Austerity. Europa e la crisi: l’Italia esce a pezzi dal bilancio dei sindacati

Austerity. Un rapporto di Ces e Etui analizza i principali indicatori economici e sociali dal 2007 al 2013. I dati su debito pubblico, disoccupazione, povertà, disuguaglianze di reddito e protezione sociale pongono il nostro paese al di sotto degli altri stati

Redattore Sociale redazione • 24/3/2014 • Copertina, Europa, Lavoro, economia & finanza nel mondo, Sindacato, Studi, Rapporti & Statistiche • 959 Viste

Bruxelles – L’Unione Europea si trova nel bel mezzo di un “decennio perduto”, a causa degli oltre cinque anni di crisi economica e delle politiche di austerity che l’Ue e gli Stati membri hanno deciso di adottare per far fronte a tale crisi. Questa la principale conclusione di un rapporto pubblicato oggi dalla Ces – la Confederazione Europea dei Sindacati – e dall’Etui, l’Istituto Europeo dei Sindacati.
Ma se praticamente tutti i paesi europei risultano malconci da questo riassunto dell’andamento dei principali indicatori economici e sociali dal 2007 al 2013, l’Italia ne esce proprio a pezzi.
Dopo la Grecia, siamo il paese in cui il debito pubblico in percentuale al Pil è cresciuto di più, dal 105 al 130%, con una media europea che ha visto un aumento dal 70 al 95%. Ci piazziamo al quartultimo posto per tasso di occupazione, col 52% a fronte di una media UE del 68%. Dopo la Spagna, che dal 2007 al 2013 ha visto quattro milioni di posti di lavoro andare in fumo, c’è l’Italia con un milione e settecentomila. E siamo quintultimi per disoccupazione giovanile dai 15 ai 24 anni, al 37% nel 2013, e quartultimi per i giovani disoccupati fra i 25 e i 29 anni, che nel 2013 erano il 20%. Se prendiamo poi in esame i disoccupati di lunga durata fra i 15 e i 24 anni, l’Italia è terzultima con il 52% e una crescita di sette punti percentuali dal 2010 al 2013.
Ma, al di là del mercato del lavoro, molti altri sono gli indicatori allarmanti per l’Italia: nel periodo 2007-2013, è praticamente raddoppiato, dall’11 al 22%, il numero delle persone che dicono di non avere abbastanza soldi per tener calda la propria casa (nell’UE sono passati dal 7 al 9%).
Il nostro paese ha anche il doppio della media europea per quel che riguarda i Neet, cioè la gente che né studia né lavora, e ha visto aumentare il coefficiente Gini che misura le disuguaglianze di reddito. Per quanto riguarda tale coefficiente, sebbene siamo in linea con la media europea, mentre durante la crisi le disparità di reddito in Europa sembrano leggermente calate – almeno se si tiene conto del Gini come unità di misura – in Italia sono aumentate.
Se prendiamo poi in esame le persone a rischio di povertà, dal 2007 al 2012 in Italia sono cresciute dal 25 al 30%, a fronte di una media UE del 22%. E per quel che concerne l’efficacia del sistema di protezione sociale italiano per alleviare la povertà, l’Italia è al 20%, con l’Unione Europea a 27 al 30% e l’esempio virtuoso dell’Irlanda al 60%.
Infine, l’Italia non è lontana dalla media europea per quanto riguarda l’impatto che ci si attende dalla crisi sulla salute dei cittadini. Magra consolazione, visto che tale impatto è stimato comunque essere di portata ingente.
A quasi cinque anni dall’adozione della strategia Europa 2020 per una crescita verde, intelligente e sostenibile, e con la revisione di medio termine di tale strategia che verrà presentata nei prossimi mesi, il rapporto della Ces e dell’Etui denuncia il fallimento delle misure di austerità messe in atto dai governi dei ventotto Stati membri, dall’UE e dalla Banca Centrale. Esse hanno comportato un crollo dell’export e della domanda interna, un abbassamento dei salari, una precarizzazione del lavoro, una disoccupazione galoppante (dieci milioni di disoccupati in più negli ultimi cinque anni, ventisei milioni di disoccupati nell’intera Ue), tredici milioni di nuovi poveri invece di avvicinarsi ai venti milioni di persone fuori dalla soglia di povertà come previsto dalla strategia Europa 2020, una deregulation contrattuale denunciata anche dall’Oil e da vari tribunali nazionali nonché dalla Corte dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo, pressioni politiche sulla contrattazione collettiva, maggiori rischi per la salute dei lavoratori e la sicurezza sul lavoro, la marginalizzazione dei sindacati e un’economia sempre meno verde e lontana dall’efficienza energetica e dalla tanto sbandierata riduzione di emissioni di Co2.
Ma quali soluzioni propongono i sindacati? Per dirla in breve, una totale inversione di rotta, con un investimento di duecentocinquanta miliardi di Euro in dieci anni (il 2% del Pil europeo) per combattere la disoccupazione e una strategia complessiva di investimenti per la crescita che vada in senso contrario alle misure di austerità, al patto di stabilità, al fiscal compact e a tutti gli strumenti finora adottati, che si sono rivelati fallimentari per affrontare la crisi. (Maurizio Molinari)
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