L’uomo che si batte per un web aperto a tutti

L’uomo che si batte per un web aperto a tutti

Il futuro di Internet è a rischio e Tim Wu, un professore di legge di 41 anni della Columbia University, è l’uomo che può salvarlo. «La rete deve restare open, aperta» sostiene Wu «non ci dovrebbe essere nessun tipo di discriminazione contro una forma di contenuto o l’altra, o tra un provider e un altro». A renderlo così deciso e influente, oltre alla sua creativa erudizione legale, è stata la sua esperienza diretta nella Silicon Valley ai tempi bollenti dell’epoca delle dot-com: ma anche un deprimente pomeriggio in uno strip club di Atlanta…
Proprio in questi giorni la Fcc, la Federal Communications Commission americana, sta prendendo decisioni che potranno determinare quanto “aperto” resterà il web. “Net neutrality”, il concetto elaborato da Tim Wu una decina di anni fa, significa proprio questo: le compagnie telefoniche e di trasmissione via cavo che controllano l’ossatura portante della rete non dovrebbero limitare il modo col quale il resto di noi ne fa uso. E invece a rendere il dibattito quanto mai infuocato è l’intenzione della commissione – certificata giusto ieri con un primo voto favorevole – di garantire alle compagnie telefoniche e via cavo il diritto di farsi pagare dalle società che producono contenuti – cioè giganti come Netflix, Google, Yahoo o Facebook – in cambio di una velocizzazione delle trasmissioni nelle case dei loro utenti. È la cosiddetta Internet a doppia velocità: più paghi, più vai veloce.
Grazie al lungimirante acquisto da parte di sua madre di un computer, un Apple II, nel 1982, Tim Wu dice con orgoglio di essere diventato un fanatico di elettronica.
Anche lui era destinato a una carriera «nel ramo di famiglia, la scienza», quando – osserva – «ebbi una specie di ribellione », iscrivendosi all’Harvard Law School, dove scoprì un corso di “cyberlaw”, l’insieme di leggi che regolamentano l’uso di reti, sistemi di informazione e computer. Erano gli anni Duemila e l’America era in piena febbre da dot.com. Il contagio arrivò perfino alla Corte Suprema, dove il giovane laureato aveva trovato
lavoro come segretario di un noto giudice: con il suo pedigree legale e le sue capacità di programmazione, Wu divenne molto richiesto. Fu così che optò per un’occasione ad alto rischio: un posto nel marketing in una startup della Silicon Valley «che promise di farci arricchire tutti». Non andò così, anzi. Lì Wu scoprì pratiche imprenditoriali che lo fecero inorridire: «L’idea della network neutrality venne fuori da tutto quel marcio». L’azienda, infatti, vendeva router di dimensioni industriali che erano utilizzati «per bloccare o dare priorità al traffico di Internet, per fare molte cose che le aziende che lavorano con Internet non dovrebbero fare». Wu fu spedito a Pechino e scoprì che le sue apparecchiature interessavano i cinesi per la possibilità che offrivano di facilitare la censura: «E aiutare il governo cinese a censurare i dissidenti non era proprio quello che avevo sempre sognato».
Tutto gli divenne ancora più chiaro il 12 settembre 2001, all’indomani degli attentati. Era finito ad Atlanta in compagnia di altri dipendenti della sua azienda. Gli appuntamenti erano stati cancellati e i colleghi decisero di andare in un club di spogliarello. Fare bisboccia, in un giorno così tragico, lo disgustò definitivamente.
Wu si guardò attorno, cercando una via di fuga, e ottenne un incarico all’università della Virginia. Ma Internet era un tarlo: «Pensavo al web come a una sorta di frontiera perpetua, il posto nel quale chiunque ha una carta da giocare e anche i perdenti hanno una possibilità. Ma ci volevano dei principi che lo mantenessero tale». Fu così che nacque il memorandum A Proposal for Network Neutrality : le idee di Wu si diffusero, raggiungendo i vertici della Fcc.
Ma la questione, oggi, non è più tanto se la net neutrality è una buona idea – la maggior parte delle persone concorda che lo sia – quanto che cosa significhi in pratica. Wu e i suoi alleati sostengono che i provider di banda larga – in sostanza le compagnie telefoniche e di trasmissione via cavo – di fatto funzionano come
common carrier , cioè fornitori di servizi di base. Internet è sempre più importante per l’economia, per la società e per il sistema politico, e il fatto che resti aperto a tutti i nuovi arrivati deve essere garantito dalla Fcc. Che invece sta andando nella direzione opposta.
Andrew McLaughlin, direttore esecutivo di Digg, un nuovo aggregatore di notizie, dice di essere preoccupato perché «se le grandi aziende avranno l’autorizzazione ad acquistare servizi prioritari su Internet, diventerà sempre più difficile per i due amici che in qualche garage stanno maturando una grande idea innovare le cose, diffonderle ed entrare in concorrenza». McLaughlin non è un signore qualunque: è stato consigliere di Barack Obama e le sue parole riprendono i commenti fatti dal presidente nel febbraio 2010 in un’intervista su YouTube. «Credo profondamente nella neutralità della rete» disse Obama. «Stiamo ricevendo degli strattoni all’indietro, ovviamente da alcuni dei provider più grandi, che vorrebbero far pagare cifre più alte e ricavare più soldi dagli utenti danarosi. Ma pensiamo che ciò vada contro lo spirito di apertura che ha fatto di Internet un potente motore non soltanto per la crescita economica, ma anche per la nascita e la diffusione delle idee».
Molte aziende, comprese Netflix e Yahoo, i siti di social media come Facebook, Twitter e Reddit, i motori di ricerca come Google e Bing di Microsoft, e poi le società di e-commerce come Amazon, temono che la Fcc possa dare il controllo della situazione ai «guardiani della banda larga». In una lettera inviata alla Fcc la settimana scorsa, sostengono che la nuova fase di messa a punto delle regolamentazioni «costituisce una grave minaccia per Internet ». Wu va oltre: considera queste battaglie come le ultime di un lungo ciclo. Il suo libro, The Master Switch: The Rise And Fall of Information Empires , descrive come la Fcc, nell’attività di controllo del monopolio telefonico, abbia agito sempre meno nell’interesse della gente e sempre più per promuovere gli interessi delle compagnie. E oggi le fusioni potrebbero creare nuovi colossi in grado di sopraffare il controllore, cioè la stessa Fcc. D’altronde è sempre stato così. Spiega Wu nel suo libro che, da sempre, le aziende di media sono cresciute fino diventare troppo grandi e iniziare a frammentarsi, venendo poi sostituite da aziende più piccole e dinamiche, in un ciclo senza fine. È la regola del Romanzo dei tre regni , un classico cinese, che Wu cita nel suo libro: «Un impero unito da lungo tempo deve dividersi; un impero da tempo diviso deve unirsi». Peccato, aggiunge, che oggi viviamo nel mondo moderno: dove a proteggere l’interesse pubblico non dovrebbe essere il governo?
© 2-014 New York Times News Service
( Traduzione di Anna Bissanti)



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