Kerry: senza accordo di pace Israele “Stato di apartheid”

Negoziati. Il Segretario di stato Usa John Kerry ha fatto queste dichiarazioni alla vigilia della scadenza, senza alcun risultato, dei nove mesi di trattative bilaterali

Michele Giorgio, il manifesto redazione • 29/4/2014 • Copertina, Guerre, Armi & Terrorismi, Internazionale • 975 Viste

John Kerry ora con­di­vide il con­te­nuto di “Pale­stine, Peace not Apar­theid”, il libro dell’ex pre­si­dente Usa Jimmy Car­ter pub­bli­cato qual­che anno fa tra pole­mi­che roventi? Forse. Comun­que sia, men­tre oggi si con­clu­dono senza alcun risul­tato i nove mesi di trat­ta­tive israelo-palestinesi, il Segre­ta­rio di stato ame­ri­cano si è con­vinto che, se nel pros­simo futuro le due parti non tro­ve­ranno un accordo per la for­mula dei due Stati, Israele rischia di diven­tare “uno Stato di apar­theid” (già lo è, sosten­gono da tempo i pale­sti­nesi). Lo scrive il The Daily Beast — popo­lare sito sta­tu­ni­tense di infor­ma­zione ed opi­nioni, gui­dato da Tina Brown, ex edi­trice di Vanity Fair e The New Yor­ker – che rife­ri­sce di un inter­vento di Kerry al mee­ting della “Tri­la­te­ral Com­mis­sion”, il gruppo di stu­dio che pro­muove la coo­pe­ra­zione tra Nord Ame­rica, Europa e Asia. Israele, se non saprà sepa­rarsi dai pale­sti­nesi, avrebbe spie­gato il capo della diplo­ma­zia Usa, «rischia di dar vita ad uno Stato di apar­theid, con cit­ta­dini di seconda classe». Kerry — scrive ancora Daily Beast — ha anti­ci­pato che a un certo punto gli Stati Uniti potreb­bero sot­to­porre alle parti un pro­prio piano di pace, da pren­dere o lasciare.

Rive­la­zioni del The Daily Beast a parte, gli Stati Uniti sanno bene cosa accade sul ter­reno. Ciò rende ancora più pesanti le respon­sa­bi­lità di Washing­ton. In par­ti­co­lare dell’Amministrazione Obama che prima ha lasciato intra­ve­dere l’avvio di una poli­tica Usa in Medio Oriente in parte diversa da quella del pas­sato e poi si è ade­guata all’abituale linea di appog­gio quasi totale agli alleati israe­liani. Nono­stante i “con­tra­sti” tra Neta­nyahu e Barack Obama ripor­tati e ana­liz­zati per anni dalla stampa israe­liana e sta­tu­ni­tense. Senza un arbi­tro real­mente impar­ziale sarà impos­si­bile sol­tanto imma­gi­nare una solu­zione al con­flitto israelo-palestinese. Senza l’applicazione della legge inter­na­zio­nale il qua­dro non potrà che peg­gio­rare, per i pale­sti­nesi natu­ral­mente. La distanza tra le parti è enorme e il più forte, il governo israe­liano, detta le sue con­di­zioni al più debole.

Gli ultimi giorni sono stati par­ti­co­lar­mente roventi. Ormai tutto è pie­gato alle esi­genze dello scon­tro poli­tico. Il pre­mier israe­liano Neta­nyahu ha bol­lato come una «mossa pro­pa­gan­di­stica», tesa solo a «col­pire l’opinione pub­blica inter­na­zio­nale», l’importante dichia­ra­zione fatta dome­nica dal pre­si­dente pale­sti­nese Abu Mazen sull’Olocausto: «Il cri­mine più odioso con­tro l’umanità nell’era moderna», ha detto a poche ore dall’inizio in Israele delle com­me­mo­ra­zioni per il Giorno della Shoah. Il lea­der pale­sti­nese ha espresso soli­da­rietà alle fami­glie degli ebrei e di tutti gli altri uccisi dai nazi­sti, aggiun­gendo che l’Olocausto «rap­pre­senta il con­cetto di discri­mi­na­zione etnica e raz­ziale che i pale­sti­nesi respin­gono con forza e con­tro cui si bat­tono». «Il popolo pale­sti­nese sta sof­frendo per l’ingiustizia, l’oppressione e la nega­zione di pace e libertà. Siamo i primi – ha spie­gato Abu Mazen – a chie­dere di rimuo­vere l’ingiustizia e il raz­zi­smo». Per que­sto, ha aggiunto, «chia­miamo il governo israe­liano a cogliere l’attuale occa­sione per con­clu­dere una pace basata sulla visione di due Popoli due Stati».

A que­ste parole Neta­nyahu ha rea­gito accu­sando Abu Mazen di aver rag­giunto nei giorni scorsi un accordo di ricon­ci­lia­zione con il movi­mento isla­mico Hamas, che, ha detto il pre­mier israe­liano, «intende distrug­gere Israele». Ha quindi riba­dito, in un’intervista alla Cnn, che Israele non par­te­ci­perà a nego­ziati con un governo pale­sti­nese appog­giato dagli isla­mi­sti. Hamas, ha con­cluso Neta­nyahu, dovrà rico­no­scere lo Stato ebraico se i pale­sti­nesi vor­ranno ripren­dere le trat­ta­tive che Israele ha inter­rotto dopo l’accordo per la for­ma­zione di un governo di con­senso nazio­nale tra Fatah, il par­tito di Abu Mazen, e il movi­mento isla­mico. In Israele però non tutti con­di­vi­dono l’interpretazione solo poli­tica che Neta­nyahu vuole dare alla con­danna dell’Olocausto fatta dal lea­der pale­sti­nese. Efraim Zuroff, del Cen­tro Wie­sen­thal, ha accolto con sod­di­sfa­zione le dichia­ra­zioni di Abu Mazen, altret­tanto ha fatto lo scrit­tore David Grossman.

Intanto il Comi­tato cen­trale dell’Olp ha annun­ciato che lo Stato di Pale­stina ade­rirà ad altri 60 trat­tati ed isti­tu­zioni inter­na­zio­nali (dopo la Quarta Con­ven­zione di Gine­vra e ad altri 14 trat­tati delle Nazioni Unite). L’Olp inol­tre con­di­ziona la ripresa delle trat­ta­tive con Israele al rico­no­sci­mento da parte del governo Neta­nyahu dei “con­fini del 1967?, al blocco dell’espansione delle colo­nie e al rila­scio (con­cor­dato in pre­ce­denza) di decine dete­nuti palestinesi.

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