reza, dirà a giu­sti­fi­ca­zione che l’edificio era stato pen­sato per ospi­tare negozi e uffici, non certo fab­bri­che con rela­tivi magaz­zini. Fab­bri­che di vestiti, di magliette e di Tshirt espo­sti con gra­zia nei negozi di mezzo mondo. Negozi che non crollano.

A due mesi da quella data, il 24 aprile 2014 primo anni­ver­sa­rio della strage, gli stessi atti­vi­sti che allora non fecero pas­sare sotto silen­zio quel disa­stro e che, soprat­tutto, pun­ta­rono l’indice sulle Tshirt mac­chiate, sep­pur indi­ret­ta­mente, di san­gue ban­gla­de­shi, tor­nano a girare il col­tello nella piaga. La piaga è quella dei mar­chi inter­na­zio­nali che, col bene­pla­cito degli indu­striali locali e con gli occhi semi­chiusi del governo, avreb­bero girato la testa dall’altra parte se qual­cuno non li avesse chia­mati in causa.

A Dacca, lavo­ra­tori e lavo­ra­trici tes­sili, sin­da­ca­li­sti e atti­vi­sti hanno creato lunedì scorso una lunga catena umana e chie­sto in una con­fe­renza stampa inter­venti rapidi in rispo­sta alle richie­ste di risar­ci­mento. «I lavo­ra­tori e le lavo­ra­trici del Rana Plaza – dice Hameeda Hos­sein del Ban­gla­desh Worker’s Safety Forum — hanno atteso pazien­te­mente per dieci mesi che le loro richie­ste di risar­ci­mento venis­sero sod­di­sfatte. I com­mis­sari ini­zie­ranno pre­sto ad esa­mi­nare ogni richie­sta in modo che i fondi pos­sano essere ero­gati. È ora che i mar­chi inter­na­zio­nali con­tri­bui­scano al Fondo Rana Plaza affin­ché quelle per­sone non sof­frano ancora». La sua e quella delle vit­time rischiano di essere voci in un silen­zio assordante.

Que­sta set­ti­mana segna però l’inizio di una nuova cam­pa­gna che mira a sfon­dare quel muro di silen­zio. È stata lan­ciata dalla Clean Clo­thes Cam­paign («Abiti puliti» in Ita­lia) e dai lavo­ra­tori e lavo­ra­trici del Ban­gla­desh, sin­da­cati locali e inter­na­zio­nali. «Pay up!» chiede infatti ai mar­chi della moda che si rifor­ni­scono nel Paese asia­tico di effet­tuare imme­dia­ta­mente i ver­sa­menti nel Rana Plaza Donors Trust Fund.

Il Fondo è stato isti­tuito ormai da mesi ma il piatto piange anche se dovrebbe ser­vire, sulla base di con­tri­buti volon­tari, a risar­cire le vit­time, come sta­bi­lito dal Rana Plaza Arran­ge­ment, un accordo super­vi­sio­nato dall’Inter­na­tio­nal Labour Orga­ni­za­tion (Ilo) e siglato però solo da alcuni mar­chi inter­na­zio­nali (Bon­mar­ché, El Corte Ingles, Loblaw, Pri­mark). In due parole la cam­pa­gna Abiti Puliti chiede ai prin­ci­pali mar­chi inter­na­zio­nali — Benet­ton, KiK e Children’s Place — oltre­ché alle altre aziende ita­liane come Mani­fat­tura Corona e Yes Zee (che ave­vano tutti ordini presso una delle cin­que fab­bri­che pre­senti al Rana Plaza al momento del crollo) di dare il buon esem­pio con signi­fi­ca­tivi ver­sa­menti. Lo faranno (i mar­chi coin­volti in totale sono 27)?

Ser­vono 40 milioni di dol­lari per garan­tire il risar­ci­mento per tutti i feriti e le fami­glie delle vit­time per la per­dita del red­dito e per le spese medi­che.
Il fondo è aperto a tutte le imprese ma anche a sin­goli dona­tori che vogliano espri­mere soli­da­rietà e soste­gno alle vit­time. A oggi però solo El Corte Ingles, Mascot, Mango, Indi­tex e Loblaw si sono pub­bli­ca­mente impe­gnate a con­tri­buire al Fondo. Ci sono due mesi di tempo adesso per evi­tare che si arrivi al 24 aprile 2014 con un’ennesima lista di buoni e cat­tivi, distin­guo di vario tipo, reti­cenze e forse la spe­ranza che la memo­ria col tempo si can­celli. La memo­ria, dif­fi­cile da can­cel­lare, del più grande disa­stro nell’industria del tes­sile mai avvenuto.

