Il debito è una questione di classe

Il debito è una questione di classe

Negli ultimi anni il tema del debito è entrato ripetutamente a far parte delle analisi dei movimenti. Non solo perché la crisi attuale si è manifestata in primo luogo come effetto di un’insolvenza nel ripianare il debito legato ai cosiddetti mutui subprime (legati alla bolla immobiliare sgonfiatasi a partire dalla seconda metà del 2006). Ma anche perché in ampie parti del mondo la condizione di indebitamento è sempre più paradigma comune, dagli Stati Uniti sino ad arrivare ai cosiddetti Paesi del Terzo Mondo, dove i meccanismi di finanziarizzazione ed indebitamento agiscono attraverso le pratiche del microcredito. Tra i testi significativi al riguardo, sono usciti recentemente in Italia tre volumi: Debitocrazia (di Millet e Toussaint), relativo al rifiuto del debito pubblico; Debito: i primi 5000 anni (di Graeber), con un taglio di stampo antropologico; La fabbrica dell’uomo indebitato (Lazzarato), che affronta il tema da un punto di vista più “politico”. Si può collocare in questo filone di dibattito un nuovo libro, da poco uscito negli Usa: Creditocracy – And the Case for Debt Refusal (http://www.orbooks.com/catalog/creditocracy/). L’autore è Andrew Ross, professore di Social and Cultural Analysis alla New York University ed attivista impegnato in uno dei gruppi di lavoro formatisi durante Occupy e tutt’ora attivo: Strike Debt (http://strikedebt.org/). Rispetto ai precedenti testi sul tema, Ross focalizza la sua analisi principalmente su quella che definisce come creditor class e su come essa, attraverso le istituzioni finanziarie, crea e mantiene le forme di indebitamento. Ross individua in particolare alcune figure, da lui definite come di debito illegittimo: il debito sovrano (capitolo 1, We Are All Revolvers); il debito famigliare (2, Moral Economy of the Household); quello studentesco (3, Education For Free People); il “furto” del lavoro e del reddito (4, Wages of the Future); il debito climatico (5, Honoring Climate Debts). L’ultimo capitolo del testo (Dissolving the Marriage of Debt and Growth) è invece dedicato alle forme di resistenza al debito. Riportiamo in seguito alcune domande che abbiamo rivolto all’autore, che a partire dal libro si allargano all’attuale situazione politica.

C’è una cosa che ho trovato divertente: alcuni anni fa due registi greci hanno promosso un documentario chiamato Debtocracy, mentre il tuo libro si chiama Creditocracy… La prima cosa che ho pensato è: sarà che uno proviene dall’Europa e l’altro dagli Usa? Sto scherzando chiaramente, ma inizierei chiedendoti il senso del titolo del tuo nuovo libro.

Probabilmente non c’è una grossa differenza tra questi due concetti. A dir la verità è stato Mario Monti a parlare di creditocrazia, una cosa che non ci si aspetterebbe. Quando fu chiamato a protestare contro il potere delle banche tedesche, francesi e svizzere, si lamentò di ciò che appunto definì creditocrazia. Di solito quando c’è un -crazia in un titolo ci si riferisce ad una élite dominante, da qui il riferimento alla classe dei creditori come termine che ho usato nel mio libro. La creditocrazia è quel tipo di società dove la classe dei creditori gode di un potere incontrollato, e dove le risorse primarie del loro reddito ed influenza sono l’accumulazione di ricchezze tramite rendite economiche, ingegnerie finanziarie… sostanzialmente con strumenti di debito. Questo è come ho definito il termine nel libro, distinguendolo da “una civiltà di mercato avanzato”, dove sono applicati principi per cui qualsiasi bene sociale può essere trasformato in merce […]. La creditocrazia emerge quando il costo del social good deve essere personalmente e individualmente indebitato/finanziarizzato, e l’obiettivo della classe creditrice è crearli/strapparli su ogni possibile asset, social good… ogni possibile flusso di reddito nella società deve garantire un flusso stabile di debt service per la classe creditrice.

L’altra parte è che… ho riflettuto molto sulla nostra reazione istintiva al fardello dell’essere indebitati, che è il protestare affinché il nostro debito venga estinto […]. Ma vedendola così si manca il punto: vivere in una creditocrazia implica come presupposto che i nostri debiti non devono e non verranno saldati. I creditori dipendono dal tenerci indebitati per tutta la vita. Non vogliono che i debiti gli vengano interamente restituiti, perché se ciò avvenisse non ci sarebbe profitto per loro. Loro dipendono dal nostro fare ricorso a servizi di indebitamento per tutta la vita.

