Il Portogallo come l’Irlanda, fuori dal piano di salvataggio

Dublino l’ha deciso 4 mesi fa, ieri è toccato a Lisbona: il Portogallo sarà il secondo Paese dopo l’Irlanda a uscire dalla procedura di salvataggio della troika

Andrea Nicastro, Corriere della Sera redazione • 5/5/2014 • Copertina, Internazionale, Lavoro, economia & finanza nel mondo • 846 Viste

MADRID — Dublino l’ha deciso 4 mesi fa, ieri è toccato a Lisbona: il Portogallo sarà il secondo Paese dopo l’Irlanda a uscire dalla procedura di salvataggio della troika. E lo farà in modo «pulito», senza cioè chiedere alcun ombrello per le future aste di finanziamento del debito pubblico. Lisbona confida cioè che i capitali in fuga dai Paesi emergenti continuino ad affluire abbassando i tassi d’interesse per tutta Europa. Pochi, anche solo un anno fa, ci avrebbero sperato.
Conti e competitività sembrano avviati verso un orizzonte migliore nonostante l’obiettivo di deficit sia stato posticipato e il debito sia aumentato. Partito da quota 100% nel 2010 il debito luso sfiora ora i livelli italiani con il 128%. La bancarotta e l’uscita dall’euro però sono state evitate grazie al prestito da 78 miliardi del 2011. Ora Lisbona si dice in grado di camminare sulle proprie gambe. Il doloroso miracolo si riassume con due valori che su un grafico si incrocerebbero come una x. Da una parte la linea in salita a indicare la crescita del 12% del prelievo fiscale da 32,3 miliardi del 2010 a 36,2 nel 2013. Dall’altra la linea in discesa, quella del Pil, crollato negli stessi anni del 6%. Strizzare più soldi da un’economia in recessione ha significato guadagnarsi la fiducia sui mercati, ma anche provocare povertà ed emigrazione.
I portoghesi hanno protestato in modo molto diverso dalla Grecia. Cortei sì, numerosissimi, ma senza le violenze di piazza Syntagma, anche perché il primo ministro Pedro Passos Coelho è stato eletto quando erano già chiari i sacrifici che avrebbe imposto. Così il Paese è finito nel radar della curiosità cinica degli altri europei quasi solo per i paradossi del benessere perduto: le ambulanze anti infarto ferme per mancanza di benzina, le code alle ambasciate delle ex colonie africane per emigrare, le autostrade costrette a cambiare nome a causa di quell’eccesso di ottimismo che le aveva fatte battezzare Sem Custo Para el Utilizador, cioè «gratis».
Uscire dalla lente della troika non significherà ancora abbassare le tasse. Nella dodicesima e ultima analisi delle finanze portoghesi, Fmi, Commissione Europea e Bce, hanno ottenuto l’impegno di Lisbona a mantenere la pressione fiscale praticamente invariata anche per il 2015. Dei dati positivi, però ci sono. Il 23 aprile Lisbona ha collocato sul mercato 750 milioni di bond decennali al tasso del 3,5752% (i Btp italiani erano al 3,40%). Il Pil portoghese è previsto in crescita dell’1,2% per fine anno e la bilancia dei pagamenti è ora leggermente positiva. Il Paese ha sofferto e continuerà a farlo, ma resta caparbiamente attaccato all’Ue. L’arretratezza da isolamento dell’epoca della dittatura è troppo recente. Con una prospettiva più lunga della dichiarazione dei redditi annuale, la maggioranza dei portoghesi valuta che l’adesione all’Ue ha cambiato in meglio la sua vita. Nel ’74, anno della rivoluzione dei garofani, solo il 5% dei giovani arrivava alla maturità. Oggi il 78%.
Andrea Nicastro

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