Il Pd si spacca sul Jobs Act di Renzi

La sinistra del partito contesta il Jobs Act e allo stato attuale mancano i voti per farlo passare. Rischio bocciatura immediata in commissione. Vertice tra il capogruppo Speranza e il ministro Poletti

GOFFREDO DE MARCHIS, la Repubblica redazione • 28/3/2014 • Copertina, Lavoro, economia & finanza, Politica & Istituzioni • 1481 Viste

Stavolta il Partito democratico può davvero implodere. Lo ha spiegato il capogruppo alla Camera Roberto Speranza al ministro Giuliano Poletti in un lungo incontro a quattr’occhi lunedì pomeriggio. «I numeri non ci sono e non funzionerà il metodo che abbiamo usato per l’Italicum o per altri provvedimenti. Viene Renzi all’assemblea 24 ore prima del voto decisivo e sistema le cose. Dobbiamo preparare il terreno », ha avvertito Speranza. Il titolare del Welfare ha preso atto, ha accettato la richiesta di un confronto con il gruppo parlamentare
mercoledì prossimo. In largo anticipo rispetto al momento in cui Montecitorio comincerà l’esame del decreto lavoro previsto intorno alla metà di aprile. Così sarà più semplice affrontare la bufera. «Ma non metterò in discussione le scelte strategiche del testo», è la linea di Poletti, sposata da Renzi che lo considera, per ora, il miglior ministro del suo governo.
Già nella commissione Lavoro, il primo provvedimento dell’esecutivo rischia di andare incontro al naufragio. Gli esponenti della minoranza del Pd, uniti a Sel, M5s, alla forzista Renata Polverini rappresentano la forza maggiore in quella sede. Si cerca di correre ai ripari, ma le mosse a disposizione sono poche. In tutta fretta è stata spostata dalla commissione Trasporti a quella Lavoro Alessia Rotta, giornalista veronese, eletta grazie alle primarie, non renziana della prima ora ma elettrice del segretario. Per riequilibrare i pesi e lavorare a un’ipotesi di mediazione. Il presidente della commissione è Cesare Damiano, ex ministro, cuperliano, legatissimo alla Cgil. Il grande timore del premier è che sul decreto Lavoro si possa consumare lo scontro finale tra lui e Susanna Camusso. Non nelle sedi del confronto tra le parti sociali, ma in Parlamento grazie ai deputati che sono più legati al sindacato di Corso d’Italia. «La minoranza Pd non conta granché – spiega Paolo Gentiloni – ma la Cgil conta, eccome». Come dire che qualcuno al Camera potrebbe rappresentarne i (legittimi) interessi.
Nell’assembela di ieri, Damiano è stato netto: «La posizione di Poletti è inaccettabile. Non può dire che il provvedimento non va stravolto». Duri anche gli interventi di Maria Luisa Gnecchi e Monica Gregori. Qualcuno ha evocato la manina di Confindustria nel testo licenziato da Poletti, ossia l’accusa più pesante per un ex comunista come Poletti: intelligenza con il “nemico”. Ma il problema esiste e non solo per i deputati della minoranza. Elisa Simoni, cuperliana e ex assessore di Renzi alla Provincia, si è proposta come pontiere chiedendo al gruppo di individuare solo interventi mirati: sull’apprendistato e sul rinnovo dei contratti, magari abbassando il periodo di “prova” a 24 mesi da 36. Anche di questo hanno discusso lunedì Poletti e Speranza. Con un’apertura del ministro, che in verità sembra programmata da tempo. Nel decreto è stato scritto 8 rinnovi per avere margini di trattativa e scendere a un numero inferiore, secondo alcune versioni. Alessia Rotta però mette in guardia: «Le modifiche sono possibili, ma non va cambiato l’impianto della riforma».
Su questo terreno minato si muove il Pd. E più di uno è pronto a scommettere che l’assemblea di mercoledì sarà l’occasione per una resa dei conti nel Pd. Con una parte da protagonista recitata, in maniera indiretta, dalla Cgil. È quello che vuole evitare Speranza: «Poletti difende l’idea strategica del decreto però considera assolutamente giusto un miglioramento delle Camere. Non per niente gli ho chiesto di venire e spiegare e lui ha subito accettato». Non è un provvedimento a scatola chiusa, ma Renzi s’impunterà contro slittamenti o rinvii. La minoranza del Pd infatti si chiede a che serve il decreto se nelle prossime settimane si cercherà di costruire una legge delega per il contratto unico. Ma questa sovrapposizione non viene presa in considerazione da Palazzo Chigi. «Nessuno stop, dobbiamo andare avanti. E dare una prima risposta al problema dell’occupazione», ha fatto sapere il premier. Sono due corsie separate e tali devono rimanere.

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