L’Europa che vogliamo. Un messaggio per Kiev

Molti, a sinistra, hanno reagito alle proteste popolari in Ucraina con il solito paternalismo razzista verso i poveri ucraini: che illusi, ancora idealizzano l’Europa

SLAVOJ ZIZEK, la Repubblica redazione • 30/3/2014 • Copertina, Europa • 2246 Viste

LE ELEZIONI europee hanno come sfondo gli avvenimenti in Ucraina. Infatti le proteste che hanno rovesciato Yanukovich e la sua gang sono state innescate dalla decisione del governo di Kiev di privilegiare i buoni rapporti con la Russia rispetto all’integrazione con l’Unione europea. Molti, a sinistra, hanno reagito alle proteste popolari con il solito paternalismo razzista verso i poveri ucraini: che illusi, ancora idealizzano l’Europa; non si rendono conto che l’Europa è in declino, e che entrare nella Ue farà solo dell’Ucraina una colonia economica dell’Europa occidentale.
E CHE presto o tardi si ritroveranno nella posizione della Grecia…
Questi commenti, però, non considerano che gli ucraini non erano affatto inconsapevoli della situazione della Ue; conoscevano benissimo i suoi problemi e le sue disparità, ma il loro messaggio era molto semplice: noi siamo messi molto peggio. I problemi dell’Europa sono ancora problemi da ricchi (ricordiamoci che i profughi africani continuano a sbarcare in massa sulle coste greche nonostante la terribile situazione del Paese, scatenando l’ira dei patrioti di destra).
Ma c’è una domanda molto più importante: cosa rappresenta quell’“ Europa ” che i manifestanti ucraini vedono come un punto di riferimento? Non è possibile ridurre il progetto europeo a un’unica visione: abbraccia l’intero arco delle idee politiche, da elementi nazionalisti e perfino fascisti fino all’idea di quella che Étienne Balibar chiama égaliberté, la libertà nell’uguaglianza, il contributo specifico dell’Europa all’immaginario politico mondiale (anche se oggi le istituzioni europee lo tradiscono sempre più); e in mezzo a questi due poli c’è la fiducia ingenua
nel capitalismo liberaldemocratico. Nelle proteste ucraine l’Europa vede la propria parte migliore e la peggiore. Il nazionalismo di destra ucraino si inserisce nel quadro di una rinnovata ondata populista anti-immigrati che innalza la bandiera della difesa dell’Europa. Il pericolo della nuova destra era percepito chiaramente, un secolo fa, da Gilbert Keith Chesterton, che nel suo Ortodossia illustrava la contraddizione di fondo dei contestatori della religione: «Gli uomini, che cominciano a combattere la Chiesa per amore della libertà e dell’umanità, finiscono col combattere anche la libertà e l’umanità pur di combattere la Chiesa». Non vale lo stesso anche per i fautori della religione? Quanti fanatici difensori della religione hanno cominciato attaccando ferocemente la cultura laica contemporanea, e hanno finito per rinunciare a qualsiasi esperienza religiosa significativa? E non vale lo stesso anche per la recente ascesa dei difensori dell’Europa contro la minaccia degli immigrati? Nello zelo di difendere la tradizione cristiana, i nuovi zeloti sono pronti a rinunciare all’essenza stessa di quella tradizione.
Che cosa possiamo fare in una situazione del genere? I liberali ortodossi ci dicono che quando i valori democratici di fondo sono minacciati da fondamentalisti etnici o religiosi dobbiamo tutti unirci sotto la bandiera liberaldemocratica della tolleranza culturale,
salvare quel che può essere salvato, e accantonare i sogni di una trasformazione sociale più radicale. E il sogno europeo capitalista e liberaldemocratico? Non possiamo sapere con esattezza che cosa attende l’Ucraina all’interno della Ue, a partire dalle misure di austerity.
Possiamo immaginare uno scambio di battute tra un ucraino critico e un amministratore finanziario dell’Unione Europea. L’ucraino si lamenta: «Il panico che c’è qui in Ucraina ha due ragioni. La prima è che abbiamo paura che l’Unione Europea ci abbandoni alle pressioni russe e che lasci colare a picco la nostra economia…». Il funzionario europeo lo interrompe: «Ma potete fidarvi di noi, non vi abbandoneremo, vi controlleremo rigorosamente e vi consiglieremo cosa fare!». «Beh», risponde l’ucraino con calma, «questa è la seconda ragione».
Perciò sì, i manifestanti di Majdan sono stati eroi, ma la vera battaglia comincia ora, la battaglia per cosa diventerà la nuova Ucraina, e sarà una battaglia molto più difficile di quella contro l’intervento di Putin. La questione non è se nella Ue; la questione è se l’Europa di oggi è degna delle aspirazioni profonde degli ucraini. Se l’Ucraina finirà per essere un miscuglio di fondamentalismo etnico e capitalismo liberista, con gli oligarchi che muovono i fili, sarà europea quanto lo è oggi la Russia (o l’Ungheria). I commentatori politici hanno detto che la Ue non ha sostenuto abbastanza l’Ucraina nel conflitto con la Russia, che la risposta all’occupazione e all’annessione della Crimea è stata titubante. Ma soprattutto l’Europa non ha offerto all’Ucraina una strategia praticabile per uscire dall’impasse socioeconomica in cui è finita. Per fare una cosa del genere, l’Europa dovrebbe prima trasformare se stessa e tornare a dichiarare il proprio impegno per l’essenza emancipatrice del suo retaggio.
Nei suoi Appunti per una definizione della cultura, il grande conservatore T.S. Eliot osservava che ci sono momenti in cui l’unica scelta è tra settarismo e assenza di fede, in cui l’unico modo per tenere viva una religione è operare uno scisma settario dal suo cadavere principale. È la sola possibilità che abbiamo oggi: solo attraverso uno “scisma settario” dal cadavere in putrefazione della vecchia Europa potremo mantenere viva la tradizione europea dell’égaliberté. Uno scisma simile potrebbe mettere in crisi le premesse che tendiamo ad accettare come il nostro destino, come dati non negoziabili della nostra condizione, il fenomeno di solito designato col termine di Nuovo ordine mondiale, e la necessità di adeguarci a esso attraverso la “modernizzazione”. Per dirla in maniera cruda, se il Nuovo ordine mondiale emergente è il destino non negoziabile per tutti noi, allora l’Europa è perduta: e dunque, l’unica soluzione per l’Europa è assumersi il rischio e rompere l’incantesimo del nostro destino. Solo in questa nuova Europa, l’Ucraina potrebbe trovare il suo posto. Non sono gli ucraini che devono imparare dall’Europa: è l’Europa che deve imparare a far proprio il sogno che ha animato i manifestanti di Maidan.
Quale messaggio riceveranno gli ucraini dalle prossime elezioni europee?
( Traduzione di Fabio Galimberti)

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One Response to L’Europa che vogliamo. Un messaggio per Kiev

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