Il “don” antimafia e la sua setta. Un romanzo discutibile che fa discutere

“I Buoni” di Luca Rastello racconta di un’organizzazione di volontariato guidata da un prete di grande tempra e carisma, icona di una diversità morale che, dietro le quinte, è il suo rovescio. Un libro cattivo, soprattutto letterariamente

Guido Moltedo, Europa quotidiano redazione • 3/4/2014 • Copertina, Welfare & Politiche sociali • 1019 Viste

“I Buoni” del recente romanzo di Luca Rastello (Chiarelettere, 14 euro) sono e sanno essere solo cattivi. La loro bontà? Solo una maschera. Un altruismo torbido che stinge al male. Può essere – nella fattispecie – che sia proprio così, dal momento che l’organizzazione descritta nel libro, che ruota intorno al capo carismatico, un prete, il protagonista della trama, ha i tratti tipici di una setta, dalla sudditanza indefettibile e indiscutibile al leader fino alla rivalità e competizione tra capetti e capette per l’attenzione di “lui”; dalle bassezze crudeli che non t’aspetteresti ai veri e propri maltrattamenti dell’adepto che non sta al suo posto; dalla retorica delle regole rigide al disinvolto e arbitrario ricorso a pratiche irregolari. E così via, il tutto avvolto da un senso di superiorità morale rispetto al resto del mondo.
Potrebbe trattarsi di un fenomeno tipo Scientology, o di un gruppo mormone, di una comunità politica settaria e autoreferenziale, ma qui si descrive un’articolata associazione di volontariato con una proiezione tutta esterna, una rete diffusa di ong che si batte contro mafia, narcotraffico, traffici legati all’immigrazione clandestina, nuove e vecchie forme di degrado, anche creando originali opportunità d’impresa e d’occupazione. Un’associazione, insomma, a fin di bene, con un alto profilo sociale, riconosciuto e apprezzato.
urlNel libro, quel bene, la sua composizione chimica, non è “analizzato”, non è elaborato, come ci si aspetta da un romanzo (qui è usata l’accetta di una cattiva inchiesta giornalistica). È dentro un mondo senza gradazioni e contrasti di colore, raccontato di malavoglia e con malanimo. Perché ai buoni che lo popolano è assegnata la parte di essere, senza sfumature, l’opposto di quel che proclamano di essere.
Ed è un errore narrativo che banalizza l’intera operazione. Il capitale di bene, su cui si fonda e cresce una siffatta comunità, avrebbe meritato di essere raccontato e scavato nei suoi aspetti più autentici, così come nei suoi chiaroscuri seduttivi e/o inquietanti. Avrebbe dovuto venir fuori dai personaggi. I protagonisti, i comprimari e le comparse. Avrebbero dovuto essere loro i caratteri narranti complessi e irrisolti di una difficile e interminabile partita tra il bene e il male, in tutte le loro gradazioni e varianti, quando hai a che fare tutti i giorni con i mali del mondo. Una partita che – nella realtà reale – è vinta dal bene, se non altro perché “l’inganno” non basterebbe a far durare a lungo un’associazione di questo tipo in continua interazione col mondo esterno.
Nella finzione letteraria, l’evidente forzatura proposta da Rastello, che mette l’accento unicamente sugli aspetti autoreferenziali dell’organizzazione, avrebbe funzionato se fosse riuscita a descrivere umanamente – non in modo giudicante e petulante – gli indicibili processi umani (appunto) tipici di qualsiasi comunità guidata da un “capo” riconosciuto. Non basta, da solo, il leaderismo astuto, narcisista, cinico, assoluto di don Silvano per spiegare il fenomeno narrato da Rastello.
Già, don Silvano. È il personaggio che rende l’intera costruzione narrativa fondata sulla sabbia. È carismatico, ma dov’è, cos’è il suo carisma? È un personaggio rispettato, considerato, amato, dentro e fuori? Su che cosa si basa una tale stima? E come “agisce” sugli altri, che cosa muove negli altri la sua riconosciuta forza coinvolgente e persuasiva? L’autore non la descrive e la offre al lettore come un dato già acquisito, e la presenta solo come capacità manipolativa. Un impostore.
