I soldati di Putin in Crimea Kiev: “Fermate subito l’invasione”

Soldati russi in Crimea. Obama: “Ci saranno conseguenze”. Chiuso lo spazio aereo. Blindati nelle strade di Simferopoli

redazione • 1/3/2014 • Copertina, Internazionale • 756 Viste

SIMFEROPOLI (Crimea) — Senza bandiere e senza mostrine, e senza incontrare alcuna resistenza, l’esercito russo ha invaso in poche ore una Crimea in gran parte desiderosa di staccarsi dall’Ucraina “ribelle”. Il governo appena eletto dalla rivoluzione di Kiev denuncia una aggressione armata della sua provincia autonoma sul Mar Nero. E fornisce i dettagli: 2000 tra fanti di Marina e paracadutisti arrivati dalle regioni della Russia meridionale a bordo di una decina di aerei da trasporto che li hanno scaricati insieme a vari mezzi blindati e munizioni nell’aeroporto militare russo Gvardeiskij a ridosso del capoluogo Sinferopoli.
Nella piazza della città occupata da due giorni dai fedelissimi di Mosca, soldati non se ne vedono. Alla base Gvardeiskij è tutto buio e si vedono solo pochi disarmati poliziotti ucraini di guardia, la gente ride della “ennesima provocazione dei fascisti della Majdan”. La Russia nega di aver mobilitato truppe ma le accuse che arrivano da Kiev sono troppo dettagliate per essere del tutto inventate. In un appello personale rivolto a Putin e pronunciato con voce tremante in diretta televisiva nazionale, il Presidente ad interim Turcinov gli ha chiesto di «fermare subito l’invasione». E ha citato un triste esempio che il mondo conosce bene, l’intervento in Georgia del 2008 quando furono i tank russi a risolvere quella che sembrava solo una complessa crisi diplomatica. Preoccupazione è stata espressa dal presidente Usa Barack Obama per «i movimenti di truppe russe» e ha aggiunto «che ci saranno conseguenze per ogni intervento in Ucraina, che sarebbe estremamente destabilizzante».
Lo spazio aereo su tutta la Crimea è stato chiuso, dopo il tentativo di atterraggio di quattro caccia dell’aviazione ucraina, respinto dalle autorità aeroportuali di Crimea ormai del tutto impermeabili alle richieste che arrivano dallo Stato centrale. Le linee telefoniche fisse sono crollate. Funzionano, e male, solo i cellulari che fanno roaming sulle compagnie russe.
Eppure, nei caffè e nei ristoranti che hanno riaperto dopo un solo giorno di disordini, i cittadini di Sinferopoli considerano le voci come un’esagerazione, una forzatura di quelli di Kiev per capovolgere una situazione che qui viene considerata già risolta.
L’unica cosa certa infatti è che da ieri mattina l’invasione, seppur camuffata, della penisola ad altissima concentrazione di abitanti di origine russa, sembrava già avviata su larga scala. Uomini armati che parlano russo, e hanno il passo tipico delle forze armate russe hanno preso il controllo ad una ad una di tutte le postazioni strategiche della penisola. Un’invasione in piena regola, solo senza divisa. Senza sparare un solo colpo, senza dare alcuna spiegazione, dicevano perfino izvinitie (scusate) a quelli che avevano un sobbalzo vedendoli arrivare sui loro blindati. Chi siete? «Siamo russi». Che state facendo? «Non siamo autorizzati a dirlo,
izvinitie ».
E così hanno circondato l’aeroporto del capoluogo, dove mercoledì avevano già “preso” il Parlamento. E poi quello di Belbelk alle porte della base navale russa di Sebastopoli, di cui probabilmente fanno parte. Hanno circondato le postazioni delle spaesate guardie di frontiera ucraine. Sono apparsi a pattugliare la sede della tv regionale. Hanno percorso avanti e indietro
su pesanti camion grigioverdi “Ural”, la strada tra le colline che videro le battaglie più sanguinose della Seconda guerra mondiale. Tengono d’occhio, armi in pugno, la baia di Balaklava che evoca sentimenti patriottici non meno gloriosi.
Indossano uniformi mimetiche senza mostrine, elmetti di una foggia non regolamentare, perfino il fucile non è il solito kalashnikov d’ordinanza. Potrebbero essere truppe del Gru, il servizio segreto militare specializzato in “azioni coperte e camuffate”. Ma la loro origine e il significato dello loro presenza è comunque scoperto e palese. Tanto da scatenare l’entusiasmo dei diecimila che presidiano da tre giorni le piazze di Crimea inneggiando all’aiuto di Mosca.
Se a Kiev si parla di guerra imminente e si alzano i toni drammatici qui la convinzione è di aver praticamente già vinto. Ed è in questo clima che ieri pomeriggo la maggioranza dei cittadini di Crimea aveva seguito in tv l’apparizione del presidente deposto Yanukovich. Da Rostov sul Don, ha tuonato contro la rivoluzione, negato ogni colpa, minimizzato le sue ricchezze. E giurato che lotterà fino alla fine per riportare l’ordine nel Paese.
Ma, almeno qui, non ha esaltato nessuno. «Poveretto», concedeva una sessantenne bionda che ostenta fieramente due decorazioni dell’Unione Sovietica su una giacca rosa. Ma è il massimo. Tutti hanno perso fiducia in un presidente che è sembrato ondivago, poco deciso, sempre impegnato a trattare con l’Europa e con Mosca contemporaneamente. «Tanto vale affidarci direttamente a Putin», dicono tutti.
E dal Cremlino arrivano segnali che esaltano ancora di più la piazza. Parte l’accelerazione per la consegna dei passaporti russi a tutti gli ucraini locali che ne facciano richiesta. E soprattutto viene subito concessa la cittadinanza ai Berkut, le micidiali forze di polizia di Yanukovich, adesso sciolte per ignominia dal nuovo governo di Kiev. Mossa incauta, forse, perché adesso i poliziotti meglio addestrati del Paese potrebbero confluire in massa dalla parte dei “russi”.
E il meglio, per la maggioranza russa di Crimea, potrebbe ancora venire. A Mosca infatti è cominciata, guarda caso proprio ieri, la discussione di una nuova legge che qui viene vista come la svolta tanto sognata. Prevede di semplificare le procedure per
l’annessione da parte della Russia «di una regione straniera che si sia espressa in tal senso con un referendum». E’ complicato da spiegare per strada ma qualcuno comincia già a fare i suoi calcoli. Irina, biondissima studentessa avvolta nel tricolore russo, guarda incantata gli armati senza mostrine e riassume: «Un bel voto senza disordini, e ce ne torniamo a casa».

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