Google si arrende ecco il modulo per sparire dal web già 12mila richieste

Google si arrende ecco il modulo per sparire dal web già 12mila richieste

Con un semplice modulo da compilare online, Google ha spalancato le porte di Internet al diritto all’oblio. Offrendo così ai cittadini europei, e solo a quelli, la possibilità di essere dimenticati, di cancellare certi contenuti «non più adeguati», «obsoleti», o «irrilevanti », dalla lista dei risultati del motore di ricerca. È stata la Corte di Strasburgo a imporlo, e Google ieri si è adeguata. In poche ore sono arrivate 12mila richieste, 20 domande al minuto, per dire quanto la questione sia sentita dal popolo del web. «Valuteremo le pratiche una ad una, nessun automatismo », assicura il portavoce dell’azienda californiana. Ma i giuristi, qualche dubbio, ce l’hanno.
Politici, casalinghe, imprenditori, persone qualsiasi e persone famose, in tantissimi stanno chiedendo di smacchiarsi la reputazione, di rimuovere, a torto o a ragione, magagne ritrovate in vecchi articoli di giornali, in post di Facebook ritenuti diffamatori, in siti di gossip. Non si elimina veramente la notizia dalla Rete, questo no. Ma — col consenso di Google — i link indicati nel modulo non appariranno più nelle ricerche. Facile, no? No. «Servirà un colpo di genio, tipo quello di Dick Fosbury che alle Olimpiadi del 1968 si inventò il salto dorsale, per tenere insieme diritto all’oblio e diritto all’informazione, perché al momento, di risposte certe, non ne abbiamo». Basta questa dichiarazione rilasciata a Repubblica dal filosofo Luciano Floridi, unico italiano arruolato da Google nel suo comitato di super esperti di privacy, per capire in che razza di ginepraio si è infilato il colosso di Mountain View.
Un passo indietro. Il pronunciamento della Corte di giustizia europea, che estende il diritto all’oblio ai motori di ricerca, è del 13 maggio. Ha dato ragione a un cittadino spagnolo, Mario Costeja Gonzales: costui voleva togliere da Google un link al quotidiano La Vanguardia che dava conto di un pignoramento effettuato nei suoi confronti, risalente però al 1998. L’azienda fondata da Larry Page e Sergey Brin si è dovuta allineare, anche per non rischiare di perdere un mercato, quello dell’Ue, da 500 milioni di utenti. La procedura è questa: si compila il web form specificando l’identità del richiedente (da certificare con documento e firma elettronica),
il link da rimuovere in relazione a quale ricerca e il motivo. «Nella valutazione — si legge sul portale — terremo conto dell’interesse pubblico delle informazioni, ad esempio se riguardano frodi finanziarie, negligenza professionale, condanne penali o la condotta pubblica di funzionari statali». Stop, niente altro viene detto. Non una parola sui tempi di risposta e sui criteri seguiti.
Quello che è chiaro, anche a Google, è che l’asticella da scavalcare con il salto alla Fosbury, per usare la metafora di Floridi, è fissata molto in alto. Il rischio di comprimere il diritto alla trasparenza e di far sparire dal web contenuti che l’opinione pubblica deve poter conoscere è elevatissimo, tanto che è stata creata una commissione di esperti, tra cui figurano il presidente di Google Eric Schmidt, il fondatore di Wikipedia Jimmi Wales, Frank La Rue in rappresentanza dell’Onu, e Floridi. «Il nostro compito sarà di capire quali problemi abbiamo davanti, le conseguenze e le strategie di risoluzione», spiega il professore italiano, che insegna a Oxford. «Entrano in contrasto diritti fondamentali, al momento di certezze non ne abbiamo ». Ma alla domanda su chi valuterà concretamente la massa di richieste, la risposta si fa fredda: «No comment».
«Io temo che alla fine sarà un algoritmo a decidere cosa resta e cosa sparisce», sostiene Fulvio Sarzana di Sant’Ippolito, giurista esperto di diritto informatico. «I moduli inviati online saranno milioni, come potrà il personale di Google vagliarli uno a uno? Se fatta male, questa apertura al diritto all’oblio potrebbe risolversi in una inaccettabile limitazione al diritto all’informazione». E anche il Garante per la Privacy, pur plaudendo alla decisione di Google di adeguarsi all’ordinamento europeo, sottolinea «la necessità di verificare come questi diritti e tutele verranno assicurati». Dubbi che la commissione degli esperti di Google dovrà sciogliere, nel giro di pochi mesi. Un compito arduo, quasi quanto un salto dorsale.


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