Il Tesoro alla rincorsa del debito a febbraio un assegno da 20 miliardi

Tutto bene? Chi arriva con molto anticipo agli appuntamenti non si sente sicuro di sé, dicono gli psicologi. E la diagnosi sembra azzeccata per la grande malattia italiana, quella sindrome bipolare dove lo Stato ti paga anche dopo tre anni mentre le imprese continuano a fallire. La direttiva è in vigore dall’inizio dell’anno scorso. E non è cambiato quasi nulla.
Dice una ricerca di Confartigianato, associazione delle piccole e medie imprese, che l’83% delle aziende non ha visto nessun miglioramento. I giorni di attesa prima di incassare sono 170, contro i 180 di prima. Restiamo i peggiori d’Europa, dove la media si ferma a 60. E siamo sempre lontanissimi dai soliti finlandesi, che avranno pure chiesto il Partenone in pegno per aiutare la Grecia ma pagano in giorni 24. C’è anche un altro guaio poi. Per quanto deprimente, quella classifica non dice tutta la verità. Per provare a stare ufficialmente dentro i tempi sono in aumento quelle che l’Ance, l’associazione dei costruttori, chiama con discrezione «prassi gravemente inique». Cosa vuol dire?
Il 62% degli imprenditori dice che alla firma del contratto si sente chiedere di accettare tempi di pagamento superiori ai 60 giorni. Il 48% parla di ritardo nell’emissione del Sal, lo stato di avanzamento dei lavori che porta al pagamento. Il 17% di rinuncia agli interessi di mora, quel pesante 10% che avrebbe dovuto spaventare il peggior ritardatario. Carte false che non aiutano nemmeno le statistiche. E mentre lo Stato vede salire davanti ai propri occhi una montagna di nuovi debiti verso le imprese, alle sue spalle resta un’altra montagna, quella dei debiti arretrati. Almeno 90 miliardi di euro secondo le stime della Banca d’Italia, visto che un dato preciso non c’è. Al momento ne sono stati pagati 22, anche se i miliardi messi a disposizione dal ministero dell’Economia sono 27. Un’altra sindrome bipolare, visto che alcune regioni come Calabria, Campania e Sicilia non hanno nemmeno chiesto i fondi che avrebbero potuto usare. Che fare?
Entro la metà di febbraio il ministero dell’Economia dovrebbe dare il via libera ad altri 20 miliardi di euro da utilizzare per pagare i vecchi debiti. Con l’idea di aggiungere altri fondi nei prossimi mesi, come già fatto l’anno scorso. Un’ipotesi che prende quota dopo i dati sul fabbisogno di gennaio, che fanno segnare un avanzo di 800 milioni di euro, grazie non solo a mini Imu e Tares ma anche alla risalita dell’Iva proprio per il saldo dei vecchi debiti. Per accorciare i tempi sui nuovi pagamenti, invece, il governo prova ad accelerare sulla fatturazione elettronica. Non si tratta di mandare una fattura via mail ma di eliminare la carta in tutto il procedimento che va dall’ordine all’avviso di pagamento. Dal 6 giugno la procedura diventerà obbligatoria per i ministeri, le amministrazioni locali avranno un altro anno di tempo. Ma il governo studia la possibilità di anticipare la scadenza, o almeno di allargare la sperimentazione già partita. Anche qui, del resto, siamo in clamoroso ritardo. L’obbligo della fattura elettronica era previsto per tutti dalla Finanziaria del 2007. Poi tra una proroga e un rinvio, siamo arrivati fin qui: ultimi in classifica e avanti con un’altra procedura d’infrazione.
Lorenzo Salvia


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