Il cinguettio che zittisce Erdogan

Turchia. La censura del primo ministro turco Erdogan decisa in nome della sovranità nazionale

Benedetto Vecchi, il manifesto redazione • 22/3/2014 • Copertina, Informazione & Comunicazione, Internazionale, Libertà & Nuovi diritti • 374 Viste

La prima, irri­ve­rente rispo­sta alla deci­sione del primo mini­stro turco Erdo­gan di bloc­care l’accesso a Twit­ter è com­parsa su alcuni muri di Istan­bul. Sopra un mani­fe­sto elet­to­rale con il suo volto è stato scritto il Dns (il Direct Num­ber Ser­vice) per acce­dere a un com­pu­ter al di fuori della Tur­chia e così aggi­rare la cen­sura. Una tec­nica già usata in altre occa­sioni, quando qual­che governo cen­trale ha impo­sto rigide limi­ta­zioni per acce­dere a ser­vizi o siti sgra­diti alle auto­rità politiche.

È acca­duto in Cina, ovvia­mente, ma anche in Iran, Egitto. Un metodo sem­plice, che attra­verso il pas­sa­pa­rola ha spesso con­sen­tito di aggi­rare i pic­coli o grandi firewall per impe­dire di navi­gare libe­ra­mente in Rete.

L’annuncio di Erdo­gan di impe­dire l’uso di Twit­ter è stato infar­cita di una buona dose di arro­ganza e con la pre­sun­zione che cen­su­rare la Rete sia una pas­seg­giata. La cen­sura del primo mini­stro, lea­der di un par­tito isla­mi­sta con­si­de­rato mode­rato in Europa, è resa pos­si­bile per­ché Erdo­gan ha un (invo­lon­ta­rio?) potente com­plice nell’Unione Euro­pea che sta valu­tando la pos­si­bi­lità di far entrare la Tur­chia nelle strut­ture poli­ti­che e nel mer­cato uni­fi­cato del vec­chio con­ti­nente. In pas­sato, alcuni paesi ave­vano espresso dubbi sull’entrata di Ankara nella Ue a causa da un regime poli­tico incline all’autoritarismo e pro­prio per­ché, in un riflesso «occi­den­ta­li­sta», gover­nato da un par­tito isla­mico. La prima rea­zione di Bru­xel­les alla cen­sura di Ankara è stata all’insegna della preoccupazione.

Ma poi più niente. Da que­sto ver­sante Erdo­gan può dun­que dor­mire sonni tran­quilli. La coster­na­zione e le cri­ti­che dell’Unione Euro­pea rimar­ranno infatti sulla carta e la cen­sura potrà con­ti­nuare indi­stur­bata. Ad aggi­rarla ci pen­se­ranno i tur­chi, che già nei mesi scorsi, dalla rivolta di Gezi Park, hanno dimo­strato che la Rete la cono­scono e che la sanno usare bene.

Erdo­gan, tut­ta­via, ha inse­rito la sua deci­sione in una ten­denza sem­pre più forte per quanto riguarda Inter­net. La Rete è stata sem­pre pre­sen­tata come uno spa­zio comu­ni­ca­tivo che ignora i con­fini nazio­nali. E’ cioè uno spa­zio glo­bale, indif­fe­rente alle fron­tiere segnate nelle mappe geo­po­li­ti­che e e geoe­co­no­mi­che. Da alcuni anni a que­sta parte il cosmo­po­li­ti­smo della Rete è però sotto attacco. Sono ormai molti i governi che riven­di­cano l’esercizio della pro­pria sovra­nità nazio­nale sulla Rete, riven­di­cando la pos­si­bi­lità di discon­net­tere le comu­ni­ca­zioni on line nazio­nali da quelle glo­bali. Un brutto segnale di «ter­ri­to­ria­liz­za­zione» all’insegna di un poli­tica del con­trollo che sta­bi­li­sce un ine­dito mono­po­lio sta­tale nella defi­ni­zione delle regole di con­nes­sione che con­di­ziona, cioè limita la libertà di espressione.

Pala­dini di que­sto ritorno della con­trollo sulla Rete sono governi auto­ri­tari, di nuovo la Cina, l’Iran, ma anche «demo­cra­tici», come gli Stati uniti, che pro­prio in nome della pro­pria sovra­nità e sicu­rezza nazio­nale hanno legit­ti­mato l’azione di intel­li­gence della Nsa.

Altret­tanto spie­ga­bile è per­ché la cen­sura di Erdo­gan ha voluto col­pire solo Twit­ter e non gli altri social net­work, spesso usati come pri­vi­le­giato stru­mento per ren­dere pub­bli­che, sia all’interno che all’esterno, le cri­ti­che al governo di Ankara da parte di orga­niz­za­zioni sin­da­cali, poli­ti­che e sociali «dis­sen­zienti». In Tur­chia, come ormai a livello glo­bale, l’accesso alla Rete ha infatti come stru­mento dif­fuso i tele­foni cel­lu­lari. E quando si va in Rete in que­sta maniera, Twit­ter è il social net­work pri­vi­le­giato. Inol­tre, il ser­vi­zio di micro­blog­ging è uno stre­nuo difen­sore della neu­tra­lità della Rete. Twit­ter infatti si è sem­pre rifiu­tata di con­trol­lare cosa «postano» gli utenti, a dif­fe­renza dell’asfissiante e bac­chet­tona policy poli­ti­ca­mente cor­retta di Face­book o di Goo­gle, accu­sati inol­tre di aver col­la­bo­rato anche con la Nsa sta­tu­ni­tense nell’opera di spio­nag­gio della Rete.

Erdo­gan può per il momento can­tare vit­to­ria. Ma c’è da giu­rare che quel dns scritto sul suo volto pas­serà da mouse in mouse e i cin­guet­tii di rivolta anti­au­to­ri­ta­ria con­ti­nue­ranno a mani­fe­starsi. In Rete e fuori la Rete.

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