No al supersalario minimo La Svizzera resta «flessibile»

No al supersalario minimo La Svizzera resta «flessibile»

E’ svanita in pochi minuti l’illusione che la Svizzera potesse diventare l’Eldorado dei lavori salariati: con una schiacciante maggioranza del 76,3% è stato infatti bocciato il referendum con cui si voleva introdurre uno stipendio minimo per legge di 4.000 franchi (pari a 3.200 euro), che avrebbe significato la paga base più alta del pianeta. In concreto, svanisce soprattutto il sogno per i circa 60 mila italiani che lavorano nella Confederazione Elvetica, di vedere la loro retribuzione equiparata a quella degli svizzeri.
La consultazione promossa dai sindacati e dal partito socialista non aveva molte chances di affermazione già in partenza: parere contrario avevano espresso il governo, le organizzazioni imprenditoriali e i partiti di centro e di destra. Dalle urne è uscito un verdetto privo di ogni chiaroscuro: la bocciatura è arrivata da tutti i Cantoni, nessuno escluso, con punte dell’87% di no. Proprio a voler tentare la scomposizione di un dato così monolitico si può abbozzare una sola considerazione: i sì hanno contenuto la sconfitta, raggranellando il 38%, solo a Ginevra e nel Canton Ticino, guarda caso i due territori dove più alto è il ricorso a lavoratori stranieri (francesi in un caso, italiani nell’altro) mentre il no ha dilagato nei cantoni dove la presenza di manodopera d’importazione è molto scarsa.
L’iniziativa referendaria era nata con uno scopo preciso: frenare il ricorso a forza lavoro non elvetica, che è pronta ad accettare paghe più basse della media dando luogo a un fenomeno di dumping salariale. Se a febbraio i partiti di destra avevano dato una risposta a questo fenomeno proponendo (e vincendo) un referendum con il quale si chiedeva al governo di introdurre per legge un tetto all’impiego di lavoratori stranieri, da sinistra si è cercato di contrapporre una diversa impostazione e cioè l’innalzamento dei salari. Ma il mainstream svizzero, contrario a ogni ingerenza dello Stato nei rapporti di lavoro tra privati, ha affossato la proposta.
La consultazione, del resto, aveva un valore poco più che simbolico: nella Confederazione il 90% dei dipendenti ha già una busta paga ben più pesante di 4 mila franchi mensili, nonostante soltanto poco più della metà di essi sia tutelato da un contratto di lavoro nazionale (gli accordi aziendali sono la norma); sotto questa soglia ricadono all’incirca 330 mila persone tra cui è compresa la gran parte dei frontalieri, vale a dire gli italiani che quotidianamente vanno e vengono dalla frontiera per ragioni di lavoro. Ecco perché la consultazione di ieri avrebbe potuto avere paradossalmente ricadute maggiori sull’Italia anziché sulla Svizzera.
«Gli elettori hanno espresso un voto ragionevole – ha commentato all’agenzia Swissinfo il presidente del Partito popolare democratico Christophe Darbellay – poiché la vittoria dei sì avrebbe finito per colpire quelle figure che intendeva proteggere». Per il Partito liberale-radicale è invece stata scongiurata una minaccia alla competitività dell’economia svizzera. A Lugano esulta la Lega dei Ticinesi, il partito di maggioranza che da anni ormai fa dell’innalzamento di barriere nei confronti dell’Italia la sua bandiera politica: «Il referendum ha asfaltato la sinistra – dichiara il capogruppo Daniele Caverzasio – e l’introduzione di un salario lineare era una proposta sbagliata. Ma è anche vero che c’è chi cerca di sfruttare la difficile situazione dell’economia italiana e favorisce gli abusi. Adesso gli imprenditori siano i primi a dimostrare responsabilità sociale».
Claudio Del Frate


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