Putin: «Proteggeremo i russi anche a costo di invadere l’Ucraina»

E aggiunge: al momento non è necessario. Testato missile balistico

Giuseppe Sarcina, Corriere della Sera redazione • 5/3/2014 • Copertina, Internazionale • 536 Viste

DONETSK — La piazza filorussa di Donetsk lo ha capito subito ascoltando le prime parole del presidente Vladimir Putin. La controrivoluzione è rinviata. Il Palazzo del governo locale resta occupato, la bandiera di Mosca rimane sul pennone più alto, il grido è sempre lo stesso: «Rassia, Rassia». Insomma non si smobilita, non si lascia via libera «ai fascisti di Kiev».
Ora, però, bisogna aspettare, perché Putin si prepara al negoziato. Sul tavolo appoggerà non una pistola, bensì il Kalashnikov (carico) delle unità d’assalto schierate in Crimea. Questo è il messaggio che il leader russo ha inviato a Kiev e all’Occidente intero con una conferenza stampa convocata a sorpresa ieri nella sua residenza privata appena fuori Mosca.
Il numero uno del Cremlino ha toccato il picco di ambiguità. In mattinata faceva sapere di aver ordinato ai 90 Mig e agli 880 carri armati mobilitati alla frontiera est dell’Ucraina di tornare nelle basi entro il 7 marzo, interrompendo l’esercitazione militare straordinaria cominciata il 26 febbraio. In serata, invece, il ministero della Difesa annunciava che era stato eseguito con successo il lancio-test di un missile intercontinentale capace di trasportare testate nucleari a lunghissimo raggio.
Poi, davanti ai giornalisti, Putin ripeteva che la Russia considera ancora valida la richiesta di aiuto avanzata «dall’unico presidente legittimo dell’Ucraina, Viktor Yanukovich». Quindi il colpo di freno: «Il ricorso alla forza sarebbe legittimo, ma la ritengo l’ultima risorsa». C’è spazio, dunque, per trattare, questo è il passaggio chiave.
Anche se il leader di Mosca non rinuncia alle provocazioni, come questa: «Gli uomini armati che stanno proteggendo i nostri interessi in Crimea non sono russi, ma formazioni di autodifesa locale. Ci sono molte divise che si somigliano». Probabilmente non vuole perdere il vantaggio negoziale che ritiene di aver acquisito spedendo le truppe.
Per lo stesso motivo ostenta indifferenza rispetto al boicottaggio del G8 di Sochi da parte degli americani e dei Paesi europei. «Sarebbe un peccato, perché si perdono una grande accoglienza, ma se non vogliono venire, non vengano».
Più insidioso il versante economico. Due giorni fa la Borsa di Mosca è crollata del 10%, mentre ieri la fine delle manovre militari è stata accolta con un recupero delle quotazioni locali (più 5%) e sui listini mondiali.
In mattina Sergej Glaziev, consigliere economico del Cremlino ha annunciato che la Russia potrebbe sostituire il dollaro come moneta di scambio, varando un sistema alternativo. Un’ipotesi poi smentita, ma intanto anche questo tarlo è al lavoro. Sulle sanzioni, Putin, prova a essere ancora più sbrigativo: «Dico ai Paesi che ci stanno pensando di fare attenzione, perché saremmo tutti danneggiati». Non a caso ieri mattina il New York Times segnalava che l’interscambio tra Usa e Russia è pari a 40 miliardi di dollari, mentre quello tra Mosca e l’Unione Europea è dieci volte superiore: 460 miliardi di dollari. Se poi si aggiunge che la Germania dipende per il 45% del suo fabbisogno di gas (l’Italia per il 35%) dalle pipeline russe, si capisce a chi si volesse riferire il leader del Cremlino. Attenzione europei, siete sicuri di poter sostenere il peso delle sanzioni contro di noi?
Ma questi mesi di furore ucraino impongono cautela. La strategia putiniana poggia sul richiamo costante al popolo filorusso dell’Est, da Sinferopoli a Kharkiv a Donetsk. In realtà da queste parti, almeno finora, non si sono viste le folle imponenti di Kiev. Ma il movimento pro-russi può crescere ancora intorno alla proposta di un referendum sull’autonomia. Questo potrebbe diventare un fronte di scontro politico-diplomatico cruciale. Val la pena allora tornare nella piazza del Governatorato di Donetsk, dove il leader del movimento Pavlo Hubarev ha già fatto del referendum il suo piedistallo. Duecento metri più in là, sotto la statua di Taras Sevcenko, poeta ed eroe nazionale, Andrey, 41 anni, muratore e simpatizzante di Kiev, spiega quale sarà il problema: «Quelli» e si volta verso il Governatorato, «vogliono far decidere solo i cittadini di questa regione. Ma sarebbe un voto truccato. Tutti gli ucraini hanno il diritto di decidere se il Paese si debba dividere oppure no».
Giuseppe Sarcina

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