Taranto, la bella avvelenata

Accanto all’Ilva di Taranto convivono un porto industriale, una raffineria, due termovalorizzatori, un cementificio, e centinaia di altre attività: un immane complesso industriale è scagliato addosso a una città dalle strutture fragilissime

Vezio De Lucia, il manifesto redazione • 15/5/2014 • Ambiente, Territorio e Beni comuni, Copertina, Lavoro, economia & finanza • 886 Viste

«Sof­fo­cata a occi­dente dall’enorme zona indu­striale (cen­tro side­rur­gico Ital­si­der) e a oriente da una sgan­ghe­rata espan­sione edi­li­zia, Taranto offre oggi al visi­ta­tore uno spet­ta­colo rac­ca­pric­ciante, esem­pio da manuale di che cosa può pro­durre il sonno della ragione, cioè il siste­ma­tico disprezzo per le norme ele­men­tari del vivere asso­ciato nel nostro tempo». Non è un’inchiesta dei giorni nostri, è un arti­colo pro­fe­tico di Anto­nio Cederna sul Cor­riere della Sera del 18 aprile del 1972, qua­ran­ta­due anni fa. In un pezzo di qual­che giorno prima aveva scritto: «Era logico pen­sare che un’impresa così gigan­te­sca che coin­volge tutto il ter­ri­to­rio dovesse essere inqua­drata in un prov­ve­di­mento urba­ni­stico ed eco­no­mico stret­ta­mente coor­di­nato e inte­grato con ogni altra atti­vità (agri­col­tura, media e pic­cola indu­stria, difesa delle risorse ambien­tali, edi­li­zia eco­no­mica e popo­lare, ecce­tera) prov­ve­dendo nello stesso tempo ad affron­tare i pro­blemi creati dal pro­prio peso schiac­ciante (dalla pro­gres­siva ana­lisi del traf­fico all’inquinamento dell’aria e dell’acqua). Niente di tutto que­sto: è tri­ste dover rico­no­scere che l’industria a par­te­ci­pa­zione sta­tale, che bene­fi­cia di enormi con­tri­buti e age­vo­la­zioni da parte dello Stato pre­tende di far a meno di piani che appena esor­bi­tino dal suo limi­tato set­tore e, gio­van­dosi della debo­lezza dei respon­sa­bili a tutti i livelli, impone le pro­prie scelte par­ti­co­lari alla comu­nità». Cederna si rife­ri­sce al rad­dop­pio (da mille a due­mila ettari) del cen­tro side­rur­gico allora avviato, con lavori ciclo­pici che alte­ra­vano la geo­gra­fia dei luo­ghi, in con­tra­sto con gli stru­menti urbanistici.

Eppure, in que­gli stessi anni, il Comune di Taranto era attra­ver­sato da sor­pren­denti spinte inno­va­tive, quasi con­tem­po­ra­nea­mente a Bolo­gna, e comin­ciava a pro­get­tare il recu­pero del cen­tro sto­rico, cioè di Città Vec­chia, l’isola, anima e sim­bolo di Taranto, che separa il Mar Pic­colo dal Mar Grande, dove si erano inse­diati i primi coloni greci. Fu una vicenda straor­di­na­ria legata al nome dell’architetto Franco Blan­dino, che ha dedi­cato la vita allo stu­dio, alla con­ser­va­zione e alla rina­scita della sua città (espe­rienza che Enrico Gri­foni e altri gio­vani urba­ni­sti stanno cer­cando di rilan­ciare). Nel 1974 il Con­si­glio d’Europa rico­nobbe a Bolo­gna e a Taranto il pri­mato in mate­ria di recu­pero del patri­mo­nio abi­ta­tivo sto­rico. E gra­zie alle leggi di riforma degli anni Set­tanta e a ces­sioni volon­ta­rie il comune acquisì circa tre­cento alloggi degra­dati desti­nan­doli a edi­li­zia popo­lare. La mag­gior parte delle poche fami­glie che oggi abi­tano nella Città Vec­chia sono inqui­lini di que­gli alloggi. Il recu­pero andò avanti abba­stanza coe­ren­te­mente fino all’inizio degli anni Ottanta, soste­nuto in par­ti­co­lare dal sin­daco comu­ni­sta Giu­seppe Can­nata, in carica dal 1976 al 1983.

Poi, a mano a mano, è cam­biato tutto e il recu­pero è finito su un bina­rio morto. Nel 1993 fu eletto sin­daco Gian­carlo Cito, una spe­cie di Ber­lu­sconi in for­mato ridotto. Anche lui, all’inizio degli anni Novanta, usando spre­giu­di­ca­ta­mente una sua tele­vi­sione locale, rac­colse cre­scenti con­sensi e nel 1993 fu eletto sin­daco con un suo par­tito, AT6 — Lega d’Azione Meri­dio­nale. Assunse ini­zia­tive spet­ta­co­lari, ma durò poco. Nel 1995 fu rin­viato a giu­di­zio per con­corso esterno in asso­cia­zione mafiosa. Depu­tato nel 1996, è stato poi defi­ni­ti­va­mente con­dan­nato e incar­ce­rato. Da ricor­dare anche Ros­sana Di Bello, la prima donna sin­daco di Taranto dal 2000 a 2006, espo­nente di Forza Ita­lia, che pro­vocò un pau­roso dis­se­sto nelle finanze comunali.

