Rapporto del Senato: « Inutili le torture Cia »

Cia. «Esagerata la pericolosità dei prigionieri». Un’accusa pre­cisa, docu­men­tata e super det­ta­gliata con­te­nuta in un rap­porto pre­pa­rato dal Senate Intel­li­gence Com­mit­tee, i cui con­te­nuti sono stati rive­lati ieri dal Washing­ton Post in prima pagina

Emanuele Giordana, il manifesto redazione • 2/4/2014 • Copertina, Diritti umani & Discriminazioni • 2165 Viste

Torture della Cia. Salt Pit era una delle pri­gioni segrete di Kabul. Buchi neri dove si svol­ge­vano inter­ro­ga­tori a colpi di acqua gelata nelle vie respi­ra­to­rie sino al sof­fo­ca­mento. Adesso una nuova luce rivela non solo la rete di quei black site ma anche l’inganno che per oltre dieci anni li ha coperti.

Se gli ame­ri­cani sono spesso dispo­sti a chiu­dere un occhio sulle male­fatte di chi li governa o dovrebbe difen­derne diritti e sicu­rezza, dete­stano essere ingan­nati, fuor­viati, presi in giro. E invece così è stato per anni da parte della Cia le cui zone d’ombra erano note ma che adesso sono l’oggetto di un’accusa pre­cisa, docu­men­tata e super det­ta­gliata con­te­nuta in un rap­porto pre­pa­rato dal Senate Intel­li­gence Com­mit­tee, i cui con­te­nuti sono stati rive­lati ieri dal Washing­ton Post in prima pagina.

Il rap­porto, scrive il quo­ti­diano ame­ri­cano, sarebbe la disa­mina di gran lunga più com­pleta fatta sino ad oggi del pro­gramma segre­tis­simo che fu isti­tuito a pochi mesi del 11 Set­tem­bre del 2001, quando l’attacco alle Torri Gemelle creò una dif­fusa psi­cosi e la con­di­zione ideale per farlo par­tire. Il rap­porto del Senato ame­ri­cano è stato pre­pa­rato sulla base di det­ta­gliate rico­stru­zioni che riguar­dano decine di pri­gio­nieri della Cen­tral Intel­li­gence Agency e docu­menta un «modello di lunga data» nel quale i fun­zio­nari si ser­vi­vano di dichia­ra­zioni infon­date e tec­ni­che di inter­ro­ga­to­rio «atroci» i cui risul­tati sono stati alquanto modesti.

Lo schema era quello di esa­ge­rare la peri­co­lo­sità dei pri­gio­nieri e di met­ter loro addosso un tale ter­rore da farli con­fes­sare pur di non sot­to­stare a tec­ni­che di inter­ro­ga­to­rio ancora più dure.

Il docu­mento di 6300 pagine, che getta nuova luce su una ten­ta­co­lare rete di pri­gioni o black site in cui inter­ro­gare i sospet­tati e che resta secre­tato, sarebbe comun­que un bel regalo per Obama che, secondo il Post, ne esce bene. Sarebbe stata la sua Ammi­ni­stra­zione infatti a sman­tel­lare la rete messa in piedi dal suo pre­de­ces­sore durante il capi­tolo forse più buio della sto­ria ame­ri­cana con­tem­po­ra­nea, diven­tato famoso per le extraor­di­nary ren­di­tion, gli inter­ro­ga­tori a colpi di tor­tura e il pro­lun­ga­mento del regno del ter­rore di Guan­ta­namo, la pri­gione in ter­ri­to­rio cubano (che Obama aveva pro­messo di chiu­dere senza mai arri­vare a farlo).

Il Comi­tato sena­to­riale dovrebbe ora chie­dere al pre­si­dente il per­messo di declas­si­fi­care almeno un sin­tesi del rap­porto che, pur non rac­co­man­dando nuove san­zioni ai fun­zio­nari della Cia, è desti­nato a ria­prire il dibatto sui metodi e sulla qua­lità del suo rap­porto con le bran­che dell’esecutivo, come il dipar­ti­mento di Giu­sti­zia, cui gli 007 ame­ri­cani hanno più volte nasco­sto la verità o l’hanno rac­con­tata in maniera molto edul­co­rata. Comi­tato e Cia si sareb­bero del resto già accu­sati reci­pro­ca­mente di aver vio­lato i rispet­tivi sistemi infor­ma­tivi, minac­cian­dosi a vicenda azioni legali dai risvolti penali.

E non è tutto. Secondo il Post, le pole­mi­che rela­tive al rap­porto potreb­bero anche riac­cen­dere una lunga faida che oppone la Cia all’Fbi, la poli­zia fede­rale che non ha mai man­cato di sol­le­vare dubbi sui metodi della cen­trale di spio­nag­gio nazio­nale. Alcuni vete­rani della Cia non hanno infatti man­cato di far rile­vare al gior­nale che uno dei prin­ci­pali autori del rap­porto è un ex ana­li­sta dell’Fbi. Un altro pezzo della guerra infi­nita e ormai non più tanto segreta tra intelligence.

La sin­tesi dell’indagine dice in sostanza che non furono mai i metodi rac­ca­pric­cianti descritti in cen­ti­naia di file, rap­porti, docu­men­ta­zioni tra i vari livelli, a pro­cu­rare infor­ma­zioni vitali per la sicu­rezza del Paese e per com­bat­tere le reti ter­ro­ri­sti­che. Alla fine, quei metodi non solo erano dan­nosi ma anche inu­tili. La cor­posa ricerca in tre volumi – gran parte della quale resterà segreta per decenni – è sud­di­visa per argo­mento: il primo tomo fa una cro­no­lo­gia dei vari inter­ro­ga­tori, il secondo dà conto delle valu­ta­zioni e riven­di­ca­zioni dei fun­zio­nari dell’intelligence, il terzo con­tiene i casi rela­tivi a ogni pri­gio­niero tenuto in custo­dia della Cia, a par­tire dal pro­gramma voluto da Bush dopo il 2001. Un pezzo di sto­ria che, come sap­piamo, riguarda anche l’Italia e i Paesi alleati oltre­ché i campi di bat­ta­glia: dall’Iraq alla Thai­lan­dia, dall’Afghanistan al Pakistan.

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