Il miliardo dimenticato dallo Stato dei soldi confiscati ai mafiosi

Meno di 106 milioni negli ultimi due anni. Su 3,1 miliardi di un «tesoretto» che vale il doppio della somma invocata dai Comuni per tappare il buco lasciato dall’abolizione dell’Imu sulla prima casa.
Fino a due giorni fa, in realtà, non si sapeva neppure quanti fossero, i soldi in contanti e in titoli posseduti dal Fug, il Fondo unico giustizia. Al punto che lo stesso prefetto Giuseppe Caruso, direttore dell’Agenzia nazionale per i beni confiscati, una decina di giorni fa, disse a Repubblica: «Mi risulta che nel Fondo unitario per la giustizia ci sia un miliardo di euro in contanti ed un altro miliardo in titoli ed assicurazioni». Una somma enorme, tanto che quel giorno il prefetto fu tempestato di domande dalla commissione antimafia presieduta da Rosy Bindi. Decisa a capire perché una montagna di beni confiscati siano rimasti a volte vent’anni nelle mani di amministratori che, secondo lo stesso Caruso, «li hanno considerati come fortune sulle quali garantirsi un vitalizio».
Macché: nelle casse c’è un miliardo in più di quanto si stimasse. Un miliardo! Più del triplo dei soldi offerti da Etihad Airways per entrare in Alitalia. Lo ha rivelato giovedì il sottosegretario all’Economia Luigi Casero, rispondendo a un’interrogazione parlamentare di Alessandro Pagano ed Enrico Costa. I quali volevano sapere come mai gli ultimi dati sulla consistenza del Fondo unico giustizia (2 miliardi e 212 milioni di euro) risalissero addirittura alla fine del 2011. E come mai, secondo la Ragioneria dello Stato, di quell’importo in realtà «sarebbero utilizzabili “solo” 1.065,52 milioni di euro, perché tale è la somma complessiva riportata da conti correnti e depositi a risparmio; il resto non sarebbe da considerare, in quanto costituito da titoli».
Una scelta illogica: «Non si comprende perché mai un titolo finanziario che entra nella disponibilità dello Stato non può essere venduto sul mercato, ricavandone il cash permesso dalle sue quotazioni, a differenza di quello che qualsiasi risparmiatore è invece in grado di fare con la propria banca».
Risposta di Casero: il Fug, alla data del 30 novembre 2013, disponeva di «978 milioni di risorse liquide e di circa 2,1 miliardi di risorse non liquide». Una montagna di soldi. Destinati per il 2% all’Economia, per il 49% agli Interni e per l’altro 49% al ministero della Giustizia. Un vero e proprio tesoro in grado di tappare finalmente buchi di bilancio che obbligano i palazzi di giustizia, questure o caserme dei carabinieri ad accumulare debiti per affitti arretrati o a chiedere all’Enel di non staccare la corrente elettrica per il mancato pagamento di un’enormità di bollette non pagate. Per non dire, come accennavamo, delle «gazzelle» dei carabinieri o delle «pantere» della polizia così vecchie da dover cercare i pezzi di ricambio dai demolitori o da aver difficoltà a fare il pieno di benzina.
Il guaio è, ha spiegato il sottosegretario, che quei soldi sottratti dallo Stato ai mafiosi non sono tutti utilizzabili perché «i proventi connessi ai sequestri, per loro natura, non dovrebbero poter essere versati al bilancio dello Stato, a causa della loro provvisorietà e del fatto che potrebbero essere restituiti al titolare originario, in caso di revoca della misura». E poi, cosa fare dei titoli? In ogni caso, la normativa vigente «ha subordinato la possibilità di vendita degli strumenti finanziari sequestrati all’adozione di un successivo decreto del presidente del consiglio dei ministri che ne avrebbe dovuto determinare termini e modalità». Ma «tale decreto, per tutte le difficoltà operative ed attuative sopra esposte, non è stato finora ancora adottato». Fatto sta che di quei 3 miliardi e 100 milioni, secondo Casero, sono stati messi a disposizione negli ultimi due anni 267 milioni. Peggio: nella realtà ne sono finiti 53 milioni e mezzo al ministero dell’Interno e 52 e mezzo a quello della Giustizia. Per un totale di 105.813.677 euro. Il 3,4%. Una quota ridicola. Che sarebbe ancora più bassa aggiungendo a quei 3 miliardi e passa altri 415 milioni già sequestrati ma non ancora confiscati.
«È assurdo — accusa Alfredo Mantovano, magistrato, a lungo sottosegretario agli Interni —. La distinzione fra risorse liquide e risorse non liquide è inesatta. In realtà, la distinzione da fare è fra denaro cash e titoli monetizzabili: se questi si vendono, si traducono immediatamente in liquidità; lo capiscono tutti, tranne il ministero dell’Economia. Per non dire di mille altre contraddizioni… ».
Oltre al denaro e ai titoli, c’è poi il resto: 12.946 beni immobili (per il 42% in Sicilia) tra i quali 1.708 aziende, per un valore stimato di almeno 30 miliardi di euro. Un patrimonio immenso. Sul cui uso divampano altre due polemiche. La prima sugli intoppi della legge, la quale prevedendo che tutto ciò che viene confiscato possa essere destinato solo a fini di utilità sociale semina di intralci la possibilità non solo di liquidare in fretta quelle società create esclusivamente per emettere fatture false ma perfino di salvare aziende agricole o società immobiliari che potrebbero essere concesse a cooperative giovanili o ai comuni (come sta accadendo a Palermo dove stanno faticosamente per passare al municipio 92 immobili) per alleviare le carenze di abitazioni per i più poveri.
Più ancora, però, come ha raccontato sul Giornale di Sicilia Vincenzo Marannano, è infuocata l’altra polemica. Quella sugli amministratori che, chiamati a gestire i beni sequestrati, possono tenerci il cappello sopra (spesso molto lautamente pagati) anche per vent’anni e perfino per sei o sette dopo (ripetiamo: «dopo») la confisca, quando la legge imporrebbe di individuare la destinazione di quei beni entro 3 o al massimo 6 mesi. È un affarone, gestire quei beni. Soprattutto quando si cumulano parcelle stratosferiche come amministratore giudiziario (anche 7 milioni) e uno stipendio d’oro come presidente del consiglio d’amministrazione. Come nel caso di Gaetano Cappellano Seminara. Il quale, stando alla audizione del prefetto Caruso, «in termini di confische definitive ha avuto 56 incarichi».


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