Intanto Taranto diventa sem­pre più «la pic­cola appen­dice di un gigan­te­sco mon­nez­zaio» (Adriano Sofri). Accanto al più grande cen­tro side­rur­gico d’Europa con­vi­vono un porto indu­striale, una raf­fi­ne­ria, un cemen­ti­fi­cio, due ter­mo­va­lo­riz­za­tori, cen­ti­naia di altre atti­vità cre­sciute ver­ti­gi­no­sa­mente: un immane com­plesso indu­striale è sca­gliato addosso a una città dalle strut­ture fra­gi­lis­sime. Dall’inizio dell’industrializzazione, la super­fi­cie urba­niz­zata si è almeno decu­pli­cata, da circa 500 a oltre 5.000 ettari, più della metà per atti­vità produttive.

Una città e un pae­sag­gio fino a cinquant’anni fa di emo­zio­nante bel­lezza, sono oggi irri­co­no­sci­bili. L’isola versa in con­di­zioni orri­bili, è in rovina, in gran parte disa­bi­tata e murata per impe­dire l’accesso nelle aree a rischio di crolli. I muri espo­sti ai venti che ven­gono dalla fab­brica sono mar­cati dai segni ros­sa­stri delle pol­veri dei par­chi mine­rari cri­mi­no­sa­mente col­lo­cati a ridosso del cimi­tero, del cen­tro sto­rico e del quar­tiere Tam­buri. Ai bam­bini del quar­tiere è proi­bito gio­care negli spazi verdi (si fa per dire) con­ta­mi­nati da beril­lio, anti­mo­nio, piombo, zinco, cobalto nichel e altri veleni. La rovina col­pi­sce anche la cam­pa­gna in gran parte tra­sfor­mata in una scon­fi­nata e deso­lata distesa di ster­pa­glie bru­ciate dal sole e dagli incendi. Viene proi­bito l’allevamento del bestiame e sono sop­pressi gli ani­mali con­ta­mi­nati. Sono state smal­tite in disca­rica mon­ta­gne di cozze col­ti­vate nel Mar Piccolo.

Ma la poli­tica locale e nazio­nale e i sin­da­cati stanno dalla parte dell’industria, in difesa pur­ches­sia del lavoro, poco attenti alle con­se­guenze mici­diali di una dis­sen­nata indu­stria­liz­za­zione. I primi con­trolli ambien­tali a norma di legge comin­ciano nel 2006 con la pre­si­denza di Nichi Ven­dola alla Regione Puglia. All’assenza di poli­ti­che pub­bli­che la città risponde con la ricerca pri­vata di migliori con­di­zioni ambien­tali. I taran­tini vol­tano le spalle alla fab­brica e fug­gono verso est, da capo San Vito a Marina di Pul­sano e oltre, in quella «sgan­ghe­rata peri­fe­ria» che dalla denun­cia di Cederna del 1972 ha con­ti­nuato a essere coman­data dal cemento e dall’asfalto. In trent’anni, i resi­denti in città sono dimi­nuiti di circa 30 mila, una spe­cie di si salvi chi può.

La scena cam­bia repen­ti­na­mente nel luglio del 2012, quando la giu­dice per le inda­gini pre­li­mi­nari Patri­zia Todi­sco impone all’Ilva della fami­glia Riva di sospen­dere la pro­du­zione fino a quando non fos­sero eli­mi­nate le emis­sioni nocive. L’Italia del Palazzo rimane spiaz­zata e cerca impos­si­bili com­pro­messi. Il mini­stro dell’Ambiente Cor­rado Clini arriva a negare la sto­ria soste­nendo che è stata la città a cir­con­dare la fab­brica. Il con­tra­sto fra la magi­stra­tura da una parte e il governo e l’Ilva dall’altra diventa imba­raz­zante e set­tori sem­pre più vasti dell’opinione pub­blica si schie­rano a soste­gno della magistratura.

Si sus­se­guono le inchie­ste, i ser­vizi gior­na­li­stici, le inter­vi­ste, i son­daggi, che affron­tano soprat­tutto il rap­porto fabbrica-salute dando conto dei gra­vis­simi danni inflitti ai lavo­ra­tori e a tutti i taran­tini dall’apocalittico inqui­na­mento. Ma non man­cano le dispe­rate dichia­ra­zioni di chi pre­fe­ri­sce la morte alla disoccupazione.

La vasta discus­sione sull’inquinamento tra­scura però quasi del tutto le vistose respon­sa­bi­lità del Comune e degli altri pub­blici poteri in mate­ria di poli­ti­che ter­ri­to­riali. Men­tre avanza il degrado, le scelte più impor­tanti fra Comune e Regione hanno riguar­dato il discu­ti­bile impianto — in loca­lità Cimino, in pros­si­mità del cen­tro com­mer­ciale Auchan e della lot­tiz­za­zione Sir­com, sem­pre nella sgan­ghe­rata peri­fe­ria orien­tale — del nuovo polo ospe­da­liero S. Cataldo, che sosti­tui­sce l’antico ospe­dale della SS. Annun­ziata e quello più recente di Statte.

Invece, a Taranto, pro­prio per com­pen­sare la pre­po­tenza di una spie­tata indu­stria­liz­za­zione sarebbe stato impor­tante — è impor­tante — un impe­gno ecce­zio­nale di Comune e Regione per non arren­dersi alla spi­rale per­versa della degra­da­zione e dell’abbandono. Ma forse non tutto è per­duto se in un recente docu­mento di Anna Migliac­cio desti­nato alla Regione si legge quanto segue. «Per ricon­ci­liare ambiente e società biso­gna appron­tare la cura per i danni accer­tati e, con­tem­po­ra­nea­mente, costruire una nuova via allo svi­luppo locale, ripar­tendo dai valori patri­mo­niali resi­stenti. Taranto è una città ancora ricca di risorse e, mal­grado le offese, capace ancora di con­vin­cente bel­lezza. (…). Dallo splen­dore resi­stente di que­sta anti­chis­sima città del Medi­ter­ra­neo si può e si deve ripar­tire per ritro­vare il ban­dolo del futuro».

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