«Quei populismi destinati a vincere per poi spaccarsi»

Prodi e Letta: le riforme in Italia insidiate dalla burocrazia

MASSIMO FRANCO, Corriere della Sera redazione • 8/5/2014 • Copertina, Europa, Politica & Istituzioni • 4672 Viste

La percentuale di voti presa dal Front national di Marine Le Pen alle elezioni del 2012 (nel 2007 era al 4,3%), risultato che ha permesso al partito di diventare la terza forza politica francese. E i sondaggi lo premiano anche per le europee: per alcuni istituti potrebbe diventare il primo partito La percentuale di voti presa dal partito della libertà (Pvv) olandese, fondato da Geert Wilders, alle scorse Europee del 2009, risultato che lo ha trasformato nel secondo partito dei Paesi Bassi. Anche se le Politiche 2012 ne hanno segnato un netto ridimensionamento La percentuale di voti presa dal partito per l’Indipendenza del Regno Unito (Ukip) guidato da Nigel Farage alle amministrative del 2013: un exploit senza precedenti. I sondaggi della fine di aprile attribuiscono al partito di Farage ben il 30% dei consensi L’agenzia
L’Arel, l’agenzia di ricerche e legislazione, è un prestigioso istituto di ricerca italiano fondato nel 1976 (e presieduto) dall’economista ed ex ministro Beniamino Andreatta insieme con Umberto Agnelli, Urbano Aletti, Adriano Bompiani, Franco Grassini e Ferrante Pierantoni
I presidenti
I successivi presidenti sono stati Mino Martinazzoli e Francesco Merloni, attualmente in carica. Enrico Letta ha dato le dimissioni da segretario generale al momento della nomina a premier
L’ ex presidente della Commissione Ue, Romano Prodi: «L’ultima volta che ho incontrato Vladimir Putin, alcuni mesi fa, mi ha detto: “In Europa non so con chi trattare. Non trovo un interlocutore”. Dobbiamo sapere che questa mancanza di unità ci danneggia enormemente all’esterno». L’ex presidente del Consiglio, Enrico Letta: «Così com’è, l’Ue non è difendibile. Dalla Finlandia alla Grecia ci sono umori fortemente antieuropei: questo dice uno studio fatto di recente da Simon Hix, della London school of economics. Il solo Paese a fare eccezione è la Germania». Le parole sono dirette, perfino impietose. E a pronunciarle sono due europeisti convinti, attenti a individuare qualunque antidoto ad una crisi di identità continentale della quale non si vede ancora la fine. Offrono le loro impressioni a una cinquantina di banchieri, imprenditori, giuristi, diplomatici riuniti all’Arel, l’istituto di ricerca creato dall’ex ministro Beniamino Andreatta, oggi scomparso.
Li ha invitati a parlare a porte chiuse l’industriale Francesco Merloni, a un passo dal Senato. Si tenta di capire quali scenari restituiranno le elezioni del 25 maggio. Quanto peseranno i partiti populisti. E se e quanto la guerra civile in Ucraina sottolineerà il declino dell’Unione Europea come entità sovranazionale. Prodi non nasconde una vena di preoccupazione. «Noto uno strano ottimismo sui giornali», dice. «Ma se si guarda ai dati economici, non c’è da stare allegri». La previsione dell’ex presidente della Commissione europea è che nei prossimi anni la disoccupazione aumenterà e diventerà strutturale. Dopo gli impiegati di banca toccherà perfino agli analisti finanziari essere espulsi dal mercato del lavoro, come conseguenza dei progressi dell’informatica e della robotica. L’unica cosa sorprendente, per Prodi, è che questa deriva non abbia ancora provocato tensioni sociali più serie.
Il voto europeo di maggio può invertire queste tendenze? Lo scetticismo è affidato a domande come: la Germania è convinta di dover cambiare politica rispetto all’austerità? Ci può essere un cambio di passo e di strategia che consenta di puntare alla ripresa come hanno cercato di fare Stati Uniti e Cina? Le risposte sono intrise di scetticismo. Perché la Germania oggi è l’unica nazione che va al voto senza avere nella pancia un vero partito antieuropeista. Perché la prospettiva che il potere decisionale passi dalla Banca centrale europea alle istituzioni politiche di Bruxelles, come è successo di fatto negli ultimi anni, non è scontata: se non altro perché il dualismo tra Commissione e Consiglio si ripeterà per consentire la spartizione delle cariche tra Popolari e Socialdemocratici.
