Il ciclo delle politiche di austerity può davvero chiudersi così?

La tentazione dell’aumento delle spese e il sentiero della crescita

Danilo Taino, Corriere della Sera redazione • 28/5/2014 • Copertina, Lavoro, economia & finanza nel mondo • 814 Viste

Da lunedì scorso, è il cartello «Open for Business » quello che gli stranieri incontrano quando arrivano sul territorio italiano. Il Paese, che già era rientrato nella mappa degli investitori dalla metà del 2013, dopo le elezioni europee è diventato uno dei più interessanti, con occasioni — dirette nell’economia reale prima ancora che nei mercati finanziari — spesso attraenti e soprattutto con, potenzialmente, una stabilità politica che non aveva da anni. È una finestra di opportunità unica per l’Italia, che non durerà per sempre se non sarà tenuta aperta. Peccato non accorgersene e rimanere aggrappati a una discussione su un tema vecchio ma che in questi giorni post elettorali viene ripresentato come nuovo: austerità contro crescita. Questa era — forse — la guerra di ieri: oggi c’è altro per cui vale la pena battersi.
Quella che, di solito con sdegno, viene definita «austerità imposta da Berlino» va qualificata. Nel discorso politico, in Italia ma non solo, spesso è intesa come una politica punitiva che Angela Merkel ha voluto imporre, dall’alto delle virtù tedesche, a Paesi che hanno peccato nella gestione dei loro bilanci pubblici. Con una certa crudeltà, o almeno con cinismo. Quando la critica diventa più sofisticata, si dice che in Germania matura una partigianeria antikeynesiana che poi viene accettata a Bruxelles e non permette flessibilità nei bilanci degli Stati: quindi, Paesi ad alto deficit e alto debito pubblico non possono affrontare la crisi e la disoccupazione spendendo di più. Dopo le elezioni europee, caratterizzate da un forte voto di protesta — è la continuazione di questo filone di ragionamento —, i governi devono abbandonare le politiche di austerità che hanno impedito la crescita.
In realtà, quelle politiche sono in parte (minima) già più flessibili. Per il resto, cambierà poco.
Berlino non cambia strada
Prima di tutto perché in Germania Frau Merkel e il ministro delle Finanze Wolfgang Schäuble — ma anche i partner di governo socialdemocratici — non hanno intenzione di stravolgere la loro politica europea. Sono più flessibili sui tempi di rientro dai deficit: un po’ perché il picco acuto della crisi è passato e un po’ perché, negli accordi per la formazione dell’alleanza di Grosse Koalition, essi stessi hanno introdotto misure in parte contraddittorie con una politica di rigore dura e pura. Alla Francia è stato dato più tempo per rientrare dal deficit, all’Italia verrà probabilmente accordata una certa flessibilità. Ma questo è tutto: chi pensa che la via della crescita sia lastricata di spesa pubblica si illude.
In Germania, la convinzione prevalente è che le politiche messe in campo in Europa per uscire dalla crisi abbiano funzionato. E che siano un successo di Berlino. I tedeschi non vedono alcuna ragione per abbandonarle ora e rischiare di tornare a gonfiare i mercati di speculazioni sulla rottura dell’euro. I commentatori tedeschi — ma a questo punto molti anche di scuola anglosassone e francese — ammettono errori nelle risposte date alla crisi, ma per lo più errori tattici e incertezze: la linea di fondo — riforme in Europa e riforme nei Paesi in difficoltà — non viene messa in discussione, proprio perché ha portato risultati.
Il Fiscal Compact non è morto
