Arriva il terremoto Farage La vittoria degli euroscettici scuote la Gran Bretagna

Sfida al premier Cameron. Farage: «Noi nuova destra»

Fabio Cavalera, Corriere della Sera redazione • 26/5/2014 • Copertina, Europa, Politica & Istituzioni • 933 Viste

LONDRA — I voti raccolti, che lo collocano oltre il 30% davanti ai laburisti e ai tory appaiati, lo fanno esplodere così: «Se non cambia, distruggerò il partito conservatore».
Che sia l’euforia per la straordinaria vittoria-shock dello Ukip o che sia una minaccia davvero seria per i conservatori lo si capirà presto. Ma Nigel Farage, a cavallo dell’antieuropeismo e della protesta antiimmigrati, entra di prepotenza nel teatro della politica. E nei prossimi mesi sarà il fantasma che agiterà i sonni di Westminster.
I dati, sia pure provvisori, dimostrano un trend chiaro: lo Ukip (31,9%) ha messo in ginocchio i tory (che sono al 24,2%), ha distrutto i liberaldemocratici (6,9%) superati anche dai verdi (7,64%) e frenato i laburisti (22,9%) che comunque avanzano (anche se ben sotto le aspettative). Dalle schede europee salta fuori una forza, lo United Kingdom Independence Party, che scombussola gli scenari di un sistema abituato dal Dopoguerra al bipartitismo (alternanza conservatori-tory), convertito al tripartitismo nel 2010 con l’ingresso in scena dei liberaldemocratici divenuti all’epoca ago della bilancia, ora costretto a tenere conto che esiste un quarto incomodo, estraneo alla tradizione britannica: quella dei delusi, degli anti élite, degli ex tory (tanti) e degli ex laburisti raccolti dietro ai richiami suggestivi della demagogia rappresentata da Nigel Farage il quale dichiara: «Costruirò una nuova destra». E tende la mano a Beppe Grillo: «Mi piacerebbe incontrarlo, abbiamo molte posizioni in comune».
Era stato annunciato che il voto europeo avrebbe portato affanno nelle stanze dei tre leader (Cameron, Clegg e Miliband) che si sono fino ad oggi divisi la scena fra governo e opposizione. Ma ragionare su numeri possibili (i sondaggi della vigilia) e ragionare su numeri veri (le urne) sono esercizi assai diversi. E di fronte allo spoglio delle schede per il Parlamento europeo i timori si sono trasformati in un terremoto. Se l’obiettivo di Nigel Farage, trascinato nel Parlamento europeo a furore di popolo dal Sud-Est inglese, era quello di rovesciare il tavolo e di rendere ancora più incerta la corsa alle prossime consultazioni generali (primavera 2015), l’obiettivo è stato raggiunto in pieno. A destra e a sinistra tutti si leccano le ferite.
I conservatori che si vedono alle corde ripetono il ritornello (con Cameron) che non sigleranno patti segreti assieme allo Ukip e combatteranno «contro ogni fanatismo in Europa» ma contemporaneamente (con il cancelliere dello scacchiere George Osborne) gli lanciano segnali «di stima». L’emorragia è pesante. E la prospettiva di riprendere il controllo dei collegi più fedeli e vitali nel sud inglese non è scontata. Il partito è in preda alle fibrillazioni.
Rischiano l’estinzione i liberaldemocratici e il loro leader è sulla graticola. Molti deputati di Comuni ne chiedono le dimissioni, cosa che provocherebbe il collasso del governo. Nick Clegg alza le barricate e tira avanti. Pensa di potere essere ancora, il prossimo anno, l’uomo indispensabile alle grandi alleanze, in assenza di maggioranze chiare. Era la sua scommessa e tale rimane: un pattuglia che sceglie con chi stare in base ai programmi.
I laburisti non vanno male. Ed Miliband guadagna quasi nove punti sulle Europee del 2009 e va forte a Londra. Rivendica i notevoli passi in avanti e ha ragione. Però le proiezioni sul futuro non rallegrano perché in alcune aree registra pericolose defezioni di ex simpatizzanti. I suoi ondeggiamenti non ne fanno un leader che appassiona. Gli rimproverano, per cinismo politico, di non avere contrastato l’avanzata dello Ukip. «La lezione è stata imparata» avverte Ed Miliband che si deve guardare dal prossimo e prevedibile «fuoco amico».
Il quadro politico britannico si frammenta. E Nigel Farage gioca la sua partita. Il sistema elettorale maggioritario (passa nei collegi chi arriva primo) lo penalizza. È convinto che concentrando lo sforzo su 20 o 30 collegi per lo più controllati dai conservatori, dove alle Locali e alle Europee ha avuto altissime percentuali, potrà entrare a Westminster nel 2015 ed essere l’ago della bilancia e la spina nel fianco di Cameron. Intanto mette tanto fieno in cascina. Un sondaggio di ieri (svolto da YouGov, credibile società di rilevazioni) indica che il 43% dei votanti non lo considera xenofobo, contro il 38 che lo etichetta invece come razzista. Trasversalmente agli schieramenti, l’immagine del tribuno, l’eretico ex seguace della Thatcher, migliora. Ed è ciò che preoccupa di più l’arena dei partiti tradizionali.
Fabio Cavalera

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