Dunque, la tendenza al compromesso è più verosimile che un cambiamento radicale: nonostante Prodi e Letta vedano le forze dichiaratamente ostili all’Ue e alla moneta unica arrampicarsi fino a diventare quasi un terzo del Parlamento. Per paradosso, la paura di una sorta di «Tea Party» continentale, variante europea dei movimenti repubblicani e antisistema statunitensi, potrebbe indurre le forze tradizionali a muoversi. «Never waste a good crisis», non lasciarti sfuggire mai l’occasione di sfruttare una crisi, usava dire il segretario di Stato Usa, James Baker, citato nella riunione all’Arel dall’ambasciatore Fernando Salleo. Per questo, Enrico Letta prevede che i movimenti come quello di Beppe Grillo avranno un buon successo ma si divideranno. «Sono populismi incompatibili e incomponibili», sostiene l’ex premier. «Che cosa hanno in comune Grillo, la Lega, il partito indipendentista inglese di Nigel Farage e il Front National francese di Marine Le Pen? Solo il no».
Ma il problema non sono loro quanto i loro elettori; e la capacità degli altri di contrapporre una narrativa credibile. È stata rimarcata la difficoltà di condurre una campagna elettorale che elenca i pericoli e le velleità dei populismi, ma al tempo stesso deve ammettere tutti i limiti dell’europeismo d’ufficio. Da questo punto di vista, secondo Letta, la sfida di questi movimenti è paradossalmente benefica: se non altro perché costringe ad osservare le cose con più freddezza, e a riconoscere gli errori commessi: compresi quelli nella crisi dell’Ucraina, iniziatasi quando «è stata messa con le spalle al muro dall’Europa senza offrirle un euro», osserva Prodi. Eppure, sulle cause di una Unione che negli ultimi tre o quattro anni «è finita fuori gioco in termini di soft power sul piano mondiale», le opinioni rimangono diverse e divergenti.
Si contendono la colpa l’allargamento ad alcuni Paesi dell’Europa orientale; le velocità diverse tra Stati che aderiscono alla moneta unica e che ne sono fuori; le differenze di mentalità tra Nord e Sud Europa; il ruolo storicamente euroscettico della Gran Bretagna. Su questo punto, Prodi è convinto da tempo che se l’Ue vuole rinnovarsi, deve fare da sola, «perché gli inglesi non vogliono cooperare su niente». Non solo. Secondo l’ex presidente della Commissione europea, anche sul piano monetario Londra e Bruxelles si divideranno, perché la Cina userà il potere finanziario di Londra per dare forza alla propria moneta, lo yuan, come valuta di riserva in concorrenza con l’euro. Letta, invece, ritiene che la Gran Bretagna debba restare ancorata all’Europa: per motivi militari, economici e strategici.
Su un punto, invece, entrambi sono completamente d’accordo: il peso schiacciante della burocrazia in Italia. Prodi è netto: «Possiamo anche fare le riforme perché ce lo chiedono dall’estero, e dunque servono a cambiare la percezione che fuori si ha di noi. Ma non cambierà la vita pratica. Il problema dell’Italia non sono le riforme ma la paralisi burocratica», uno dei temi sui quali insiste il premier Matteo Renzi. E di sfuggita, tra le domande e le risposte, all’Arel è stata evocata la «troika»: Commissione Ue, Fondo Monetario Internazionale e Banca centrale europea. La triade è stata trattata come un fantasma da scacciare, perché sancirebbe l’incapacità dell’Italia di farcela da sola e il suo commissariamento finanziario. Il timore inconfessato, tuttavia, è che un fallimento delle riforme possa farlo riapparire in estate, dopo la tregua che i mercati sembrano essersi imposti fino a giugno.

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