“ Erdogan assassino ” rabbia dopo la strage la Turchia in rivolta per i minatori morti

“ Erdogan assassino ” rabbia dopo la strage la Turchia in rivolta per i minatori morti

SOMA. DAVANTI alla Galleria Madre, la numero 1, le pompe elettriche tremano quando tentano di soffiare aria sottoterra. Intorno, una folla di familiari muta assiste alle operazioni di salvataggio. Ogni tanto un grido scuote l’atmosfera. «Fatemelo vedere!». Per lo più è il pianto di una madre, di una sorella, quando i corpi senza vita, 274 finora, riemergono portati a spalla dai loro compagni, come in un dagherrotipo d’altri tempi. Solo di rado l’urlo si trasforma in un grido liberatorio, quando qualcuno di quei corpi si muove ancora, scuotendo il petto nel tentativo convulso di respirare tutta l’aria mancata là dentro.
«Erdogan premier ladro, dimettiti ». «Stato assassino!» . Parte anche l’insulto più grave, in Turchia, dove la Repubblica e le istituzioni, considerate quasi sacre, vengono prima di tutto, anche prima dell’individuo. Ma questa volta il governo non sembra avere difese. Solo due settimane fa, al Parlamento di Ankara, un deputato dell’opposizione socialdemocratica, Ozgur Ozel, sceso tra i banchi con un casco giallo simile a quello dei minatori, aveva sollevato il problema di Soma, della sua sicurezza, dei tanti siti dove la morte in Turchia è di casa visto l’alta incidenza di vittime: più dell’8 per cento tra i lavoratori delle miniere. E il partito di governo, quello conservatore islamico guidato dall’uomo che sempre più è il signore e il padrone del Paese, Recep Tayyip Erdogan, lo aveva irriso respingendo la mozione presentata anche da curdi e nazionalisti sulle tante Soma che popolano la Turchia. «La miniera è sicura» hanno decretato i suoi fedelissimi, certi dell’impunità.
Quei caschi gialli, quegli stivali dello stesso colore, sporcati dal carbone che intride la terra di questa piccola città a 140 chilometri da Smirne, e a poche decine dal sito turistico di Pergamo, segnano l’andirivieni continuo dei minatori che salgono e scendono come formiche caricandosi i colleghi sulla schiena. Alla galleria 2 e 3 ci sono uomini grandi e grossi, i giacconi di pelle indosso, che piangono in ginocchio mettendo le mani a coprire gli occhi. Poche ore fa hanno estratto il corpo di un ragazzo di 15 anni, Kemal Yildiz, uno dei tanti lavoratori assoldati in “nero”, mentre le associazioni dei sindacati urlano nei megafoni il loro dolore e cifre da vergogna: 5000 vittime nel 2013, il 19% dei quali all’interno delle miniere, Turchia primo paese europeo per incidenti sul lavoro e terzo a livello globale. Il quindicenne Kemal è stato strappato alla miniera nel cuore della notte dai soccorritori. Era poco più che un bambino. Lo ha riconosciuto uno zio. «Non ho nulla da dire», ha mormorato distrutto dal dolore, in mezzo alla folla indistinta di familiari in ansia.
Soma in greco significa corpo. E la lotta
contro il tempo per restituire a questa città dalle influenze elleniche quanti più corpi possibili in vita dura fino al mattino. Più di 120 persone restano intrappolate nelle gallerie a cinquanta metri sotto terra. «Difficile riuscire a salvare ancora qualcuno», dice un uomo mentre si passa il dorso della mano
sulla fronte per togliersi una macchia di carbone. Sono morti tutti per avvelenamento da monossido e biossido di carbonio, quando l’esplosione per un trasformatore elettrico difettoso è partita martedì pomeriggio, 2 chilometri più in giù.
Quando finalmente il volto teso del primo ministro compare sulla spianata del disastro, la gente di Soma sembra scuotersi dal torpore e c’è chi si lancia sulla sua auto prendendola a calci: «Ladro». «Assassino». «Dimettiti». Una scena mai vista in Turchia. Erdogan, spaventato e coperto dalle guardie del corpo, si è dovuto rifugiare in un supermercato. Questo il suo commento: «Gli incidenti sono un fatto normale. C’è qualcosa in letteratura che si chiama incidente sul lavoro. È qualcosa che può accadere. Ma le dimensioni di questo incidente ci hanno profondamente colpito. Quello che è successo qui è causa di una violenza dovuta a facinorosi ». I suoi gorilla sono andati sul pesante nel tentativo di difendere l’incolumità del leader: hanno preso a pugni il parente di una vittima e lo hanno gettato a terra, come mostravano alcune immagini che hanno sollevato lo sdegno di molti cittadini.
Oggi sarà la volta del capo dello Stato, Abdullah Gul, arrivare a Soma dopo aver cancellato il suo viaggio in Cina. E sarà interessante misurare la reazione della gente, a poco più di due mesi dalle presidenziali di agosto a cui entrambi i leader islamici aspirano a presentarsi. Gli uomini di governo, però,
sono adesso sotto tiro. «È il più grave incidente di questo genere mai accaduto in Turchia », ha dovuto ammettere il ministro dell’Energia, Tamer Yildiz, che qualche tempo fa aveva osannato l’efficienza e la sicurezza del comparto minerario di Soma.
Ieri cinquemila giovani si sono diretti
minacciosamente verso la sede del suo dicastero, ad Ankara, scontrandosi a lungo, nella notte, con la polizia che ai lanci di sassi e di petardi ha opposto lacrimogeni e cannoni ad acqua. Una protesta che rischia di divampare in tutto il Paese. Il governo ha decretato tre giorni di lutto nazionale per
onorare le vittime, con tutte le bandiere sugli edifici pubblici esposte a mezz’asta. Il sito della società proprietaria della miniera, la Soma Coal Mining Company, assalito dalle proteste, è stato chiuso. Sullo schermo è apparsa solo una nota della ditta, che parla di un «triste incidente» e garantisce che la società aveva preso «le massime precauzioni, continuamente monitorate». Sotto accusa i profitti delle società che hanno rilevato le miniere dopo la privatizzazione. Il quotidiano Hurriyet ha poi rispolverato un’intervista del 2012 di Ali Gurkan, proprietario della Soma Mining, che spiegava come il costo della tonnellata di carbone fosse sceso da 130 a 24 dollari dopo la privatizzazione, grazie alla drastica riduzione del costo del lavoro. Due settimane fa annunciando in Parlamento il “no” dell’Akp, il partito conservatore islamico da 12 anni al governo, all’inchiesta sulla sicurezza di Soma il deputato Muzaffer Yurttas, ricorda ancora Hurriyet , aveva detto che «se Dio vuole» nella miniera non sarebbe successo nulla: «Nemmeno sangue dal naso».
Per oggi i sindacati hanno proclamato una giornata di sciopero. Chi vorrà sfilerà in abiti neri per ricordare i minatori scomparsi. I quotidiani sono usciti con le testate listate a lutto. Fiocchi neri sono comparsi sullo sfondo dei programmi televisivi. Bandiere rosse con la mezzaluna e la stella sono visibili ovunque. Anche Papa Francesco ha pregato «per la miniera in Turchia, e per quanti vi si trovano intrappolati nelle gallerie ». A Soma scende la notte, quando non c’è quasi più speranza di trovare qualcuno in vita. Oggi sarà un altro giorno di pianto. La gente torna a pestare i mucchi di carbone per vedere meglio la galleria della morte, sfila per coprire i suoi morti con coperte scure, mastica in silenzio dolore e maledizioni.


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