Nel libro pare echeggiare un paragone fra l’indebitamento e la schiavitù, o comunque a passate figure dell’assoggettamento. Chiaramente da un punto di vista politico la cosa funziona come appello, però è sempre difficile immaginare concrete forme organizzative basate sull’indebitamento tout court. Questa è indubbiamente una condizione comune, che tuttavia difficilmente fornisce forme di riconoscimento collettivo in grado di produrre mobilitazione [Per chi legge l’inglese, poco più di un anno fa è stato pubblicato un interessante scambio epistolare rispetto a questo problema tra Ross e Seth Ackerman, autore di Jacobin Magazine: http://www.dissentmagazine.org/online_articles/strike-debt-the-debate]… Quindi ti chiederei come ti immagini le possibili forme di organizzazione contro la credit class.

Di mio non uso il termine schiavitù, anche perché in questo paese [gli Usa] è un termine molto sensibile. Ma penso che l’enorme indebitamento si ponga in totale continuità con una storia che ha contenuto la schiavitù nel passato. E questo è il motivo per cui molte persone utilizzano parole come indenture, servitude e debt bondage. La grossa questione è se questa sia retorica o se invece siamo realmente ad un crocevia per le democrazie, dove le catene del debito sono all’orizzonte. Ma questo è un altro discorso, rispetto a ciò che chiedevi sulle difficoltà di organizzarsi attorno alla questione del debito. Quello che abbiamo scoperto negli ultimi anni, lavorando nel debtors movement, è che è una sfida molto differente rispetto all’organizzarsi sul salario, che non è comunque facile… Non è facile a causa della precarietà delle condizioni di lavoro, dove le persone non hanno un singolo datore di lavoro. Allo stesso modo con il debito, non c’è un singolo creditore. Anche per le persone che hanno lo stesso tipo di debito, possono non sapere chi sia il loro creditore. […] Nulla a che vedere col tipo di occupazione ordinaria, non c’è un obiettivo visibile, una controparte. Quindi è molto difficile far comprendere alle persone il loro interesse comune. Ciò detto, questa è una sfida veramente necessaria. In Strike Debt abbiamo molto riflettuto su come promuovere alcuni circoscritti scioperi del debito che coinvolgano piccoli gruppi di persone più che uno sciopero di massa del debito. Partendo cioè da piccoli gruppi di persone con lo stesso tipo di debito e lo stesso creditore affinché abbia per loro senso […] organizzarsi per arrivare ad un default […] Ma è veramente difficile […] e ci sono stati molti modi con cui […] [hanno tentato di] isolare quei gruppi di persone, che sarebbero ottimi gruppi per promuovere questo sciopero. Ci stiamo lavorando sopra, non è semplice [Per informazioni su questo tipo di iniziative si può fare riferimento a http://rollingjubilee.org/, che sostanzialmente organizza una forma di acquisto collettivo del debito nel mercato secondario di questo, dove il costo del debito stesso è esponenzialmente ridotto].

Il debito studentesco, contratto a causa delle tasse salatissime per accedere all’università negli Usa, è un tema che tu hai trattato [Rispetto al tema ci si può riferire al sito: http://www.occupystudentdebtcampaign.org/]. Sia come possibile forma di organizzazione, sia per il fatto che potrebbe essere una delle prossime bolle finanziarie ad esplodere negli Usa.

È un grosso problema per gli economic managers. Il loro lavoro è assicurare che la middle class abbia a disposizione un reddito per poter comprare case, allevare bambini ecc… questo è il loro lavoro: far andare avanti un’economia del consumo. A loro non interessa avere una cittadinanza educata e critica, cosa che infatti non c’è. Avere questo enorme debito anzi li avvantaggia, perché questo condiziona l’immaginazione politica degli studenti. […] [Tuttavia] devono trovare il modo di bilanciare l’annichilimento dell’immaginazione politica con un non eccessivo indebitamento come consumatori. […] Stanno provando a far fronte a questo problema, ma è irrisolvibile. […] Bisogna inoltre considerare che, a differenza di altri paesi, oltre al debito studentesco qui è anche estremamente significativo il debito accumulato rispetto alla salute. Medical debt è all’attuale la maggior fonte di bancarotta, e non è una dinamica in via di mutazione nemmeno in seguito alla Health Care reform di Obama. Comunque… Nessuno sta proponendo soluzioni alla situazione del debito studentesco. Noi sappiamo quanto sarebbe davvero più economico rendere free l’high education in questo paese: secondo le mie stime costerebbe due miliardi di dollari l’anno rendere l’higher education free, davvero pochi soldi. Ma l’ostacolo non è di natura economica, bensì politica.

