Quella telefonata al Cavaliere: fanno saltare tutto, non c’è altra strada

Quella telefonata al Cavaliere: fanno saltare tutto, non c’è altra strada

Quella telefonata al Cavaliere: fanno saltare tutto, non c’è altra strada Il compromesso di Renzi per superare le resistenze tra i democratici ROMA — Matteo Renzi opta per un pragmatico realismo e spiega così ai suoi il via libera alla legge elettorale: «Con il voto segreto c’era il concreto rischio che impallinassero l’Italicum. Quindi dovevamo per forza fare questo cambiamento. Nel contempo non potevamo rompere con Berlusconi perché i patti vanno mantenuti, e ci siamo riusciti. L’importante è ottenere la riforma entro tempi certi, come ci siamo sempre detti: questo è un risultato che potremo presentare agli italiani. Il primo, a cui ne seguiranno altri».
L’abolizione del Senato, per esempio: «Quello è un risultato che vogliamo ottenere a tutti i costi: è una riforma che i cittadini comprendono, anche perché rappresenta una riduzione dei costi della politica». Ma questo è un obiettivo di lunga durata. C’è un altro traguardo da tagliare, già la settimana prossima, in Consiglio dei ministri: lo sblocco di 90 miliardi per i debiti della Pubblica amministrazione. Quella è una carta importante che Renzi getterà sul tavolo, subito dopo il passaggio della riforma elettorale: «Uno, due». Quindi toccherà al «Jobs act» su cui il presidente del Consiglio, Padoan, Poletti, Delrio e Lotti stanno lavorando in maniera indefessa. E al taglio dell’Irap.
Certo, la soluzione trovata sulla riforma elettorale non era quella auspicata dal premier. Ma Renzi ha dovuto prendere atto che non vi erano altre strade. Anche l’altro ieri notte, quando pensava di congelare per quindici-diciotto mesi la legge, e su questo aveva trovato l’accordo con Berlusconi e stava riuscendo a far cedere Alfano, si è reso conto che non era possibile intraprendere quella strada perché il gruppo parlamentare del Pd alla Camera non avrebbe accettato quel compromesso. È stato Roberto Speranza a spiegarglielo. Non c’era altro da fare. Bisognava per forza accettare l’emendamento D’Attorre, già emendamento Migliore, già emendamento… Sì, perché quella proposta di modifica non era un’invenzione della minoranza del Pd ma era stata presentata da diversi gruppi.
Con questo «escamotage», comunque, Renzi ha blindato il percorso della riforma. Come ha spiegato allo stesso Berlusconi nel corso di una telefonata in cui ha convinto il Cavaliere che non vi erano altre soluzioni praticabili: «Fanno saltare tutto e la nuova legge elettorale non si farà mai». E poiché al leader di Forza Italia conviene restare assiso al tavolo delle riforme, il presidente del Consiglio ha dovuto sì faticare, però non oltre ogni limite, a fargli capire che quell’accordo era meglio di niente.
Il compromesso non è piaciuto a tutti nel Pd. Nemmeno a una parte dei renziani. Paolo Gentiloni nella riunione del gruppo di Montecitorio l’ha definito senza troppi giri di parole «un colossale errore politico». Pippo Civati ha sparato a zero. Sandra Zampa non ha risparmiato critiche. Però ormai la via era tracciata. Il premier voleva incassare il risultato. E in fretta. D’altra parte, Renzi è convinto che presto la gente dimenticherà questo tira e molla sulla riforma elettorale, come le polemiche sui sottosegretari. «La gente — è il convincimento del presidente del Consiglio — non ricorda queste cose, ma solo quello che hanno fatto o non hanno fatto i governi. E perciò bisogna darsi da fare. E anche in fretta».
Di qui la sua tabella di marcia a ritmi più che serrati: sblocco fondi pubblica amministrazione, taglio dell’Irap, «Jobs act». Il tutto da completare prima delle Europee, possibilmente. E per questa ragione Padoan è impegnato in un durissimo e faticosissimo lavoro. Raccontano che il ministro dell’Economia sia rimasto impressionato per la velocità con cui il premier affronta le cose e l’intensità con cui persegue i suoi obiettivi, senza darsi tregua. Renzi non dà sosta nemmeno a lui.
Eppure la vulgata di ieri sera, alla Camera, era che il premier avesse ceduto troppo al Nuovo centrodestra, che avesse accontentato Alfano per l’ennesima volta. Ma i renziani, che conoscono bene il loro leader, la vedono in un altro modo: «In realtà Angelino continua ad avere paura perché teme che giochiamo di sponda con Berlusconi, il che lo terrorizza. E poi, diciamoci il vero: dopo il 25 maggio, quando si saprà il risultato elettorale del Ncd, quali pretese potrà più avere quel partito?».
Maria Teresa Meli


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