Istat: effetto minimo sulla crescita dagli 80 euro di Renzi

Austerità. Istat abbassa le previsioni del governo: il Pil sarà allo 0,6% nel 2014, mentre esplode la disoccupazione di lunga durata. E’ record in Europa

Roberto Ciccarelli, il manifesto redazione • 6/5/2014 • Copertina, Lavoro, economia & finanza, Studi, Rapporti & Statistiche • 519 Viste

Il bonus di 80 euro avrà un effetto minimo sulla ripresa dei con­sumi nel 2014. Nelle stime pri­ma­ve­rili pub­bli­cate ieri dall’Istituto Nazio­nale di Sta­ti­stica (Istat) c’è una valu­ta­zione all’insegna dello scet­ti­ci­smo rispetto alla misura prin­ci­pale alla quale il governo Renzi ha dedi­cato tutte le sue migliori ener­gie per soste­nere una cre­scita ane­mica, per lo più trai­nata dal ritorno agli inve­sti­menti da parte delle imprese, più che dal desi­de­rio di fare shop­ping o di uscire in piz­ze­ria da parte degli ita­liani. E infatti l’Istituto di via Cesare Balbo pre­vede una risa­lita dei con­sumi poco più che sim­bo­lica nel 2014: si tratta di un micro­sco­pico 0,2%, una per­cen­tuale che viene apprez­zata in quanto la spesa delle fami­glie ha supe­rato la soglia psi­co­lo­gica del sotto zero dopo tre anni con­se­cu­tivi di calo.

Ci vor­ranno anni per recu­pe­rare il ter­reno per­duto nel trien­nio della reces­sione, anche se l’Istat invita all’ottimismo: le detra­zioni Irpef pre­vi­ste per i soli lavo­ra­tori dipen­denti, ma non per gli auto­nomi e i pen­sio­nati, oltre che per gli ormai fami­ge­rati «inca­pienti» cioè pre­cari e poveri sotto gli 8 mila euro di red­dito, avranno «un lieve impatto posi­tivo sulla cre­scita eco­no­mica». La spesa delle fami­glie, sostiene l’Istat, cre­scerà dello 0,5% nel 2015 e dell’1% nel 2016. Per il Coda­cons c’è poco da stare alle­gri. Il lieve ritorno alla spesa da parte delle fami­glie è una delle poche varia­bili rima­ste inal­te­rate in un qua­dro macro-economico dove tutto è stato rivi­sto in peg­gio­ra­mento.
Altra brutta noti­zia per il governo, e il suo Def, che pas­serà allo scan­ner dei custodi dell’austerità a Bru­xel­les fino al 2 giu­gno, è la stima della cre­scita per quest’anno. Dopo la Com­mis­sione Ue, anche l’Istat la stima allo 0,6% con­tro l’illusorio 0,8% del governo, l’unico a cre­dere nei mira­coli spac­cian­doli per rea­li­smo. Per gli anni suc­ces­sivi, le pre­vi­sioni sono ugual­mente al ribasso: l’1% nel 2015 e l’1,4% nel 2016. Stime da dimo­strare, ma pre­su­mi­bil­mente a Palazzo Chigi ver­ranno inter­pre­tate come «lie­ve­mente posi­tive». Com’era pre­ve­di­bile, le stime del governo sono state fatte per ali­men­tare la bolla media­tica. Renzi e il mini­stro dell’Economia Padoan ave­vano infatti scom­messo su una cre­scita dell’1,3% nel 2015 e dell’1,6%. Per molto meno l’ex mini­stro dell’Economia Fabri­zio Sac­co­manni aveva pole­miz­zato con l’Istat. Le sue stime minac­cia­vano l’equilibrio pre­ca­rio sul quale si regge l’«austerità espan­siva» delle poli­ti­che eco­no­mi­che.
Un’austerità che con­tri­bui­sce all’andamento dell’occupazione. L’Istat con­ferma che, sia pure in pre­senza di una cre­scita con­te­nuta, non ci sarà un signi­fi­ca­tivo aumento di posti di lavoro. Quest’anno il tasso di disoc­cu­pa­zione dovrebbe sta­bi­liz­zarsi a quota 12,7%, per poi len­ta­mente calare a un poco signi­fi­ca­tivo 12,4% a par­tire dalla seconda metà dell’anno con riflessi anche sul 2015. Di poco, ma la disoc­cu­pa­zione è desti­nata a scen­dere ancora nel 2016. Le unità di lavoro cale­ranno ancora dello 0,2% nel 2014 per poi tor­nare ad aumen­tare dello 0,6% nel 2015 e dello 0,8% nel 2016. Sarà forse que­sto il con­tri­buto che darà il «decreto Poletti» che pre­ca­rizza tutto il pre­ca­riz­za­bile nei con­tratti a termne. Su que­sta pre­vi­sione c’è una con­ver­genza tra Istat e governo.

Quest’ultimo si era man­te­nuto basso nel Def dove l’asticella è stata fis­sata ben al di sopra del 12% fino al 2015. Per l’Istat l’impatto della crisi sulla disoc­cu­pa­zione è stato tale da cam­biarla strut­tu­ral­mente. Nel 2013 la quota dei disoc­cu­pati di lunga durata è stata la più ele­vata tra i prin­ci­pali paesi euro­pei, con una cre­scita rispetto al 2012 di circa 6 punti per­cen­tuali. Un record per l’austerità all’italiana.

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