Turchia, la rivolta è social La sfida dei “red hacker” contro Erdogan il censore

Parlano i ragazzi di Gezi Park: “Chiudono Twitter? E noi attacchiamo i siti del governo” Vigilia elettorale tra arresti e dimissioni di giornalisti

MARCO ANSALDO, la Repubblica redazione • 30/3/2014 • Copertina, Internazionale • 963 Viste

Al Gezi Park solo gli alberi sono rimasti in piedi. Non ci sono più bandiere, abbattuti i chioschi dove i giovani difendevano il verde e la laicità, smantellate le barricate con i nomi degli “eroi” caduti. A Istanbul, il simbolo della protesta contro il potere autoritario di Recep Tayyip Erdogan adesso è vuoto. Nel giorno del voto in Turchia, a 10 mesi esatti dalla rivolta che scosse un Paese intero portando milioni di persone a manifestare contro corruzione e integralismo, la piazza si è dispersa, ma si è ritrovata sul web.
Il premier ha chiuso Twitter e YouTube, minaccia gli altri social network ancora attivi che considera alla stregua di nemici in carne e ossa. Ma dal prato dei 600 alberi di noce salvati da una furia edilizia più che sospetta è nata una resistenza destinata a vendere cara la pelle. Radio, tv on-line, spettacoli teatrali, artisti di strada, manifesti corrosivi, giornali telematici, una serie di piattaforme antagoniste che faticano a restare a galla, eppure decise a sfidare l’ufficialità costituita.
Su Istiklal Caddesi, la via attraversata dal tramvai rosso, non lontana e divenuta a giugno un campo di battaglia, alcuni giovani passano di mano in mano un foglio clandestino che chiama alla lotta. L’anonimato è una regola, quando i rischi diventano concreti. «Il despota va verso la fine — dice un ragazzo riccioluto e determinato — il suo futuro è incerto. Ma quello che preoccupa, adesso, sono i suoi colpi di coda. Pericolosissimi. E per contrastare un impero mediatico che non dà respiro noi possiamo solo passare dalla strada al web. La nostra battaglia corre dunque sul filo della legalità. Alla guerra come alla guerra. Loro chiudono Twitter? Noi rispondiamo aggirando il sito di microblogging attivandolo via Google. Loro chiudono YouTube? Noi replichiamo attaccandoli frontalmente sui siti governativi. Un piano dove, se si vuole, possiamo essere più esperti e ben attrezzati».
E allora il nuovo campo di battaglia si fa digitale. Tv e giornali, in gran parte ormai controllati, passano in seconda fila. Così quando il governo finisce per oscurare i principali mezzi di connessione sociale, ecco scattare le difese e gli anticorpi informatici. Come quello del gruppo hacker RedHack, protagonista l’altro giorno di un attacco al sito dell’agenzia governativa delle telecomunicazioni Tib, autrice dei bando di You-Tube e Twitter. Tib si era occupata tecnicamente di bloccare i due social network. RedHack ha risposto cercando di far saltare le comunicazioni web del governo. Tentativo riuscito solo in parte, perché subito sono scattate le potenti protezioni adottate dallo Stato. Ma il confronto è solo all’inizio. E il Davide digitale ha ormai lanciato la sua fionda contro un Golia che nei disegni abbozzati visti sulle strade che portano al parco di Gezi ha le fattezze irrigidite del primo ministro turco. Contro il quale la piazza telematica, adesso, irride compatta.
Il nuovo fronte, tuttavia, non ha spazzato le vecchie forme di confronto. La caccia alle streghe non si è fermata. E a farne le spese sono soprattutto i giornalisti. In un solo giorno il direttore del quotidiano pro-Erdogan Haberturk, Fatih Altayli, si è dimesso dopo aver confessato alla CnnTurkche in Turchia «l’onore del giornalismo è stato calpestato» e che «ogni giorno ci cade addosso una pioggia di direttive». Quindi è stata la volta di un editorialista del quotidiano indipendente Taraf, Onder Aytac, addirittura arrestato, per aver dato, scrive l’agenzia semiufficiale Anadolu, «l’impressione durante una trasmissione televisiva di possedere informazioni » su chi avesse messo in rete la registrazione di una riunione ministeriale segreta sulla Siria.
Per strada, negli ultimi cortei l’opposizione avverte di possibili brogli. Piazza Taksim e Gezi Park, spogliato di tutto tranne che dei suoi alberi, restano vuoti. Ma per aria le antenne del web sono tutte in allerta.

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