Strasburgo, fine corsa per le patrie galere?

Fuoriluogo. Dopo la sentenza Torreggiani sul sovraffollamento, l’Europa potrebbe concedere più tempo all’Italia per rendere meno “disumane” le sue carceri. Ma il rispetto della Costituzione è ancora lontano

Andrea Pugiotto, il manifesto redazione • 28/5/2014 • Carcere & Giustizia, Copertina, Diritti umani & Discriminazioni • 696 Viste

Scade oggi l’anno con­cesso all’Italia per tra­sfor­mare il car­cere in luogo di lega­lità. Il cro­no­me­tro era scat­tato dopo la con­danna a Strasburgo per vio­la­zione del divieto di tor­tura, cau­sata da un sovraf­fol­la­mento car­ce­ra­rio «strut­tu­rale e siste­mico», denun­ciato da una marea di ricorsi. Nei pros­simi giorni cono­sce­remo il ver­detto su quanto fatto e non fatto dalle auto­rità ita­liane. Previsioni?

Trac­ciamo il peri­me­tro giu­ri­dico del pro­blema. La con­danna nasceva dalla carenza di spa­zio in cella (sotto i 3 mq a dete­nuto). Un «mal­fun­zio­na­mento cro­nico pro­prio del sistema peni­ten­zia­rio ita­liano», che impone «senza indu­gio» rimedi effet­tivi sia pre­ven­tivi che com­pen­sa­tivi. Tutto il resto viene dopo.

Il Guar­da­si­gilli è fidu­cioso. Le novità nor­ma­tive e le azioni ammi­ni­stra­tive rea­liz­zate, inci­dendo sui flussi deten­tivi in entrata e in uscita, avreb­bero ridotto la popo­la­zione car­ce­ra­ria a 59.500 unità. È stata avviata la ridu­zione dei circa 18.000 dete­nuti ristretti in uno spa­zio tra 3 e 4 mq, troppo vicino al mar­gine san­zio­nato a Stra­sburgo. È in fun­zione un sistema che con­sente – con un clic sul com­pu­ter – di moni­to­rare le con­di­zioni di ogni dete­nuto, in ogni cella, in ogni car­cere. Mis­sione com­piuta, dun­que? Que­ste cifre sono oggetto di non infon­date con­te­sta­zioni. Assu­mia­mole, egual­mente, per vere. Sta­ti­sti­ca­mente, forse, sod­di­sfe­ranno «un pro­saico cal­colo geo­me­trico della sof­fe­renza» (Gio­stra). Restano tut­ta­via sopra la capienza rego­la­men­tare, che pure il mini­stero stima assai gene­ro­sa­mente in 48.300 posti.

Resta insod­di­sfatto l’obbligo di intro­durre ade­guati rimedi com­pen­sa­tivi. Il governo pensa a inden­nizzi pecu­niari ovvero a sconti di pena per chi è ancora recluso. La mone­tiz­za­zione di un trat­ta­mento inu­mano ha un che di osceno ma è nella logica del risar­ci­mento del danno. Più pro­ble­ma­tico, anche alla luce della giu­ri­spru­denza di Stra­sburgo, è l’altro rime­dio ipo­tiz­zato: per­ché l’art. 3 CEDU (divieto di tor­tura) non con­sente bilan­cia­menti di alcun genere. Diver­sa­mente, ad esem­pio, dall’art. 6 CEDU (durata ragio­ne­vole del pro­cesso), la cui vio­la­zione può com­pen­sarsi – come ha ammesso la Corte euro­pea – con una ridu­zione della suc­ces­siva condanna.

È rea­li­stico, allora, atten­dersi una pro­roga rispetto all’odierna sca­denza. E non solo come apprez­za­mento per quanto fatto dall’Italia, che è molto ma non è abba­stanza. Die­tro la sentenza-pilota di un anno fa c’è anche l’interesse della Corte euro­pea a non affo­gare in migliaia di ricorsi sia­mesi (ad oggi, 6.829): Stra­sburgo non può né deve né vuole tra­sfor­marsi in giu­dice di ultima istanza per un paese – il nostro – inca­pace di rispet­tare lo stan­dard minimo e non incom­pri­mi­bile di super­fi­cie die­tro le sbarre.

Dove­vamo pen­sarci prima. La sen­tenza Tor­reg­giani nulla dice che la poli­tica non sapesse: già nella scorsa legi­sla­tura le Camere discus­sero in seduta straor­di­na­ria il pro­blema della con­di­zione car­ce­ra­ria. Nella Legi­sla­tura attuale, ser­viva un tem­pe­stivo dibat­tito par­la­men­tare del mes­sag­gio pre­si­den­ziale, par­cheg­giato invece per mesi. Ser­viva un atto di cle­menza gene­rale impo­sto dalla straor­di­na­ria gra­vità della situa­zione: come richie­sto – ina­scol­tati – da Qui­ri­nale, Con­sulta, Primo Pre­si­dente di Cas­sa­zione e da un Marco Pan­nella mai domo.

Si è scelto diver­sa­mente, a favore di un’aritmia nor­ma­tiva che ci costrin­gerà a gio­care i tempi di recu­pero. Sapendo fin d’ora che, adem­piuto il giu­di­cato euro­peo, saremo ancora a metà dell’opera. Per­ché il nostro oriz­zonte resta quello costi­tu­zio­nale di una pena che deve ten­dere alla riso­cia­liz­za­zione del reo. Un oriz­zonte che non si misura sol­tanto in metri quadri.

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