Nel libro, con un paragone decisamente ad effetto, mostri come poco più di un secolo fa JP Morgan andò in soccorso del bilancio degli Stati Uniti salvandoli dalla bancarotta, mentre negli ultimi anni è avvenuto esattamente il contrario. Questo mostra come di fatto il potere finanziario si sia appropriato della leva del potere politico. Tu ritieni che questo assetto venuto manifestandosi con la crisi si sia consolidato, che in qualche modo la crisi si sia conclusa, o invece ci troviamo entro uno scenario ancora tutto in movimento?

A mio avviso c’è un’apparenza di stabilità, ma questa è teatrale, creata dallo Stato. Le banche sono indubbiamente più grosse, più forti, più redditizie rispetto a prima. Quello che non ti uccide ti rende più forte, lo diceva Nietzsche no? E questo è certamente il caso… […] Non c’è stata da parte dei “funzionari eletti” nessuna capacità di opporsi a ciò, è universalmente riconosciuto che essi sono incapaci di farlo. C’è un grosso potenziale che si verifichi una nuova fusione sistemica, una grossa possibilità. E probabilmente le banche verranno trattate nello stesso modo […]. Non è che siamo esattamente nella stessa situazione rispetto al 2008… Però penso che i mobili siano stati ridisposti nella stanza, ma non in maniera sostanziale. E alla fine si è consolidata e rafforzata la convinzione nella comunità finanziaria che loro verranno trattati bene, succeda quel che succeda… Un’aspettativa che adesso è frutto di esperienza. […] Non è possibile paragonare ciò che succede negli Stati Uniti con la zona Euro, perché noi [gli Usa] abbiamo una moneta a corso legale, una Banca Centrale che può battere moneta… E in più il Dollaro. Quindi non c’è una vera possibilità di fare paragoni, ma il principio del fare dei banchieri la guida… è il medesimo. Come la democrazia, o la failure democracy sia percepita, è un’altra storia […] noi abbiamo anche il problema di come è calibrata la democrazia in questo paese, che è piuttosto diverso rispetto all’Europa… Come funzionano i poteri federali… e inoltre noi non abbiamo una sinistra nella democrazia rappresentativa […]. Ma anche per questo quello che c’è qui è un più forte livello di attivismo della società civile. Ho sempre sostenuto che siccome non abbiamo partiti di sinistra al potere, l’attivismo nella società civile è più forte. Le persone si organizzano di conseguenza…

Rispetto a ciò, una cosa che sto notando è che le forme di autorganizzazione qui si danno molto attorno all’idea della community. Magari mi sbaglio, ma parlando con svariati attivisti incontro sempre questo elemento dell’essere “parte di una comunità”, del “faccio ciò che faccio per la mia comunità, per il mio quartiere”… In Italia, o forse in Europa, mi verrebbe da dire che quest’idea di comunità è meno presente, o magari meno data come presupposto. La proposizione della difesa della comunità non è un presupposto… Magari è una differenza di lessico politico?

Forse… Voi siete più filosofici… Rispetto a questo c’è probabilmente anche una questione di sotto-scale geografiche che si riverberano sulle forme demografiche, che probabilmente incide rispetto a questa questione in un paese come gli Usa. Così grande che c’è veramente poco in comune tra ciò che accade qui, a Midtown Manhattan per esempio, e ciò che accade in Alabama, in Mississippi, in Arizona… Siamo parte della stessa nazione, ma c’è davvero così poco in comune sotto la superficie… Conseguentemente le persone costruiscono un senso del loro far politica maggiormente legato al livello locale, e sentono che ottenere qualcosa per la loro comunità, sostenere la comunità… parlare di una politica nazionale è privo di senso pratico, anche visto che la sinistra solitamente ha così poche risorse… Infine noi non abbiamo la tradizione di un movimento nazionale.

* Intervista pubblicata insieme a InfoAut.


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