La guerra fredda non è mai finita

In Ucraina si rinnova una storia antica. Lo scenario è quello da anni Cinquanta: “proxy wars”, guerra minori lasciate esplodere per governare il mondo

redazione • 3/3/2014 • Copertina, Internazionale • 1505 Viste

Marco D’Eramo, Pagina99

«Ha vinto l’Occidente», «ha perso la Russia»: non è così che va visto quel che succede in Ucraina, ammonisce, per cautela o forse per ipocrisia, l’editoriale del New York Times. Ma il fatto stesso che il più autorevole quotidiano del mondo occidentale metta in guardia contro questa conclusione, ci dice che proprio questa è la visione più diffusa della crisi ucraina. Non solo, ma ci mostra che “l’Occidente” è tornato a essere una categoria che si definisce nello specchio russo.

Ci riporta allo scenario tanto visto durante la guerra fredda, delle proxy wars, scontri per procura, conflitti minori lasciati esplodere per testare l’avversario, marcare punti, evitando però una conflagrazione più generale.

Ci riimmerge insomma in un clima di guerra fredda che fatichiamo a riconoscere perché la ”vecchia” guerra fredda era pensata come affrontamento ideologico: “mondo libero” contro “democrazie popolari”, “capitalismo” contro “comunismo”. Un retaggio della seconda guerra mondiale era la credenza dominante che ormai nella storia si combattessero solo “guerre di civiltà” (democrazie contro fascismo e nazismo) e che – una volta finita la contrapposizione di “civiltà alternative” – non vi sarebbe stata più guerra, anzi la storia sarebbe finita (tesi formulata da Francis Fukuyama nel 1992 subito dopo l’implosione dell’Unione sovietica).

È d’altronde questa la ragione per cui trovò tanta eco la tesi sullo “scontro di civiltà” tra islam e cristianesimo che Samuel Huntington formulò (1993) proprio in risposta a Fukuyama: no, la storia non era finita perché nuove guerre si profilavano all’orizzonte, scaturite proprio dagli “inevitabili” “scontri di civiltà”. L’11 settembre 2011 e le sue conseguenze sembrarono attuare la profezia di Huntington.

Ma la sordida verità è trapelata sempre più chiara: le élites dominanti sono alla disperata ricerca di ragioni “valoriali” (come si dice oggi con orrido aggettivo) per conflitti che nei valori – quali essi siano: democrazia, progresso, diritti umani, diritti delle donne, libertà, lotta al terrorismo – trovano solo uno strumento di consenso nelle proprie opinioni pubbliche per imbarcarsi in guerre molto meno ideali . Che i “valori” umanitari siano puro orpello, lo si deduce dal seguito di questi conflitti, quando i riflettori si spengono e il sipario cala sulla Libia o sulla Cecenia.

Non è cosa nuova: quest’anno si celebra il centenario dello scoppio della Prima guerra mondiale (1914-18) che sconvolse il mondo: eppure a combatterla furono regimi che condividevano la stessa ideologia di capitalismo in senso lato, di colonialismo e di imperialismo: l’impero inglese contro l’impero germanico. 16 milioni di esseri umani morirono combattendo per la stessa ideologia.

Così oggi la Russia di Vladimir Putin e “l’Occidente” condividono un’identica visione basata sulla ricerca di profitto e di potere, in tutto tranne su un punto, e cioè a chi debbano andare profitto e potere. Lo vediamo dall’atmosfera di guerra di propaganda che si fa sempre più irrespirabile.
Suggerirei ai lettori di guardare i tg di Bbc da un lato e di Russia Today dall’altro (i canali in inglese di Sky tv, rispettivamente 530 e 535): è un’esperienza illuminante, che ci riporta ai bei tempi andati di Radio Free Europe e della Pravda.


Come i primi pasticcioni pionieri della propaganda
impararono durante a proprie spese la prima guerra mondiale (dove per la prima volta fu usata a piene mani la ”politica delle atrocità” nemiche), la propaganda più efficace non è quella che mente, ma quella che dice la verità, ma solo una parte, e tace il resto: che Viktor Yanukovyc fosse una caricatura di despota cleptomane non ci piove, ma nessuno si chiede come mai nel 2010 avesse vinto le elezioni presidenziali contro Yulia Tymoshenko.

Così è innegabile la tesi russa che parte dell’opposizione sia costituita da nazionalisti fascisti e antisemiti, ma Russia Today non si chiede come mai i dimostranti ucraini abbiano trovato la forza, la perseveranza e la convinzione per abbattere un consenso, ancor prima che un apparato: la vieta spiegazione russa, del complotto dello straniero, ricorda troppi precedenti per essere presa sul serio: a rigor di logica, gli stranieri complottano sempre per indebolire gli avversari (à la guerre comme à la guerre), ma per riuscire, devono trovare almeno un terreno sufficientemente fertile.

Un aspetto positivo rispetto alla vecchia guerra fredda è che al posto della Nato abbiamo (almeno per ora) l’Unione economica europea, e al posto del Patto di Varsavia l’Unione economica eurasiatica auspicata da Putin.

Così, una delle spie più esilaranti di questa “nuova” guerra fredda è la questione degli aiuti economici all’Ucraina. L’Europa è stata tacciata di tirchieria per non aver offerto niente in alternativa ai 15 miliardi di euro messi sul tavolo da Putin. Per una volta va detto che le ragioni degli europei erano comprensibili: qualunque somma avessero dato a Kiev, sarebbe inevitabilmente finita nelle casse di Mosca a pagamento dei colossali debiti arretrati maturati sulle forniture di gas e petrolio.

E lo stesso vale oggi. Se “l’Occidente” allenta i cordoni della borsa, a essere rimpinguato sarà il bilancio di Gazprom, non l’erario ucraino. Da qui l’impellente domanda, formulata (tra gli altri) dal New York Times, perché Mosca partecipi allo sforzo finanziario di salvare l’Ucraina; in cambio di che, è tutto da vedere

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