Afghanistan, elezioni di sangue Uccisa Anja Niedringhaus, una fotoreporter tedesca,

Afghanistan, elezioni di sangue Uccisa Anja Niedringhaus, una fotoreporter tedesca,

KABUL — Se non le conosci non puoi capire perché diavolo andare a rischiare la vita su quelle montagne maledette. Non per ignoranza, non per superficialità, non per sottovalutazione del pericolo. Anzi, quando ieri mattina l’ufficiale della polizia afghana Naqibullah ha aperto il fuoco all’improvviso con il suo kalashnikov d’ordinanza gridando «Allah akbar» contro la loro scassata Toyota Corolla, Anja Niedringhaus e Kathy Gannon sapevano benissimo che proprio questo sarebbe potuto avvenire in ogni momento del loro lungo viaggio nelle regioni pashtun sul confine col Pakistan. Probabilmente nessuno meglio di loro, anche tra i reporter più inveterati della stampa internazionale, è consapevole del cosa significhi lavorare in zone di guerra, specialmente in Afghanistan. Eppure sono partite egualmente perché così si fa e così si è sempre fatto. Se vuoi fare vero giornalismo d’inchiesta devi andare a vedere, devi andare sul posto. Non basta Internet, non sono sufficienti i video, le immagini e le testimonianze diffuse ormai a iosa sulla Rete. Se poi sei un fotografo di prima linea, come era indubbiamente Anja, esserci è fondamentale, vitale.
Così sono andate nella provincia di Khost assieme al loro traduttore-autista locale e a un freelance per seguire il convoglio degli agenti afghani incaricato della consegna del materiale elettorale. Perché mai Khost, infestata dai talebani che sono decisi a boicottare nel sangue le elezioni di oggi e che hanno già dichiarato più volte a chiare lettere che attaccheranno tutti gli stranieri, specialmente gli occidentali e i giornalisti? La risposta è ovvia: proprio per questo motivo. Se vuoi valutare quanto vasta è la presa dei talebani sulla popolazione, se cerchi di documentare le zone d’ombra che pesano gravi sul futuro del Paese, Khost è il posto giusto. Loro sono le persone che potevano farlo. Anja, 48 anni, che è morta in pochi secondi crivellata da almeno otto proiettili alla testa e al torace, ha cominciato diciassettenne a lavorare come fotografa nella sua cittadina natale in Germania. Brava subito, nota poi per le sue immagini della guerra nella ex Jugoslavia, viene presa presto dall’Associated Press . L’album delle sue fotografie, i suoi due libri, i riconoscimenti internazionali, incluso il Pulitzer nel 2005 per il lavoro in Iraq, parlano da soli. Non servono presentazioni. A noi è sufficiente chiudere un attimo gli occhi per ricordarla ovunque sugli scenari dei conflitti più difficili dell’ultimo quarto di secolo. I territori palestinesi dell’Intifada, il Palestine Hotel di Bagdad, Nassiriya. Soprattutto Nassiriya, con quella sua foto della palazzina dei Carabinieri la notte dopo l’attentato del 12 novembre 2003: il luccichio giallognolo dei riflettori sulle macerie e il soldato italiano di guardia come impietrito dal dolore. E poi, ancora, il Libano sotto l’attacco israeliano del 2006, i bombardamenti di Gaza, le violenze delle «primavere arabe», il suo volto teso in Libia tra le esplosioni di Bengasi, Misurata, Sirte, Tripoli.
Anja era amica di Kathy, che ha 12 anni più di lei ed è la decana dei giornalisti che dalla metà degli anni Ottanta viaggiano tra Islamabad, Karachi, Kabul e Kandahar. E ha fatto bene ieri a fidarsi di lei, perché Kathy in Afghanistan conosce tutti. Negli anni Novanta si era conquistata la fiducia dei comandanti talebani. Canadese, parla pashtun, è una profonda conoscitrice delle Zone tribali, mantiene rapporti occasionali persino con Al Qaeda. Fu l’unica reporter occidentale a restare a Kabul dopo l’11 settembre 2001 sino all’attacco americano. Lo racconta nel suo libro: «I come Infedele: dalla Guerra santa al Terrorismo Santo». Una lavoratrice infaticabile, sa riconoscere subito i coraggiosi che lavorano con il suo stile. Per un trentennio è stata la colonna portante dell’Associated Press nella regione. Qualche anno fa ci raccontava quanto non fosse assolutamente pronta ad andare in pensione. Allora l’Associated Press le ha tolto le incombenze della cronaca, nominandola capo inviata. La sua esperienza è impagabile e lei a sessant’anni non è affatto disposta a restare a casa. Era inevitabile che venisse per questo appuntamento: le presidenziali che preparano l’Afghanistan dell’era post Isaf. No, non è dunque strano per nulla che ieri fosse assieme ad Anja. Poi la sorte ha voluto che Anja morisse, il suo corpo ha protetto l’altra. Kathy è ferita, sembra con due proiettili alle braccia e alle spalle. Il loro aggressore dopo l’attacco ha abbassato il mitra e si è lasciato arrestare senza resistere.
Lorenzo Cremonesi


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