A fare un passo indie­tro le domande sono tante. La prima riguarda il reti­colo di malaf­fare e com­pia­cenze che in Ban­gla­desh regola la vita eco­no­mica di un paese che, gra­zie al tes­sile, ha cono­sciuto un vero boom che fa di que­sta indu­stria la prima atti­vità del Paese: con un fat­tu­rato di 20 miliardi di dol­lari l’anno, conta per l’80% dell’export e occupa (escluso il lavoro mino­rile) circa 4 milioni di per­sone (in mag­gio­ranza donne) in 5mila fab­bri­che o fab­bri­chette.
Il Ban­gla­desh è secondo solo alla Cina ma il suo boom ha un prezzo. Il prezzo è il sala­rio minimo che fino, al novem­bre scorso variava tra i 25 e i 30 dol­lari al mese. Intere gior­nate di scio­peri e pro­te­ste hanno por­tato a un accordo in novem­bre per rad­dop­piarlo anche se poi non tutte le aziende, alcune delle quali impie­gano bam­bini e bam­bine, di fatto lo paga. Il prezzo è anche l’ambiente di lavoro, come inse­gna il Rana Plaza. Fino a quella tra­ge­dia, il Ban­gla­desh Fire and Buil­ding Safety Agree­ment (un accordo che pre­vede con­trolli strin­genti sulla sicu­rezza nel set­tore) era un pezzo di carta per­lo­più igno­rato (dopo la strage, per esem­pio, Benet­ton lo ha fir­mato). Quanto al Rana Plaza, il suo pro­prie­ta­rio, Sohel Rana, si diceva fosse un mem­bro di punta della Jumbo Lea­gue, l’ala gio­va­nile della Lega Awami, par­tito nazio­na­li­sta con­ser­va­tore per anni al potere.

Che il mira­colo possa finire lo temono comun­que tutti, motivo per il quale quando si è potuto insab­biare si è insab­biato. Lo temono i governi di Dacca o la potente lobby degli indu­striali della Ban­gla­desh Gar­ment Manu­fac­tu­rers and Expor­ters Asso­cia­tion (Bgmea), forte di 4mila soci che deve aver ben stam­pato nella memo­ria un rap­porto della McKin­sey secondo cui l’industria del tes­sile del loro paese è desti­nata a tri­pli­carsi nel 2020. Sem­pre secondo McKin­sey, l’80% dei pro­dut­tori euro­pei e ame­ri­cani sta­rebbe pen­sando di tra­slo­care dalla Cina al Ban­gla­desh (il rap­porto però è del 2011).

In que­sto set­tore le cose pos­sono infatti cam­biare velo­ce­mente. Anche il Rana Plaza, le pole­mi­che e le lotte sala­riali (senza con­tare altri grandi inci­denti come l’incendio della Taz­reen Fashion nel 2012 con oltre cento vit­time) hanno fatto pen­sare agli inve­sti­tori esteri che è bene dare un’occhiata anche ad altri mer­cati. Uno di que­sti è l’Indonesia, che asso­cia alla pro­du­zione di buon cotone (kapok o cotone gia­va­nese) l’alta spe­cia­liz­za­zione dei suoi lavo­ra­tori. Inol­tre è diven­tato un paese sta­bile (non lo è il Ban­gla­desh). Bassi salari (il caso afri­cano per esem­pio) pos­sono infatti non essere sem­pre asso­ciati a una buona fat­tura del prodotto.

Come che sia il Ban­gla­desh resta ancora una delle mete pre­fe­rite per chi vuol fare affari col tes­sile e c’è da spe­rare che lo rimanga. Pur­ché i con­tratti siano alla luce del sole e la luce delle nostre vetrine smetta invece di riflet­tere mostri e fan­ta­smi come quello del Rana Plaza.

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