Suicida in carcere dopo vari tentativi «Paghino psicologa e ministero»

Il tribunale di Milano ha ritenuto che civilmente la responsabilità della morte per suicidio in carcere di Luca Campanale debba essere fatta risalire sino in capo al ministero della Giustizia

Luigi Ferrarella, Corriere della Sera redazione • 9/4/2014 • Carcere & Giustizia, Copertina • 2576 Viste

MILANO — Il suo posto «giusto» dentro il carcere di San Vittore, e cioè il posto idoneo per un detenuto che dal penitenziario di Pavia arrivava con «un ben evidente quadro psicotico persecutorio» e con una cartella clinica martoriata da 9 atti di autolesionismo o tentativi di suicidio in 4 mesi, sarebbe dovuto essere nel reparto di massima sorveglianza. Ma nell’estate 2009 non c’era posto: il sovraffollamento di tutto il carcere (1.400 detenuti stipati in una capienza teorica da 800 posti) era sovraffollamento anche di quello specifico delicato reparto. Così Luca Campanale, 28 anni, una condanna per rapina seguita all’incidente d’auto dopo il quale gli era stato diagnosticato un «disturbo organico della personalità derivato da pregresso grave trauma cranico», fu sistemato in altri reparti: prima in uno «ad alto rischio» con sorveglianza a vista, e poi (dopo una visita psichiatrica il 4 agosto) in un reparto «a medio rischio», con un piantone per le varie celle ma senza sorveglianza a vista. Qui il 12 agosto 2009 si impiccò. Ieri il Tribunale di Milano, nell’assolvere la psichiatra Maria Marasco e condannare a 8 mesi (pena sospesa) la psicologa Roberta De Simone per cooperazione in omicidio colposo, ha ritenuto che civilmente la responsabilità della morte per suicidio di Campanale debba essere fatta risalire sino in capo al ministero della Giustizia con il quale la psicologa aveva un rapporto libero-professionale, e ha perciò condannato il ministero (in solido con la psicologa) a risarcire ai genitori del detenuto suicida un anticipo di quasi 530 mila euro sul futuro risarcimento da stabilirsi in separata sede.
Partito dall’iniziale contestazione in Corte d’Assise di «abbandono di persona incapace» a provvedere a se stessa a causa dei gravi disturbi psichici da cui era affetta, e approdato poi alla riformulazione in «cooperazione in omicidio colposo» di competenza del Tribunale monocratico, il complicato processo si è sviluppato tra diari clinici, consulenze medico-legali, testimonianze e circolari ministeriali sulla «tutela dell’incolumità fisica e psichica dei detenuti», avendo paradossalmente per teatro uno dei pochi istituti penitenziari dove già all’epoca la direzione e il personale prestassero attenzione a questo problema, e per imputate proprio due professioniste appassionate nel loro essere ogni giorno alle prese tanto con detenuti davvero sofferenti quanto con altri invece simulatori. E tuttavia, almeno in primo grado, il giudice Fabio Roia ha infine ritenuto ieri che, se contraddittoria o insufficiente è la prova sulla psichiatra difesa dagli avvocati Luigi Isolabella e Italia Caminiti, esistano invece elementi per reggere la condanna (richiesta dal pm Silvia Perrucci) della psicologa rinviata a giudizio dal gip Fabrizio D’Arcangelo.
In Appello la difesa, con l’avvocato Gianluca Sala, insisterà sul fatto che si sia trattato di un caso imprevedibile, rispetto al quale era stato fatto tutto il possibile. E si riesamineranno i due nodi della causa. Uno logistico, la «mancanza di posti letto» che determinò la dimissione del detenuto-paziente dalla massima sorveglianza. L’altro tipicamente medico, vertente sul merito della diagnosi e della scelta di collocare il detenuto in un reparto «a medio rischio», senza sorveglianza a vista, «sul presupposto che il paziente non avesse mai posto in essere gesti autolesionistici e apparisse pretenzioso e immaturo». Presupposto contrastato, nella lettura proposta invece dall’avvocato Andrea Del Corno, parte civile per la famiglia del suicida, dal fatto che già il 3 maggio 2009 il detenuto fosse stato segnalato per «aggressione a agente penitenziario e affermazioni autolesionistiche»; il 25 maggio per un «tentativo di impiccagione»; il 30 maggio per un «taglio della pelle del collo»; l’8 e 9 giugno per «ferite da taglio al collo autoinferte»; il 15 giugno per «ferite lacero avambraccio destro e sinistro sul collo»; il 27 giugno per «ingestione volontaria di una lametta»; il 4 agosto per «ferite leggere e profonde da taglio a braccio e avambraccio destro»; e il 9 agosto per «ferite superficiali all’avambraccio destro autoprocurate».
Luigi Ferrarella

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