Su Facebook senza velo La sfida delle iraniane ai divieti degli ayatollah

Su Facebook senza velo La sfida delle iraniane ai divieti degli ayatollah

Una ragazza iraniana posa di fronte ad un cartello che predica «Sorelle, rispettate l’obbligo di indossare l’hijab», e sorride mentre lo ignora con i capelli sciolti e la sciarpa appoggiata sulle spalle. Un’altra sfoggia la chioma rossa sullo sfondo delle rovine di Persepoli, mentre due amiche danzano felici sulle rive del Mar Caspio facendo fluttuare l’hijab al vento. «Libertà furtive delle donne iraniane» è il nome della pagina Facebook dove sono pubblicate queste e decine di altre immagini scattate per lo più in luoghi turistici del Paese oppure in strade e campi deserti. Ma molte mostrano il volto.
La libertà che si concedono queste ragazze (e in alcuni casi le loro madri e nonne) è duplice: sfuggono per qualche istante all’obbligo di indossare il velo imposto in Iran dopo la Rivoluzione islamica del 1979 e lo mostrano pubblicamente. Non è un’iniziativa soltanto virtuale e, anche se a lanciarla il 3 maggio è stata la giornalista dissidente Masih Alinejad che vive in Inghilterra, la maggioranza delle foto sono state condivise da donne residenti in Iran, che potrebbero essere punite per la propria impudenza.
È la sfida più aperta finora contro il velo islamico in Iran. In realtà, a partire dalla presidenza del riformista Khatami nel 1997, le iraniane hanno conquistato pian piano centimetri di capelli, spingendo l’hijab sempre più indietro sulla nuca, e indossando striminziti fazzoletti e soprabiti attillati al posto del nero e lungo chador. Si sono scontrate con periodiche strette sull’abbigliamento sotto la successiva presidenza di Ahmadinejad: per legge rischiano le frustate ma spesso vengono punite con l’arresto e il rilascio dopo un impegno scritto a rispettare le norme sulla modestia. La versione «morbida» del velo è così diventata la norma per una fascia di iraniane giovani e «liberal», tanto che persino stiliste autorizzate dal governo la adottano ampiamente e un nuovo blog dedicato allo street style, «Teheran Times», ne illustra le tante varianti.
Dopo l’elezione di Hassan Rouhani alla presidenza, la scorsa estate, la spinta per le libertà personali si è fatta comunque ancora più intensa, viste le sue promesse riformiste. L’obbligo dell’hijab non è stato in realtà revocato, e la giornalista che ha lanciato la pagina Facebook denuncia non solo di essere stata presa di mira dai conservatori (l’agenzia di Stato «Fars» l’ha definita anti-rivoluzionaria) ma anche di non aver ricevuto alcun appoggio dai moderati. «Nessuna figura politica in Iran propone una riforma delle leggi sull’hijab. Le iraniane hanno votato in stragrande maggioranza per i candidati più progressisti che promettevano minori restrizioni, ma nella realtà i cambiamenti sono scarsi».
Rouhani sa che verrà giudicato dai suoi elettori sulla base dei progressi sia dell’economia che dei diritti umani, ma il suo stesso governo è diviso tra riformisti e conservatori. In particolare il tentativo di mettere a freno la polizia religiosa (che controlla anche l’abbigliamento) si scontra con i «comandanti vecchia maniera» e, mercoledì scorso, gli hanno lanciato un avvertimento 500 paramilitari basiji e donne in chador con una manifestazione pro-velo a Teheran. Intanto però molti dei suoi sostenitori lamentano la scarsa attenzione del presidente ai problemi interni — e non solo su questioni di «moda». Dopo le presunte violenze del 17 aprile contro decine di prigionieri politici, picchiati brutalmente e rasati per umiliarli nel carcere di Evin, si è sollevata una furia collettiva con manifestazioni in strada e sui social media. Anche qui le donne si sono fatte fotografare senza velo, ma in questo caso dopo essersi rasate la testa come molti uomini in solidarietà con i prigionieri. Chiedono che il «governo della moderazione» metta in pratica i propri slogan.
Viviana Mazza


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