Salveremo la Terra con l’ottimismo

Salveremo la Terra con l’ottimismo

NEW YORK “DOVE abbiamo sbagliato? La lotta al cambiamento climatico non fa progressi, l’opinione pubblica sembra confusa o stanca di questi allarmi, i governi perdono tempo. La colpa è anche nostra: la comunità scientifica e gli ambientalisti hanno sbagliato strategia, abbiamo usato messaggi controproducenti. Tutta la comunicazione su questi temi va ripensata, in una chiave positiva». L’autocritica viene da una fonte autorevole. Nella giornata mondiale per salvare la terra, questo bilancio severo avviene nel più grande centro studi internazionale dedicato al clima, all’ambiente, all’energia. È The Earth Institute, presso la Columbia University di New York. Un centro con 56 scienziati distribuiti in 12 laboratori di ricerca, tre campus tra cui il Lamont Earth Observatory all’avanguardia nella misurazione degli oceani (fu il primo a rilevare il fenomeno El Nino). Con 600 borse di studio all’anno per studenti/ricercatori, l’Earth Institute è un polo di autorevolezza mondiale. Per di più è “fisicamente” vicino alle Nazioni Unite dove l’Intergovernmental Panel on Climate Change (Ipcc) è l’arbitro mondiale del consenso scientifico sul clima. Le risorse a disposizione per far progredire la conoscenza sullo stato dell’ambiente sono aumentate in modo esponenziale da un decennio in qua, anche grazie alla mobilitazione di una star accademica come Jeffrey Sachs che dell’Earth Institute è il direttore onorario. Ma i progressi sul campo sono un’altra cosa.
Il direttore esecutivo Steve Cohen, un po’ scienziato un po’ economista, mi guida nella visita all’Earth Institute e lancia l’autocritica in cui coinvolge tutto il mondo dell’ambientalismo. Che i cambiamenti politici siano fermi, è davanti agli occhi di tutti. Il cantiere di un trattato Kyoto 2 a livello mondiale fu sabotato da Cina e India nel vertice di Copenaghen del 2009 e da allora nessuno ha avuto il coraggio di riprovarci. Qui in America, per i verdi Barack Obama è una mezza delusione. Ha dovuto mettere nel cassetto i progetti più audaci di limitazione delle emissioni CO2 (il Congresso glieli avrebbe bocciati) e ripiegare su riforme più parziali e modeste, affidandole all’unica authority che può emettere regolamenti senza passare dal voto parlamentare. Così Obama ha varato tetti alle emissioni carboniche per le centrali. Ora però tentenna di fronte a una decisione-simbolo: se autorizzare o meno il maxi-oleodotto Xl Keystone, che trasporterebbe gas naturale dal Canada al Golfo del Messico. Obama non se la sente di prendere una decisione così scottante prima delle elezioni legislative di novembre. I verdi lo accusano di pavidità. La lobby “fossile” al Congresso lo accusa al contrario di tener bloccato un progetto che vale milioni di posti di lavoro.
L’impatto negativo sul clima, che deriva dal revival di petrolio e soprattutto “shale gas”, non è un tema vincente. Perciò Cohen è convinto che sia giunto il momento di ripensare radicalmente tutta la strategia di comunicazione. «Fin qui – mi dice – il messaggio era: sta arrivando la fine del mondo, mangiate spinaci e broccoli. Cioè, mi perdoni la battuta, da una parte c’era una profezia dell’Apocalisse; dall’altra una serie di conseguenze sgradevoli, in termini di comportamenti virtuosi da adottare. Una strategia di comunicazione che puntava a impaurire l’opinione pubblica ed estorcerle sacrifici non ha funzionato, è evidente. Il messaggio deve cambiare, deve diventare positivo. Molti cittadini hanno avuto la sensazione che noi esperti dell’ambiente volessimo alzare il prezzo dell’energia fossile, per rendere le fonti rinnovabili più competitive. E anche questo è un messaggio negativo, perdente. Una serie di sondaggi Gallup dimostrano che la maggioranza vede il cambiamento climatico
come un problema, ma lo colloca prevalentemente nel futuro; non si sente minacciata nella propria salute come accade quando per esempio un incidente provoca contaminazione nell’acqua potabile qui vicino. Sono ragioni forti per abbandonare l’uso di un linguaggio probabilistico che è normale nella comunità scientifica ma non persuade gli elettori. Infine c’è un senso d’impotenza di fronte ai numeri più drammatici, che si riassumere così: quand’anche io smettessi subito di consumare energia fossile, la Cina da sola andrà avanti abbastanza da provocare la catastrofe…».
L’arretramento politico su questi temi è impressionante, se si prende come riferimento il biennio 2006 – 2007 quando Al Gore vinse l’Oscar per il documentario “Una verità scomoda” e il Nobel per la pace a pari merito con gli scienziati dell’Ipcc. Di mezzo c’è stata una gravissima recessione, che ha oggettivamente indebolito gli ambientalisti. Il lavoro anzitutto, è stata la priorità imposta dallo shock del 2008. E allora ben venga oggi la Bengodi di petrolio e shale gas, l’abbondanza d’idrocarburi che dà a tutta l’economia americana un vantaggio competitivo formidabile verso il resto del mondo.
«Da qui dobbiamo partire per una nuova strategia positiva – riprende Cohen –, al di là del boom di shale gas che stiamo vivendo, i combustibili fossili sono una quantità finita per definizione, come tali destinati a diventare più scarsi e più costosi nel tempo. Il sole invece è lì, sarà sempre gratuito, non ha bisogno di essere trasportato dal Canada. La tecnologia delle cellule solari sta facendo passi avanti nella miniaturizzazione e nell’abbattimento dei costi. I pannelli solari che oggi sono grandi come un tetto presto saranno più piccoli di una finestra. L’avanzata tecnologica è inaudita, sta accadendo nel campo delle energie rinnovabili ciò che abbiamo visto nell’informatica con i computer sempre più piccoli e sempre più potenti. Ecco la strategia giusta, e il messaggio positivo che l’accompagna: sviluppare le rinnovabili è al tempo stesso buono per l’ambiente, buono per le nostre tasche di consumatori, buono per la competitività delle imprese e l’occupazione. Perché sta arrivando un balzo tecnologico che riduce in modo spettacolare il costo di queste energie pulite».
La visita prosegue con un laboratorio sperimentale dell’Earth Institute dove si produce una membrana che “divora” anidride carbonica, la succhia dall’aria che respiriamo, come fanno gli alberi e tutte le piante. Ma per il basso costo, la leggerezza e la notevole potenza di distruzione di CO2, questa membrana ha delle applicazioni di enorme importanza. Gli scienziati Klaus Lackner e Allen Wright me la mostrano all’opera mentre restituisce CO2 in una serra agricola, alimentando così le coltivazioni. Ci sono già delle applicazioni commerciali, la Silicon Valley californiana è “cliente” di questa invenzione di Columbia. Cohen ritorna sulla battaglia politica con questa previsione: «I fratelli Koch (miliardari dell’industria petrolchimica che finanziano le campagne negazioniste sul clima, ndr) possono distorcere il dibattito politico ma sono dalla parte perdente della storia. È la tecnologia che li sconfiggerà, li renderà obsoleti. Un po’ come accadde all’Ibm quando fu marginalizzata dall’avvento di Microsoft. Siamo in una di quelle rivoluzioni innovative che di colpo rendono obsoleti i colossi che sembravano invincibili. I fratelli Koch dovrebbero essere preoccupati. Si avvicina il giorno in cui la caduta dei prezzi delle energie alternative li metterà semplicemente fuori gioco».



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