La periferia come «arte pubblica»

La periferia come «arte pubblica»

RINASCIMENTO URBANO. È QUESTA L’ESSENZA DI UN PROGETTO ARTISTICO CHE VEDE LA SUA CONCLUSIONE PROPRIO OGGI ALLA PERIFERIA DI ROMA. Camminare per la città seguendo piste e suggerimenti che dai muri stessi arrivano. Se si è curiosi non si può che passare per San Basilio in cerca dell’arte. Muralisti di fama internazionale si sono calati per mesi nella realtà urbana e hanno condiviso col pubblico le loro opere. Di fatto, con vero spirito «rivoluzionario» e profondamente innovativo, in questo modo l’arte esce dal museo e invade la città. Tutti ne possono godere e beneficiare senza alcuna differenza di casta o censo. E per farne esperienza è sufficiente essere muniti di scarpe comode e curiosità. Due ingredienti che portano inevitabilmente a fare scoperte: angoli delle città dimenticati o poco conosciuti, spesso un po’ puzzolenti o ritenuti pericolosi, sono stati restituiti alla società.
«Il nostro lavoro che produce “arte pubblica” non avrebbe senso se quest’ultima non fosse portata innanzitutto nei luoghi dove non c’è o non viene prodotta», spiega Simone Pallotta, il curatore di SanBa, acronimo che si scioglie nel nome del quartiere di Roma in cui i murales sono stati realizzati: San Basilio, appunto. Il progetto è iniziato a fine marzo con il coinvolgimento delle scuole in laboratori trasversali di arti contemporanee che hanno portato alla creazione di opere di design urbano per rigenerare aree in disuso del quartiere restituendole ai suoi abitanti. «Le opere nascono sempre da un confronto con le persone. Gli abitanti dei palazzi sono stati avvicinati alla poetica dei due artisti con riunioni di condominio e interventi di sensibilizzazione all’arte contemporanea. È fondamentale che ci sia per un ritorno all’arte. La street-art oggi si realizza perlopiù chiamando gli artisti a realizzare le opere, calandoli dall’alto nel contesto urbano. Gli abitanti non hanno nessun tipo di interazione con l’opera, la subiscono e sono costretti a conviverci».
UN PERCORSO UNICO
È per questo che i quattro murales sono accoppiati visivamente e costituiscono un percorso unico, quasi a rendere un messaggio che si può cogliere soltanto se si cammina lungo tutto il quartiere. Ecco che due dei muralisti più rinomati e apprezzati in tutto il mondo, lo spagnolo Alejandro Liqen e l’italiano Agostino Iacurci hanno riempito di colori quattro facciate degli edifici dell’Ater con loro opere monumentali. In questa sorta di pala d’altare rinascimentale calata ai giorni nostri, la natura prende possesso di nuovo del pianeta, raccogliendo con un enorme rastrello i rifiuti urbani del consumismo tecnologico sfrenato (ElRanacerdi Liqen), seminando e facendo germogliare fiori giganteschi che fanno nascere animali e persone nuove (El Devenir di Liqen), così che da un mondo in cui ognuno è isolato nella propria stanza, prigioniero delle abitudini domestiche, i muri si possano letteralmente aprire per far rivedere il cielo stellato (The Blind Wall di Iacurci) e infine, si torni a un mondo in cui acqua, terra e cielo sono in armonia e l’uomone sia soltanto una piccola componente, seppur con l’enorme responsabilità di doverlo gestire (The Globe di Iacurci).
E proprio quest’ultimo artista a spiegare il suo lavoro. «Non si tratta più di street-art. Il nostro è ormai un muralismo contemporaneo – tiene a precisare Iacurci – Lavoriamoper andare oltre, guardando alla città con un linguaggio nuovo, certo nato dalla street-art, ma ormai separato, seppur parallelo. Il nostro approccio definisce la tecnica e l’ottica che ha una visione più ampia sulla realtà».
Illustratore, pittore e muralista, appunto, Iacurci non sembra intimidito dalle diverse possibilità che queste tre vie offrono a un artista, con i vari livelli che si contaminano continuamente. A soli 28 anni vanta già un curriculum mostruoso, che spazia dall’illustrazione editoriale ai murales, dall’incisione alla scenografia, fino ad arrivare alla nomina di assistente in Illustrazione allo Ied. «Confrontarmi con superfici e tecniche sempre diverse mi stimola. Mi costringe a mettermi in discussione e influisce sicuramente sul mio modo di lavorare, perché devo, di volta in volta, ripensare il mio approccio», dice Iacurci. Italia, Francia, Giappone, Corea, Taiwan, Russia, Stati Uniti: le sue opere giganti campeggiano su muri e pareti in tutto il mondo. Con il suo stile fiabesco, ma mai banale, rivitalizza quartieri e aree urbane spesso periferiche e abbandonate a se stesse. Crea figure che sembrano immerse in un’atmosfera surreale, quasi a voler comunicare un messaggio agli abitanti del quartiere. I suoi bizzarri personaggi, appartenenti a un mondo fantastico, prendono posto sulle facciate di palazzi ed edifici, assumendo dimensioni enormi che si rivolgono ironicamente ai passanti. «L’opera è viva e partecipa alla vita di tutti, di quelli che passano, e, forse soprattutto, di quelli che lì ci vivono. E non credo che nessun passante si senta defraudato di qualcosa perché una finestra si apre con i suoi panni stesi nel dipinto».
IL DIALOGO CON IL CONTESTO
È costante la sua ricerca di dialogo con il contesto urbano. «Nei murales io faccio il contrario dell’illustrazione, non lavoro per condensazione, ma per espandere lo sguardo. Per questo i miei lavori non hanno titoli. Anzi, ne hanno migliaia, cioè quanti sono gli spettatori dell’opera. Ogni murale acquista storie e contesti di chi la guarda e, al contrario di un dipinto che è tutto il paesaggio, il mio muro è solo un elemento di un paesaggio urbano molto più ampio, che cambia al cambiare del punto di vista», continua Iacurci.
Nelle sue opere dalle forme sintetiche e dai toni vivi, con un linguaggio essenziale è capace di veicolare molteplici livelli di lettura. L’ironia cinica e intelligente colloca i suoi «racconti» sulla soglia perenne tra innocenza e malizia, serenità e catastrofe, in una tensione tra opposti che è chiave interpretativa dell’intera esistenza. «È vero. Nel mio linguaggio artistico non mi pongo limiti. E cerco di sorprendermi ogni giorno».



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