Campidoglio sotto tutela

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Andrea Colombo, il manifesto

Sal­vata sì, ma in libertà vigi­lata. Con i fucili del governo pun­tati a garan­zia che i cra­pu­loni della Capi­tale strin­gano dav­vero la cin­ghia. Il con­si­glio dei mini­stri, come pre­vi­sto e annun­ciato, ha varato il terzo decreto Salva Roma. I soldi ci sono, anche più di prima: 570 milioni di euro. Il bilan­cio è salvo. Gli sti­pendi dei dipen­denti comu­nali e i ser­vizi per la popo­la­zione pure. Ver­ranno stan­ziati tutti insieme, non in diverse rate come nella ver­sione pre­ce­dente, e non saranno con­si­de­rati rile­vanti ai fini del Patto di sta­bi­lità interno.

Le con­di­zioni sono pre­cise e strin­genti, ma sono in realtà le stesse già intro­dotte al Senato con l’emendamento del pd San­tini, tra­spor­tato di peso nel nuovo testo. Libe­ra­liz­za­zioni e dismis­sioni, «rico­gni­zione dei fab­bi­so­gni di per­so­nale» nelle società par­te­ci­pate, modelli «inno­va­tivi» nella gestione dei tra­sporti, puli­zia urbana e rac­colta dei rifiuti, ven­dita del pari­mo­nio immo­bi­liare del comune. E poi ces­sione o messa in liqui­da­zione delle società par­te­ci­pate, pur­ché «non risul­tino avere come fine sociale atti­vità di ser­vi­zio pub­blico». L’Acea, cioè il boc­cone dav­vero suc­cu­lento, dovrebbe essere esclusa dalla maxi-dismissione, tanto più che l’emendamento ori­gi­nale esclu­deva dalla pos­si­bi­lità di ces­sione le società per azioni, come appunto l’Acea. Ma il per­corso par­la­men­tare del nuovo decreto è ancora lungo e non è detto che a qual­cuno non venga in mente di ripro­vare il col­pac­cio sven­tato al Senato durante la con­ver­sione del dl-bis.

Sin qui, comun­que, nulla di nuovo. La maz­zata arriva nel finale. Il Comune di Roma dovrà non solo sti­lare subito un piano di rien­tro dal debito basato sulle sud­dette linee guida. Dovrà anche tra­smet­terlo «ai mini­steri dell’Interno e dell’Economia e alle Camere», al fine di «con­sen­tire la veri­fica della sua attua­zione». D’ora in poi sarà il governo, cioè il pre­si­dente del con­si­glio, ha eser­ci­tare la sua strin­gente tutela su Roma, a sor­ve­gliare che siano fatti i «com­piti a casa». Roma è salva, ma l’ex sin­daco di Firenze e attuale sin­daco d’Italia sarà a tutti gli effetti anche il suo super-sindaco.

Igna­zio Marino, il sor­ve­gliato spe­ciale, deve aver capito l’antifona, tanto più che, dopo le staf­fi­late del governo e il gelo del suo stesso par­tito, ieri lo ave­vano preso di mira anche due sin­daci di peso tar­gati cen­tro­si­ni­stra: Emi­liano il Barese e Pisa­pia il Mila­nese, che era andato giù severo: «Milano si è sal­vata da sola». Si spiega così il silen­zio in cui si chiude per alcune ore dopo il varo del decreto-ter. E anche quando alla fine prende la parola, dagli studi Raiuno di La vita in diretta, evita accu­ra­ta­mente rico­no­sci­menti o rin­gra­zia­menti rivolti al sal­va­tore, che il giorno prima gli aveva ordi­nato di «evi­tare pia­gni­stei» e aveva bol­lato il suo com­por­ta­mento come «inam­mis­si­bile». Marino si limita ad affer­mare di non aver mai preso di mira il pre­mier: «Nes­sun attacco a Renzi. Ho solo difeso i romani e usato toni severi per­ché c’era urgenza. La stessa che avver­tono i romani. Roma ha diritto ad avere un get­tito più alto come tutte le altre capi­tali del mondo». Poi assi­cura che «nono­stante la neces­sità di ridurre il disa­vanzo non alzerò le tasse ai cit­ta­dini romani, che hanno diritto di avere ser­vizi all’altezza». Biso­gnerà vedere cosa ne pen­se­ranno i sorveglianti.

La vicenda del decreto, peral­tro, è tutt’altro che con­clusa. Dovrà ora ripas­sare per il Par­la­mento, pro­ba­bil­mente par­tendo sta­volta dalla Camera invece che dal Senato, e la Lega ha mar­tel­lato ieri denun­ciando «la ver­go­gna» delle elar­gi­zioni a Roma ladrona e pro­met­tendo fuo­chi d’artificio quando il dl riap­pro­derà in aula. Ma pro­ba­bil­mente la stessa Fi, per non par­lare del M5S, aprirà il fuoco su un prov­ve­di­mento che dire di dub­bia costi­tu­zio­na­lità è poco, essendo proi­bita anche solo una seconda rei­te­ra­zione dei dl sca­duti. Sem­pre che non decida di pun­tare i piedi il capo dello Stato, che aveva già pale­sato parec­chio fasti­dio ai tempi del secondo decreto.

La riu­nione del cdm di ieri non si è limi­tata a par­lare di Roma e a nomi­nare una squa­dra di sot­to­se­gre­tari tra la serie B e la C. Ha anche inse­rito nel decreto romano lo stan­zia­mento mila­nese per Expo 2015 (25 milioni), con­fer­mato la pos­si­bi­lità per i comuni di alzare la Tasi ed eli­mi­nato la Web Tax, che sarebbe entrata in vigore domani ed era stata inse­rita nella legge di sta­bi­lità soprat­tutto su spinta dell’allora ren­ziano (da ieri pen­tito) Fran­ce­sco Boc­cia. La tassa col­piva le grandi aziende della Rete, come Goo­gle, Ama­zon o Face­book, che in effetti pagano tasse irri­so­rie. La norma era però con­si­de­rata molto discu­ti­bile dalla Ue ed era nota l’ostilità di Renzi, che appena ha potuto la ha eli­mi­nata, pro­met­tendo di ripar­larne «in un qua­dro di nor­ma­tiva euro­pea», e ha poi riven­di­cato con orgo­glio: «Sulla Web Tax siamo stati di parola». Boc­cia la ha presa malis­simo. Prima si è detto pen­tito di aver votato per il l’enfant ter­ri­ble alle pri­ma­rie del Pd, poi ha affi­dato il suo disap­punto a un tweet tanto vio­lento da far sospet­tare alla depu­tata pd Lorenza Bonac­corsi che si trat­tasse di un falso: «Renzi è stato di parola sì, ma con gli over the top (le mul­ti­na­zio­nali della Rete)». Il fat­tu­rato dei giganti del web 2012 è stato di 3,2 mld di euro. Il get­tito di 6 milioni di euro. Con la norma eli­mi­nata da Mat­teo Renzi sareb­bero diven­tati 137 milioni. Qual­che volta è meglio non essere di parola. O fare i conti prima di darla.



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