Iraq. In cinque mesi uccisi 4mila civili, ma Obama loda il modello iracheno

Jihad con­tro gli isla­mi­sti. Un posto dove Al Qaeda è più debole. Que­sti i modi – molto diversi – con cui i due pre­si­denti alleati, l’iracheno Maliki e l’americano Obama, descri­vono l’Iraq del 2014. Un Paese dove il numero di civili uccisi ogni set­ti­mana tocca le vette degli anni dell’occupazione a stelle e stri­sce. Oltre 4.000 dall’inizio dell’anno, una car­ne­fi­cina figlia di attac­chi ter­ro­ri­stici e scon­tri tra governo e mili­zie. Solo mer­co­ledì 74 vit­time, il bilan­cio peg­giore degli ultimi sette mesi: bombe con­tro il quar­tiere sciita di Bagh­dad, Kad­hi­miyah, con­tro Mosul, Sadr City, Amin e Jihad.

Un mese dopo le ele­zioni che con­se­gnano al pre­mier Maliki una ricon­ferma rela­tiva, la coa­li­zione “Stato di Legge” va a cac­cia di alleanze che garan­ti­scano la mag­gio­ranza. Non sono pochi gli osta­coli: a parte le for­ma­zioni sciite più pic­cole, alcuni ex alleati di peso – il par­tito sciita Muta­win e quello curdo di Bar­zani – abban­do­nano il premier.

Simile la deci­sione degli sciiti sadri­sti di Ahrar. Aggiun­gen­doci oppo­si­zioni sun­nite e lai­che lo schie­ra­mento anti-Maliki avrebbe i numeri per aggiu­di­carsi la mag­gio­ranza par­la­men­tare, con circa 180 seggi su 328; a fre­nare, gli sto­rici con­tra­sti etnici, gli inte­ressi con­tra­stanti e le stesse divi­sioni interne ai par­titi, tra schie­ra­menti più mor­bidi sull’opzione Maliki (Patrio­tic Union of Kur­di­stan, Al Ara­biya e Solu­tion) e altri total­mente con­trari ad un governo di coa­li­zione (Ira­qiya e Uni­ted Bloc).

Fuori dalle stanze dei bot­toni, il Paese è dila­niato. E il vero peri­colo, secondo alcuni ana­li­sti, non arri­ve­rebbe tanto dall’ISIL quanto dai con­si­gli mili­tari sun­niti di Anbar, fru­strati da un’agenda di governo che affonda le radici nell’esclusione della com­po­nente sun­nita: «Se chie­dete ai cit­ta­dini [della pro­vin­cia sun­nita di] Anbar, vi diranno che il vero pro­blema è la puni­zione col­let­tiva con­tro i sun­niti – spiega Erin Evers di Human Rights Watch – C’è chi pensa che l’ISIL sia una mili­zia sciita finan­ziata dall’Iran e uti­liz­zata per divi­dere l’opposizione in Siria e ina­sprire i set­ta­ri­smi iracheni».

A pagarne lo scotto sono Ramadi e Fal­lu­jah: fami­glie rifu­giate in scuole e moschee, pri­vate delle con­di­zioni igie­ni­che di base, dei ser­vizi sani­tari e per­sino del cibo. Ciò si tra­duce nello spo­sta­mento verso forze set­ta­rie, aggiunge la Evers, che garan­ti­reb­bero pro­te­zione alla popo­la­zione: «La gente è disgu­stata dalla reto­rica set­ta­ria, ma il governo ha fal­lito e allora non hanno altra alter­na­tiva che certi gruppi». Sordo alle richie­ste della comu­nità sciita, il primo mini­stro si limita a ope­ra­zioni con­tro gli isla­mi­sti. La prima, in pic­colo, nella pro­vin­cia di Diyala, con­clu­sasi con l’uccisione di 14 mili­ziani. L’altra, di vasta scala, nella deva­stata Anbar: una jihad con­tro Al Qaeda, l’ha ribat­tez­zata Maliki, alle prese con i mili­ziani isla­mi­sti da dicembre.

Nelle stesse ore, da West Point, Obama par­lava di una destrut­tu­ra­zione interna ad Al Qaeda. E annun­ciando il ritiro dall’Afghanistan entro il 2016, sot­to­li­neava i par­ziali suc­cessi del modello ira­cheno: «Dob­biamo muo­vere la nostra stra­te­gia anti-terrorismo, basan­doci su suc­cessi e carenze dell’esperienza in Iraq e Afgha­ni­stan dove il nostro eser­cito è dive­nuto il più forte soste­ni­tore della diplo­ma­zia e dello svi­luppo». Una diplo­ma­zia che ha il volto cruento di una guerra civile occulta e uno svi­luppo che si tra­duce nell’arricchimento della classe diri­gente alle spese del popolo iracheno.


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