“ Rostagno ucciso da Cosa nostra ”, ergastolo ai due boss

“ Rostagno ucciso da Cosa nostra ”, ergastolo ai due boss

TRAPANI . Ci sono voluti ventisei anni per dichiarare ufficialmente Mauro Rostagno vittima della mafia. Ventisei anni di depistaggi istituzionali, prove scomparse e reticenze, che hanno tenuto lontana la verità. Fino a ieri sera, quando la corte d’assise presieduta da Angelo Pellino e Samuele Corso ha condannato all’ergastolo il capomafia di Trapani Vincenzo Virga e il suo killer di fiducia, Vito Mazzara, entrambi in carcere già da anni per scontare altre condanne a vita. «Sono il mandante e il sicario dell’omicidio di Mauro Rostagno», così li hanno descritti nel processo i pm Gaetano Paci e Francesco Del Bene, ripercorrendo le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, un tempo mafiosi di rango anche loro.
Vincenzo Sinacori, fino agli anni 90 capo della famiglia di Mazara del Vallo, ha detto: «Rostagno è morto per le sue trasmissioni televisive, non perdeva occasione di attaccare Cosa nostra». Francesco Milazzo ha aggiunto: «Il via per l’omicidio era partito dalla Provincia, perché il giornalista aveva toccato qualche nome importante nelle sue trasmissioni». All’epoca, il capo della provincia mafiosa di Trapani era Francesco Messina Denaro, uomo di tante relazioni nel mondo degli affari e della massoneria, prima di morire le ha trasmesse tutte al figlio Matteo, ricercato numero 1. Ecco perché la storia di Rostagno, ucciso la sera del 26 settembre 1988, è ancora attualissima. Perché nei suoi telegiornali, il battagliero direttore di Rtc denunciava ogni giorno quegli intrecci di potere fra mafia, affari e massoneria che sono ancora i misteri della provincia di Trapani. Negli ultimi giorni di vita, Rostagno si preparava a un grande scoop: si era fatto dare una telecamera portatile dai tecnici della sua emittente. La cassetta con le riprese la teneva chiusa in un cassetto, in ufficio. E aveva fatto anche una copia, la teneva in borsa: fu la prima cosa che i killer cercarono la sera del delitto dopo aver eseguito la condanna a morte. E lo scoop fu rubato. Dice la sorella di Mauro, Carla: «Adesso, dovranno dirci chi ha depistato le indagini per tanti anni ». Anche la corte chiede un approfondimento: ha inviato in procura i verbali di una decina di testimoni, fra cui un carabiniere.



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