Errori nei numeri trascritti» La stella dell’economia Piketty sotto accusa

Ma Piketty replica: statistiche migliorabili, non le conclusioni

Danilo Taino, Corriere della Sera redazione • 25/5/2014 • Copertina, Lavoro, economia & finanza nel mondo, Studi, Rapporti & Statistiche • 914 Viste

Eh sì, spesso le spade hanno due lame. E a tirare fendenti ci si può ferire. Ieri, il Financial Times ha pubblicato un’analisi delle statistiche usate dall’economista francese Thomas Piketty nella realizzazione del libro sulle diseguaglianze di ricchezza che da mesi sta facendo onde alte in mezzo mondo, Le Capital au XXIe siècle (Il capitale nel Ventunesimo Secolo). E ha scoperto contraddizioni, errori, scelte discutibili che — secondo il quotidiano finanziario di Londra — ne inficiano la costruzione e le conclusioni. Oltre che a Piketty, il lavoro dell’Ft è un colpo agli economisti, in testa il Premio Nobel Paul Krugman, che hanno elevato il libro a fenomeno, anche politico, e che in passato avevano denunciato errori statistici per attaccare i lavori di economisti di scuole di pensiero diverse dalle loro.
Il volume di Piketty è il frutto di un lavoro decennale di analisi dei dati. Pubblicato l’anno scorso in Francia, fu ricevuto senza clamori. Solo in marzo, quando ne è uscita l’edizione americana, Capital in the Twenty-First Century, è diventato «il libro economico più importante dell’anno, e forse del decennio», «una sapienza che cambia la qualità del discorso», nelle parole di Krugman, che dalle colonne del New York Times è stato fondamentale nell’imporlo all’attenzione, soprattutto della sinistra americana. Anche un altro Premio Nobel, Joseph Stiglitz, ha esaltato qualità e conclusioni del libro, così come ha fatto Martin Wolf, il principale commentatore economico del Financial Times . Il settimanale New York ha eletto il professore francese a «rock star economist ».
Il lavoro di Piketty è diventato un best-seller e ha così presto acquistato influenza sulla politica: il professore francese è stato ricevuto dal Fondo monetario internazionale, dal segretario al Tesoro americano Jacob Lew, dai consiglieri economici di Obama alla Casa Bianca. È quello che spesso succede a lavori di ricerca rilevanti: negli anni scorsi, un libro di Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff sul rapporto tra debiti pubblici e crescita era diventato molto influente tra i governi. Un economista trovò però un errore nelle tabelle Excel che ne stavano alla base e su quell’errore Krugman organizzò una lunga campagna contro Reinhart e Rogoff. Ora, il fantasma di Excel colpisce di nuovo e la feroce critica dell’Ft rischia di sgonfiare la bolla creata attorno a un libro che, senza peccare di modestia, già nel titolo richiama la magnum opus di Karl Marx.
Quello di Piketty è un gran lavoro su serie di dati lunghe 200 anni. Sulla base di esse, l’economista intende dimostrare che il capitalismo contemporaneo sta tornando a creare ineguaglianze di ricchezza come nei decenni precedenti la prima guerra mondiale, quando erano decisamente alte. Un ritorno al capitalismo patrimoniale, prodotto dal fatto che — sostiene — l’aumento della ricchezza è in genere superiore alla crescita economica. In particolare, dice che la quota di ricchezza della quale si appropriano l’1% e il 10% più ricchi della popolazione è aumentata negli ultimi decenni. La revisione condotta dal Financial Times sui dati stessi usati da Piketty stabilisce che non è così, non in America, non in Europa. I giornalisti britannici, sostenuti da uno statistico indipendente, hanno scoperto che Piketty fa errori di trascrizione dei numeri, usa dati senza citarne le fonti, ricorre a formule non corrette, in certi casi confonde gli anni. Chris Giles, l’Economics Editor del Financial Times , sostiene di avere notato «serie discrepanze» tra i dati sulla concentrazione della ricchezza in Gran Bretagna citati da Piketty e quelli ufficiali: il professore francese sostiene che il 10% più ricco del Regno Unito possiede il 71% della ricchezza nazionale, mentre l’Ufficio per le statistiche mette la quota al 44%.
Una volta «ripuliti» e semplificati — dice l’Ft — i dati europei «non mostrano alcuna tendenza verso la crescita della diseguaglianza della ricchezza dopo il 1970» e quelli americani sono «troppo inconsistenti per estrarne una singola lunga serie». Piketty ha replicato alla revisione sostenendo che le sue statistiche possono essere migliorate ma sarebbe «molto sorpreso» se le conclusioni fossero modificate «molto da questi miglioramenti».
Finora, il lavoro di Piketty era stato criticato per le proposte che traeva dalla sua analisi — ad esempio una tassa globale progressiva sulla ricchezza — ma tutti avevano sostenuto che si trattava di una raccolta di dati portentosa, una base statistica capace di riorientare la discussione sulle ineguaglianze. Ora anche questo secondo pilastro vacilla. E il dibattito, che era diventato tutto ideologico e politico, torna con i piedi per terra. Dove trova i segni di più di un ego ferito.
Danilo Taino

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