Una seconda ragione per la quale il rigore resterà al cuore delle politiche europee e il Fiscal Compact non verrà rinnegato sta nei risultati delle elezioni. Da una parte, l’ondata antiUe è stata forte; ma non travolgente. Dall’altra, i partiti pro rigore — Popolari, Liberali, conservatori — hanno perso seggi nel Parlamento europeo ma non sono crollati e la famiglia dei Popolari è ancora la più numerosa. In più, in alcuni dei Paesi che tra il 2010 e il 2012 hanno sopportato i colpi più duri della crisi ci sono scosse politiche evidenti ma, in fondo, le maggioranze politiche rimangono all’interno dei binari europei. L’Italia ne è il caso più eclatante. E se si analizzano i risultati anche della Francia, della Grecia, del Portogallo, dell’Irlanda e della Spagna, nessuno è nemmeno lontanamente sulla porta di uscita dall’Unione. Non solo: anche i Paesi che erano stati costretti a chiedere un salvataggio alla Ue e al Fondo monetario internazionale sono ormai tornati a raccogliere denaro sui mercati, dai quali erano rimasti tagliati fuori, senza bisogno di aiuti esterni. Gran parte di essi ha nel frattempo varato riforme domestiche e risanato i bilanci pubblici — cioè posto in essere quella che viene chiamata austerità: le loro economie stanno dando (timidi) segnali di ripresa perché diventate più competitive. Difficile immaginare che questa strada venga abbandonata perché lo chiedono Marine Le Pen e Alexis Tsipras. È improbabile che le risposte da dare alla protesta elettorale smontino la cornice economica nella quale si è mossa l’Eurozona finora. I cambiamenti, se ci saranno, saranno altrove.
Il denaro non dorme mai
Una terza ragione per la quale un ribaltamento di strategia non ci sarà sta nel fatto che in Europa e soprattutto nella cosiddetta periferia sono tornati da mesi flussi di denaro consistenti, forse persino eccessivi. Se i Paesi «deboli» riprendessero a dare segnali di instabilità sul lato dei conti pubblici, questo denaro — hot money finito soprattutto sui mercati finanziari — se ne andrebbe repentinamente e li metterebbe sotto pressione di nuovo, assieme all’euro. Lo si è visto in Italia, nella settimana precedente le elezioni, quando i minimi segni di instabilità (teorica) hanno subito fatto salire i tassi d’interesse sui titoli di Stato e lo spread con i Bund tedeschi. Inoltre: vorrebbero i Paesi che hanno sopportato programmi di rigore e di riforma, e che ora iniziano a vedere qualche risultato, vanificarli con politiche contrarie?
Riforme impossibili senza rigore
Quarta ragione — ma non la meno importante: gran parte dei Paesi nordici (qualcuno anche nell’Europa del Sud) ritiene che la crescita non possa venire da una maggiore spesa pubblica ma da riforme strutturali nazionali per rendere più competitive le economie, passaggio obbligato in un’area monetaria unica nella quale non si può svalutare. Anzi, la convinzione economica e politica in molte capitali è che chi cerca la crescita spendendo denaro lo faccia perché non vuole fare le riforme e punta a fare pagare il conto ai partner dell’euro. In questa lettura, prevalente tutt’oggi in Europa, non c’è contraddizione tra rigore e crescita sostenibile, dal primo dipende la seconda.
La discussione austerità contro crescita sembra insomma molto politica. Una maggiore flessibilità di bilancio è già in parte una realtà, nell’Eurozona. Ma aspettarsi una svolta, cioè credere che ora si abbandoni la politica del rigore e delle riforme nazionali, è fuori dalla realtà. D’altra parte, il risultato elettorale italiano pone due domande interessanti. I cittadini hanno votato Matteo Renzi affinché vada a Bruxelles a battere i pugni sul tavolo o perché sono convinti che sia un agente di riforma in Italia? Secondo, la nuova stabilità dell’Italia ha bisogno di riforme e di privatizzazioni per consolidarsi: se arriveranno, il Paese ha la potenzialità di essere attraente quanto lo erano i Paesi emergenti negli anni scorsi. Di fronte a questa enorme opportunità, vogliamo davvero credere che il dilemma sia austerità contro crescita?
Danilo Taino

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