Nasce il primo database dei conflitti ambientali, 1000 casi mappati in tutto il mondo

Nasce il primo database dei conflitti ambientali, 1000 casi mappati in tutto il mondo

Il Delta del Niger è una delle regioni africane più ricche di petrolio. Si trova nel sud-est della Nigeria, dove sono accorse le maggiori multinazionali dell’oro nero: Shell, Exxon Mobil, Chevron Texaco, Total Fina Elf, Eni. Per permettere l’estrazione sono stati espropriati terreni e distrutte coltivazioni di sussistenza, accentuando le contese tra le comunità presenti sul territorio. L’attività industriale ha inquinato l’acqua e il terreno, contribuendo alla diffusione di malattie. Da anni le comunità locali continuano a opporsi alle compagnie petrolifere, chiedono bonifiche, risarcimenti e una più equa distribuzione dei proventi dell’estrazione.

Il Delta del Niger è una terra irrimediabilmente stravolta e deturpata. Ed è solo una delle tante. Solo uno dei tanti casi che esistono in tutto il mondo e che hanno caratteristiche molto simili. Origini comuni: privazione di risorse e inquinamento. Attori comuni: grandi aziende, stati e comunità generalmente sottosviluppate. Razioni comuni: la ribellione, la richiesta di giustizia, a volte l’alternativa. Sono storie di violazione dei diritti, di sopruso e di conflitto. E il fatto che quella nigeriana sia una delle più note, già dice molto: la maggior parte sono pressocché sconosciute o ignorate, anche dai media. Le informazioni sono poche o scarsamente sistematizzate. E i casi, come abbiamo detto, sono tanti che è difficile metterli insieme ad aver presenti le dimensioni di un fenomeno mondiale, quello dei conflitti ambientali. O almeno, così è stato fino ad oggi.

La rete Ejolt (Enironmental justice, organizations, liabilities and trade) ha appena presentato a Bruxelles il suo “Atlante Globale sulla Giustizia Ambientale”. Un progetto finanziato dall’Unione Europea, che ha riunito più di 100 studiosi provenienti da 23 diverse università, organizzazioni per la giustizia ambientale di 18 paesi e decine di collaboratori indipendenti da tutto il mondo. Il risultato finale è “una piattaforma di mappatura online, con una veste grafica interattiva che descrive dettagliatamente lo sviluppo di più di 1.000 casi di conflitto ambientale, visualizzabili direttamente sulla mappa”.

Gli utenti possono filtrare le informazioni in base a diversi criteri e fare ricerche mirate per materie prime, aziende, paesi e tipi di conflitto. Si può cliccare su un punto qualsiasi della mappa per conoscere gli attori coinvolti e la descrizione del conflitto con le fonti bibliografiche. E le mappe create attraverso i filtri di ricerca possono essere anche condivise su pagine Web o social network.

Come nel Delta del Niger, in tutto il mondo esistono comunità che lottano per difendere le loro terre, aria, acqua e risorse da progetti minerari, grandi dighe, piantagioni, fracking, gas flaring, inceneritori. Secondo il coordinatore del progetto Joan Martinez-Alier, dell’Universitat Autònoma de Barcelona «i conflitti ambientali stanno dilagando nel mondo, dovuti al progressivo aumento di richiesta di materie prime. Le più afflitte sono le comunità povere, emarginate e indigene che non hanno un potere politico tale da garantire giustizia ambientale e accesso alle cure sanitarie».

Più di 2.000 imprese e istituzioni finanziarie sono coinvolte in questi processi, inclusi molti attori statali e aziendali dei Paesi sviluppati, con crescente partecipazione da parte delle economie emergenti. Come hanno dichiarato gli esponenti di Ejolt, la mappa evidenzia casi di impunità delle aziende per i crimini ambientali e il fatto che l’80% dei casi comporta la perdita di essenziali mezzi di sussistenza. Ma anche che il 17% dei casi presenti sulla mappa possono essere considerate vittorie per le comunità in lotta. L ‘atlante mira a rendere più visibile tutte questa realtà, mostrando le responsabilità delle imprese (e degli stati) per le ingiustizie inflitte attraverso alcune delle loro attività.

In Italia i casi più noti e recenti di conflitti ambientali, ancora irrisolti, sono la Terra dei Fuochi e l’inquinamento di Taranto. Nella mappa di Ejolt ancora mancano, ma c’è una realtà italiana che ha partecipato al lavoro fin ora svolto e che sta realizzando una mappa analoga, interamente dedicata ai casi italiani. E’ il CDCA – Centro di documentazione sui conflitti ambientali, che dal 2007 è impegnato nella mappatura mondiale. “L’atlante è uno strumento fondamentale, che abbiamo intenzione di replicare anche in Italia, utile ai comitati territoriali in mobilitazione per conoscere esperienze analoghe alle proprie ed costruire sinergie, ma non solo” afferma Marica Di Pierri, presidente del CDCA. “Le metodologie di mappatura dal basso e la ricerca indipendente riempiono anche un vuoto dovuto all’assenza di monitoraggi degli enti competenti e, spesso, al disinteresse delle istituzioni, e possono fornire database di informazioni disponibili per chiunque, a cominciare dai giornalisti e dai politici”.


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