Don Silvano è un prete. A parte certe omelie “politiche”, non c’è traccia nelle pagine di una sua predica, di come predica, di come vive il Vangelo, di come egli è, proprio in quanto prete. Ci crede nella sua “missione” quando, per esempio, dice messa, dà i sacramenti, spiega le Scritture? Come gioca l’essere sacerdote nei suoi dilemmi, e ha un peso nella comunità di cui è leader? La religione è parte della chimica della comunità? Se non lo è, perché non lo è, o come influisce il suo esserci e non esserci? Don Silvano è un personaggio senza spessore nella sua calcolata recitazione del falso buono.
Nella galleria delle cronache e della finzione di questi anni abbiamo visto ogni tipo di prete, con connotati che spesso sovrastano il loro essere sacerdoti, fino quasi a farli apparire senza Dio. Questo don Silvano non si sa che prete sia. La sua religiosità, la sua fede semplicemente non è raccontata. Se c’è una figura reale dietro quella di don Silvano, deve trattarsi di un sacerdote che avrebbe potuto fare disinvoltamente tutt’altro mestiere, totalmente laico, il capo politico, il manager, l’organizzatore. Eppure è proprio dei preti impegnati nella società, dei preti alla don Silvano, proporsi ed essere considerate figure autentiche nella loro fede, molto forti e solide eppure esposte alla debolezza e all’errore o (direbbe un credente) al peccato, come tutti: personaggi irregolari, molto umani, e proprio per questo capaci di essere ascoltati anche da chi non crede. Don Silvano, invece, lo definiscono un santo, i suoi adepti. Ma perché così i suoi peccati diventano imperdonabili, e consentono al lettore di demonizzarlo, come pretende l’autore. Eppure, proprio i suoi errori, anche grandi, avrebbero permesso a Rastello una descrizione più umana, più stratificata, più plausibile del personaggio centrale del romanzo.
C’è dunque una debolezza davvero strutturale ne “I Buoni”, una fragilità resa evidente dall’assenza di profondità e sfaccettature nei ritratti. È tutto un bianco e nero animoso e sospettoso, un paesaggio arido, senza un filo d’ombra. La trama risulta complessa e faticosa, in molte pagine inutilmente complicata e disordinata, spesso ci si perde. Anche per via di una prosa che alterna brani nervosi, concitati e ostentatamente “sporchi” a costruzioni involute e oscure, esibizioni di “bravura” narcisistica e inautentica, tipiche del giornalista che s’avventura nella dimensione letteraria.
Il filo narrativo è tenuto da Aza, diminutivo di Azalea (don Silvano la chiama Lea), una giovane che ha letteralmente vissuto nelle fogne di Bucarest e che, arrivata in Italia, dopo peripezie nelle pieghe del degrado, cerca il suo riscatto. È accolta nell’associazione “i Piedi”, dove fa convulsamente e rapidamente carriera, e nel frattempo il lettore apprende di fondi occulti e comportamenti a dir poco antisindacali, dipendenti sottopagati quando non pagati affatto, bersaglio di pressioni e ricatti morali, pratiche di mobbing, specchio proprio di quei comportamenti che don Silvano denuncia dai palchi nel suo incessante, frenetico attivismo oratorio.
Nel doppiomoralismo di quel mondo come potevano mancare le signore bene progressiste dolcemente spietate con le loro collaboratici straniere, i datori di lavoro illuminati ma non con i loro dipendenti, insomma, l’Italia dei firmatari d’appelli di professione e, un tempo, dei girotondi giustizialisti? D’accordo, non sono simpatici, ma non se ne è già parlato abbastanza?

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