Il partito della crisi è di estrema destra

Europa e destra. I francesi del Fn e il Fpo austriaco, gli olandesi di Wilders e la britannica Ukip, la nuova alleanza fiamminga e i veri finlandesi. A tenerli insieme il no a euro e immigrati, e il patriottismo economico

Guido Caldiron, il manifesto redazione • 11/4/2014 • Copertina, Europa, Politica & Istituzioni • 573 Viste

crush.php_«Il par­tito della vita vera». Così Marine Le Pen defi­ni­sce il suo Front Natio­nal, movi­mento che ha più di un titolo per essere con­si­de­rato l’esempio di mag­gior suc­cesso della pro­po­sta poli­tica incar­nata dalla destra popu­li­sta in Europa. Nell’espressione «la vita vera», la lea­der fron­ti­sta sin­te­tizza infatti l’insieme di quelle tema­ti­che che indi­che­reb­bero il cre­scente scol­la­mento tra le élite poli­ti­che e il resto della popo­la­zione. Scol­la­mento su cui i popu­li­sti hanno pun­tato tutto.
Lo schema pro­po­sto è sem­plice, esprime una visione del mondo lineare, quasi una nuova ideo­lo­gia. Da una parte c’è «la gente comune», i lavo­ra­tori, le pic­cole e medie imprese, la «patria», o se si pre­fe­ri­sce lo Stato-nazione, le vec­chie monete nazio­nali, l’identità e la tra­di­zione con­si­de­rate come l’ultima chance per poter decli­nare ancora un caldo e con­so­lante “noi”; dall’altra ci sono le élite, nazio­nali ed inter­na­zio­nali, l’Euro, l’Unione euro­pea, le mul­ti­na­zio­nali che delo­ca­liz­zano all’estero o sem­pli­ce­mente chiu­dono le aziende per get­tarsi nell’economia finan­zia­ria, «l’immigrazione di massa» e «l’islamizzazione» che cam­biano il volto di quar­tieri e città, la glo­ba­liz­za­zione.
La dico­to­mia è secca, foto­gra­fata pla­sti­ca­mente, tran­quil­liz­zante nel suo estremo sche­ma­ti­smo e in grado di sedurre, spe­cie i più deboli, per­ché con­trap­pone ciò che si cono­sce del pas­sato a un pre­sente incerto e a un futuro pre­sen­tato come un buco nero da cui non ci si potrà sal­vare. A chi abita la vita vera, quella che dalla loro torre d’avorio le élite non vogliono vedere, o forse non sono più nem­meno in grado di per­ce­pire, fatta di disoc­cu­pa­zione e di impo­ve­ri­mento, di paura e insof­fe­renza verso tutto ciò che è diverso o stra­niero, di soli­tu­dine e smar­ri­mento anche emo­tivo, la destra popu­li­sta offre rispo­ste magi­che, ma appa­ren­te­mente effi­caci, in ogni caso nette.

Il cata­logo è pre­sto fatto e pre­vede l’abbandono della moneta unica euro­pea, quando non l’uscita tout court dalla Ue, il «patriot­ti­smo eco­no­mico» decli­nato alle fron­tiere nella forma dei dazi da imporre alle merci stra­niere e, nella società, attra­verso la pre­fe­renza nazio­nale, ovvero la prio­rità in mate­ria di lavoro e ser­vizi sociali da riser­varsi ai locali sugli stra­nieri, il blocco totale dell’immigrazione o la sua ride­fi­ni­zione in ter­mini di quote, sul modello di quanto pro­po­sto nei mesi scorsi dal vit­to­rioso refe­ren­dum soste­nuto dalla destra popu­li­sta dell’Udc in Sviz­zera.
Que­ste, in estrema sin­tesi, le con­di­zioni evo­cate per tor­nare al benes­sere di «prima»: un prima che indica sia l’epoca ante­ce­dente alla crisi glo­bale che una sorta di pas­sato mitico, una sta­gione di sere­nità e fidu­cia nel futuro che spesso viene fatta coin­ci­dere con il «quando ci sen­ti­vamo padroni a casa nostra», prima cioè che la società diven­tasse più arti­co­lata e com­po­sita anche per l’arrivo di molti lavo­ra­tori immi­grati. Ad esem­pio la «Mar­si­glia di un tempo, dove si viveva tran­quil­la­mente», per dirla con Sté­phane Ravier, il can­di­dato del Front Natio­nal eletto sin­daco dei Quar­tieri nord della metro­poli pro­ven­zale, la più grande peri­fe­ria popo­lare di Fran­cia.
Ci sono arri­vati attra­verso tra­iet­to­rie diverse che ten­gono conto della sto­rie nazio­nali e del per­corso cono­sciuto da ogni sin­gola for­ma­zione, ma è que­sto il punto d’approdo comune delle nuove destre popu­li­ste: le forze poli­ti­che che in tutta Europa si pre­sen­tano oggi come «par­tito della crisi». C’è chi, come il Front Natio­nal di Marine Le Pen o l’Fpö austriaco di Heinz Chri­stian Stra­che, l’erede poli­tico di Jörg Hai­der, affonda le pro­prie radici nella destra radi­cale e nostal­gica del secondo dopo­guerra o nelle ultime bat­ta­glie a difesa del colo­nia­li­smo, o chi, come il Par­tito per la libertà di Geert Wil­ders in Olanda o la Lega Nord nel nostro paese, si è for­mato negli ultimi decenni prin­ci­pal­mente come «blocco anti-immigrati», tal­volta ride­fi­nen­dosi, dopo l’11 set­tem­bre, in fun­zione anti-islamica.
Ma ci sono anche for­ma­zioni meno radi­cali, come l’United King­dom Inde­pen­dence Party, la Nuova alleanza fiam­minga o il Movi­mento dei Veri fin­lan­desi, che par­tendo dalla messa in discus­sione, da destra, della Ue si spin­gono poi a riven­di­care meno diritti per le mino­ranze o i «nuovi arri­vati». Que­sto, senza con­si­de­rare il rischio, indi­cato dall’evoluzione cono­sciuta negli ultimi anni dal Par­tito popo­lare euro­peo che ha accolto par­titi come quello di Ber­lu­sconi o il Fidesz unghe­rese, che forme di popu­li­smo di destra gover­nino in Europa anche senza biso­gno di Marine Le Pen.

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