La Primavera di Sarajevo

Disoccupazione record, corruzione che dilaga e costi della politica alle stelle. La Bosnia si ribella a pochi mesi dalle elezioni di ottobre: bruciati i palazzi del potere, nazionalisti in piazza e ricchi in fuga. E 20 anni dopo la guerra civile, musulmani, serbi e croati si ritrovano: questa volta dalla stessa parte della barricata

RENATO CAPRILE, la Repubblica redazione • 23/4/2014 • Copertina, Internazionale • 660 Viste

SARAJEVO IL lavoro sporco, l’incendio a colpi di molotov dei palazzi del potere bosniaco lo hanno fatto loro, i duri della “brigata Ibraimovic”, mente e cuore del tifo della Zeljo, una delle due squadre di calcio di Sarajevo. Una ventina d’anni, testa rasata, braccia super tatuate, Amel non ha problemi ad ammettere: «Sì, siamo stati noi. La gente era incavolata di brutto, c’era bisogno di qualcuno che prendesse l’iniziativa, che avesse esperienza per dare “spessore” alla protesta di chi combatte gli affamatori del nostro popolo». I partiti, le etnie non c’entrano, giura Amel: «Siamo trasversali. Nessuno ci paga, nessuno ci manovra siamo cittadini incazzati anche noi. Pronti, conclude questo leader politico in erba, a scatenare l’inferno al prossimo segnale ».
Non è finita, dunque, la partita è appena iniziata. E non sono certo bastate un po’ di “elemosine” e le dimissioni di qualche governo locale a far rientrare la rabbia contro la mala politica. Il primo “messaggio” è arrivato forte e chiaro, basta vedere come i nuovi ricchi siano già corsi ai ripari blindando le loro sontuose residenze private sulla
collina di Poljine.
«Non solo i soldi, si sono fregati anche il freddo e la neve…». Mujo la butta sul ridere in una mattina in cui il cielo è di un azzurro imbarazzante per queste latitudini e il sole picchia così forte da far pensare di essere ai tropici e non a Sarajevo, sulla Titova, di fronte alla sede della presidenza collegiale della Bosnia Erzegovina, assaltata e data alle fiamme qualche tempo fa. Una mezza dozzina di poliziotti è lì perché a qualcuno non venga in mente di riprovarci. Ma in questa giornata che sa di estate precoce i “rivoluzionari” sono tutti over 60, malandati per lo più, armati solo di chiacchiere e innocui cartelli «contro la mafia al potere». Sono lì a testimoniare. Come Mujo Porobic, veterano della difesa di Sarajevo ai tempi dell’assedio, che non ha perso la speranza nei “promjene”, i cambiamenti «di cui il Paese — dice — ha assoluto bisogno come e più del pane». Ogni giorno, a partire dalle 12 e fino alle 17, Mujo è lì con il suo fischietto a inveire contro la Casta. Come il suo amico Fahim, vedovo, senza più un lavoro e senza ancora una pensione dopo quarant’anni passati a spaccarsi la schiera in un’officina, che dichiara di avere un solo obiettivo: «Un futuro migliore per i nostri ragazzi». Già, perché il presente è per i più pessimo.
Un cocktail di malaffare, corruzione e iper burocrazia sta letteralmente sbriciolando la Bosnia nell’indifferenza della Comunità internazionale che ha contribuito non poco a determinare questo stato di cose. Il problema etnico — è opinione diffusa — esiste solo sulla carta, poco o niente nella società civile. Serve da scudo ai politici per giustificare la loro esistenza. «Nonostante la guerra, l’assedio, perfino nonostante Srebrenica, tra musulmani, serbi e croati c’è assai meno odio di quanto si possa
pensare», spiega Valentina Pellizzer, italiana, operatrice umanitaria, in Bosnia da oltre quindici anni dove vive e lavora. «Se è tutto finito? Mi auguro proprio di no. Ma il solo fatto che per una volta si siano trovati tutti dalla stessa parte, che sia emersa una cittadinanza trasversale è già una vittoria». Un ammonimento che la classe politica non potrà più ignorare. «Un mostro a tre teste, ecco cos’è la Bosnia del dopoguerra — sintetizza Sacir Filanda, docente di Scienze politiche
all’Università di Sarajevo — la presidenza collegiale, la Republika Srpska, quella di Karadzic tanto per intenderci, nella quale i non serbi ormai si contano a poche decine di migliaia e la Federazione BH, l’entità a maggioranza croato-musulmana. E se a tutto questo sommiamo i 10 Cantoni, qualcosa di simile alle vostre regioni, i Comuni e il Distretto speciale di Bihac, ci si rende conto di tutto quello che non dovrebbe essere una nazione di meno di quattro milioni di abitanti, grande più o meno due ventesimi del vostro paese. E soprattutto che 14 diversi livelli di governo sono un lusso insostenibile per chiunque».
I numeri d’altra parte sono impietosi: la disoccupazione sfiora il 50%, con punte del 60 in zone come Tuzla, che era il polmone industriale del paese ed ora ne è l’anello più debole. L’80% delle privatizzazioni, secondo stime internazionali, è più che sospetto. E i risultati si vedono. Fabbriche che davano lavoro a migliaia di persone sono state scientificamente portate sull’orlo del collasso per essere poi cedute a prezzi stracciati all’amico straniero di turno. Austriaci, tedeschi e russi, tra coloro che si sono spartiti gli affari migliori. Perfino il mitico Holiday Inn, la leggendaria casa dei giornalisti occidentali durante
l’assedio di Sarajevo non è sfuggito a questo destino. Ceduto nel 2003 a una società austriaca — che ne acquisisce il 76% grazie a un prestito ottenuto dando in garanzia l’albergo di cui non è ancora proprietario — oggi è chiuso e difficilmente riaprirà i battenti.
Ritorniamo sulla Titova di fronte alla Presidenza collegiale su cui sventola la bandiera giallo- blu bosniaca. Mujo e Fahim sono ancora lì insieme a pochi altri. «Nonostante la paura che pure c’è — prova a spiegare Mujo più a se stesso che a chi lo ascolta — la stanchezza e le minacce, soprattutto alle donne, fatte dagli “incappucciati”, squadracce di teppisti sguinzagliate in giro per la città per impedire che la gente si concentri davanti agli edifici pubblici, niente potrà essere più come prima della rivolta di febbraio». Quel venerdì, quando a migliaia assaltarono a colpi di molotov i palazzi del potere. Mentre Mostar, Tuzla, Zenica e la capitale Sarajevo bruciavano, la Tv di Stato trasmetteva a reti unificate le Olimpiadi di Soci. Non una sola parola o immagine su quanto di terribile stava accadendo in pieno giorno in quattro delle più importanti città della Bosnia. Se non fosse stato per i social network, la più violenta, spontanea ondata di protesta sociale mai registratasi in questo disgraziato lembo di ex Jugoslavia, sarebbe passata sotto silenzio. Nessun presidente (e sono cinque) deputato (e sono centinaia), ministro (e sono decine), consigliere (e sono centinaia) — serbo, croato o musulmano che fosse — dei 14, diversi livelli di governo in cui si articola la Bosnia del dopoguerra partorita a Dayton che trovasse il coraggio di uscire allo scoperto, di schierarsi, di stigmatizzare, di abbozzare una spiegazione o semplicemente ammettere di avere sbagliato. Un assoluto, criminale black-out di Stato, durato oltre 24 ore. Una muta, chiara ammissione di colpevolezza per aver fatto a pezzi un Paese, per averne svenduto le ricchezze, per aver affamato un popolo.

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