L’ex ministro Scajola in carcere non risponde al giudice

L’ex ministro Scajola in carcere non risponde al giudice

REGGIO CALABRIA — Una notte insonne, in isolamento, a ricordare dettagli e circostanze per difendersi dall’accusa contestata dalla Procura di Reggio Calabria di aver favorito la latitanza di Amedeo Matacena, ex deputato di Forza Italia, condannato in via definitiva a cinque anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa. Claudio Scajola ex ministro dell’Interno, si era preparato a rispondere al Gip, ieri pomeriggio, nell’interrogatorio di garanzia, ma il suo legale Giorgio Perroni l’ha frenato e consigliato di «avvalersi della facoltà di non rispondere». Perché, ha spiegato il legale, «è necessario fare un interrogatorio più completo e preciso la prossima settimana, non avendo avuto modo di parlare con il mio assistito e perché ci sono 38 faldoni da studiare». E deve essere stata dura convincere l’ex ministro vista la voglia di parlare, «sono tranquillo e riuscirò a chiarire tutto».
Per i magistrati di Reggio Calabria c’è poco da chiarire. Ieri Silvio Berlusconi ha detto che «è assurdo e umiliante mettere in carcere una persona che ha fatto il ministro dell’Interno solo perché ha aiutato a trasferire un amico latitante». La Procura di Reggio Calabria la pensa in maniera diversa, tant’è che ha deciso di presentare ricorso al Tribunale del Riesame contro la decisione del Gip di rigettare l’aggravante dell’articolo 7, per aver favorito un’associazione mafiosa. Scajola — secondo il ragionamento della Procura reggina — favorendo la latitanza di Matacena avrebbe messo in atto una serie di comportamenti che avrebbero dovuto, nelle intenzioni, mascherare società e conti che altrimenti potevano essere sottoposti a sequestro». Un passaggio che il procuratore Cafiero de Raho considera determinante perché «ipotizza che le società di Matacena siano state utilizzate dalla ‘ndrangheta per arrivare ai salotti dell’alta finanza».
Ieri Amedeo Matacena tramite il suo avvocato Enzo Caccavari ha detto di essere «fiducioso nell’operato della magistratura» e di «riuscire a dimostrare la mia innocenza». Il Gip Olga Tarzia scrive che Claudio Scajola si «è messo a disposizione» di Chiara Rizzo, moglie dell’armatore Matacena. I primi contatti telefonici tra i due risalgono al 2 agosto 2013. Scajola e Rizzo usano parole in codice per discutere di come spostare dagli Emirati Arabi al Libano il latitante Matacena. «C’era il timore che venisse emessa la sentenza nel procedimento pendente a Dubai, cui sarebbe potuta conseguire l’espulsione da quel Paese, con il rischio di essere tratto in arresto e trasferito in Italia», scrive il gip Olga Tarzia. Nel linguaggio criptico Amedeo Matacena è la «mamma». Scajola tranquillizza Chiara Rizzo riferendole di avere «contatti con un ministro in carico in quello Stato»(Libano). La Dia ha documentato che Claudio Scajola poteva contare sull’aiuto di Vincenzo Speziali, un calabrese residente a Beirut sposato con la nipote di Amin Gemayel, ex presidente del Libano.
Carlo Macrì


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