La politica schiacciata

La politica schiacciata

Forse non ci sono grandi industrie a Bruxelles, ma tra quelle che ci sono, le lobby sono sicuramente le più importanti”. Con questa battuta il giornalista Gareth Harding descrive per il Washington Times – quotidiano di una città che di gruppi di interesse che condizionano la politica se ne intende – la pervasività a Bruxelles di uno dei fenomeni più complessi e sfuggenti di tutto il funzionamento dell’Unione europea: le lobby. Secondo Corporate Europe Observatory – una ong che a Bruxelles lavora per contrastare le pressioni delle corporation – il numero dei lobbisti presenti nella capitale europea si può stimare tra i 15 e i 30.000. Un vero e proprio esercito in giacca e cravatta, ben organizzato e cresciuto a dismisura negli anni. In origine, la farraginosità del processo decisionale europeo ha certamente permesso l’intervento di soggetti non istituzionali che fanno capo soprattutto agli interessi della grande industria. In seguito l’espansione delle lobby è stata favorita dal progressivo aumento delle competenze e dei poteri dell’Unione, che all’inizio si occupava quasi esclusivamente di politiche energetiche, agricoltura o poco più, mentre oggi esprime un potere ben più ampio: circa l’80% della legislazione dei 28 Paesi dell’Unione prende corpo a Bruxelles. Tutti questi elementi rendono oggi la piccola città belga uno dei più grandi catalizzatori di potere lobbistico di tutto il mondo. In sostanza, il secondo polo al mondo per presenza di gruppi di interesse subito dopo Washington DC.
Basterebbe guardare una mappa, o fare una passeggiata nel cosiddetto quartiere europeo di Bruxelles. Tutti i palazzi del potere si raccolgono meno di quattro striminziti chilometri quadrati. Il Berleymont, sede della Commissione ovvero del governo che per primo scrive le leggi, è di fronte al palazzo del Consiglio, dove invece i rappresentanti degli Stati membri dell’Unione dicono l’ultima parola. A poche centinaia di metri ecco l’unico organo elettivo che approva regolamenti e direttive provenienti dalla Commissione, il Parlamento. Tutto intorno ai tre edifici chiave, in uno spazio ad altissima concentrazione, gli uffici dove hanno sede i rappresentanti della grande industrie e, in proporzione decisamente minore, anche i gruppi di pressione della società civile, le ong, le associazioni per i diritti dei cittadini. Sempre il Corporate European Observatory si è divertito a fare la sua guida turistica al quartiere europeo di Bruxelles, sarcasticamente targata “Lobby Planet” (sul modello della celebre collana di guide Lonely Planet). Perché in quel fazzoletto di terra brussellese si trova veramente di tutto: lobby del farmaco, alimentari, chimiche della metallurgia, dell’automobile, della comunicazione. Nessun settore industriale europeo, nessuna multinazionale sembra perdere l’occasione per marcare fisicamente la propria presenza in un territorio che decide della vita di mezzo miliardo di cittadini e consumatori europei. In origine lobby non è nemmeno una brutta parola. In inglese il verbo lobbying esprime semplicemente l’atto di esercitare pressioni sui decisori al fine di influenzare a proprio vantaggio il processo di decisione politica. Quindi dipende tutto da chi e perché vuole orientare o modificare un provvedimento di legge. Ma soprattutto rappresentando quali interessi.
“Tutti pensano che i legislatori siano le istituzioni. Ma c’è anche un altro mondo dietro di esse, che consiste in come influenzarle per scrivere una legge, per dare una buona idea, per proporre emendamenti”. In questo consiste il lavoro del lobbista secondo Pascal Kerneis, managing director dello European Services Forum. Il forum è una lobby che rappresenta l’industria dei servizi assicurativi e finanziari in Europa. I suoi associati sono, solo per citarne alcuni, le assicurazioni Lloyds, Deutsche Bank, Royal Bank of Scotland, Goldman Sachs e le banche europee (con a loro volta circa 5000 gruppi di banchieri in ogni nazione, tra cui l’Italiana Abi), senza dimenticare giganti della telefonia come British, Deutsche e France Telecom. Il giro d’affari delle società rappresentate dall’European Service Forum supera i 25 miliardi di euro. É proprio Pascal il loro uomo a Bruxelles, il punto di contatto con la politica. Ed è al tempo stesso il Caronte che guida lo spettatore alla scoperta del labirinto del decision making europeo nel documentario The Brussels Business, realizzato nel 2012 dal belga Mathieu Lietaert con il filmaker austriaco Fridrich Moser. Il documentario sottolinea il ruolo giocato dalla grande industria nel processo di costruzione dell’Europa dagli anni ’60 in poi. I rappresentanti delle istituzioni, emerge dall’inchiesta di Lietaert, non hanno fatto che assecondare il European Round Table of Industrialists – una sorta di lobby delle lobby di cui fanno oggi parte, solo per limitarsi all’Italia, Carlo Debenedetti per Cir, John Elkann per Fiat, Paolo Scaroni per Eni, Franco Bernabé per Telecom e Vittorio Colao per Vodafone. Una micidiale concentrazione di potere che non sembra agire propriamente alla luce del sole.
“A Bruxelles ci sono circa 2500 organizzazioni, l’80% delle quali è costituito da gruppi di interesse industriali. Il vero problema è che nessuna legge li obbliga a dire cosa fanno con il mare di soldi che usano per influenzare i legislatori, e neppure che ci sono”, spiega al Fatto Quotidiano Mathieu Lietaert di The Brussels Business. Eppure Apple o Monsanto, Goldman Sachs o Google sono ben istallati a Bruxelles. “ Ma il registro delle lobby europeo, istituito dopo molte pressioni da parte della società civile solo nel 2008, viene compilato su base volontaria. La prima cosa che i cittadini europei devono esigere è quindi la trasparenza, in modo da poter sapere quali interessi rappresentano questi signori delle lobby, quanti soldi spendono e per modificare a loro vantaggio quale legge”. Perfino Washington, incalza Lietaert, è meglio di Bruxelles: “Grazie all’obbligo di registrazione delle lobby americane siamo al corrente del fatto che negli Usa vengono spesi circa 4 miliardi di dollari l’anno per attività di lobbying come incontri, cene, studi universitari sponsorizzati dalle corporation”. Ovviamente la trasparenza da sola non elimina il problema. Ma l’Europa, al confronto, sembra ancora all’anno zero.


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