Abu Mazen sulla graticola

Territori Occupati. La vicenda dei tre ragazzi ebrei scomparsi, quasi certamente rapiti, in Cisgiordania si sta trasformando una disfatta per il presidente dell’Anp Abu Mazen, costretto a ribadire la collaborazione di sicurezza con Israele tra lo sdegno dei palestinesi che fanno i conti con il pugno di ferro delle forze di occupazione

Michele Giorgio, il manifesto redazione • 27/6/2014 • Copertina, Guerre, Armi & Terrorismi, Internazionale • 738 Viste

Come e quando si con­clu­derà la vicenda dei tre gio­vani israe­liani scom­parsi il 12 giu­gno in Cisgior­da­nia nes­suno lo sa. Le uni­che cer­tezze al momento sono la puni­zione col­let­tiva che sta subendo larga parte della popo­la­zione pale­sti­nese – nelle ultime ore è spi­rato un gio­vane di 24 anni, Mustafa Aslan, ferito dai sol­dati israe­liani a Qalan­diya ed è morta una anziana di 78 anni, Fatima Rushdi, col­pita da infarto durante un raid dei mili­tari nel suo campo pro­fu­ghi, Arroub – e il crollo d’immagine dell’Autorità nazio­nale pale­sti­nese e del suo pre­si­dente Abu Mazen. Per­chè se è vero che le ope­ra­zioni mili­tari israe­liane hanno anche lo scopo di col­pire il movi­mento isla­mico Hamas (accu­sato da Israele del rapi­mento dei tre ragazzi), è ormai chiaro che da que­sta sto­ria Abu Mazen esce con le ossa rotte, preso a pugni da israe­liani e pale­sti­nesi. Le sue dichia­ra­zioni a favore della coo­pe­ra­zione di sicu­rezza con l’intelligence israe­liana, hanno riscosso l’approvazione delle capi­tali occi­den­tali ma non hanno smus­sato l’aggressività dei diri­genti israe­liani. Non solo, hanno pro­vo­cato forte sde­gno tra i pale­sti­nesi che da due set­ti­mane fanno i conti con i raid dei sol­dati in città, vil­laggi e campi pro­fu­ghi e sono costretti ad aggior­nare l’elenco di morti e feriti.

«Abu Mazen è un mega ter­ro­ri­sta», ha pro­cla­mato ieri Naf­tali Ben­nett, mini­stro e lea­der del par­tito ultra­na­zio­na­li­sta israe­liano Casa ebraica. Motivo? Il governo dell’Anp garan­ti­sce sus­sidi ai pri­gio­nieri poli­tici e alle loro fami­glie. Non sono più leg­geri i com­menti che, per motivi total­mente diversi, fanno tanti pale­sti­nesi. Tra que­sti non pochi por­tano i segni delle man­ga­nel­late che la poli­zia agli ordini di Abu Mazen ha inferto a chi è sceso in strada per pro­te­stare con­tro le ope­ra­zioni mili­tari israeliane.

Appena tre set­ti­mane fa il pre­si­dente pale­sti­nese godeva di una popo­la­rità mai regi­strata in que­sti ultimi anni. La sua deci­sione di andare alla ricon­ci­lia­zione con Hamas e la deter­mi­na­zione con la quale ha for­mato un governo di unità nazio­nale con il movi­mento isla­mico, ave­vano fatto salire le sue quo­ta­zioni tra i pale­sti­nesi. Inte­res­santi sono stati poi i suc­cessi diplo­ma­tici ha con­se­guito in que­sti ultimi tempi, dal rico­no­sci­mento sta­tu­ni­tense ed euro­peo dell’esecutivo Fatah-Hamas fino alla “pre­ghiera per la pace” con il pre­si­dente uscente israe­liano, Shi­mon Peres, tenuta a ini­zio giu­gno in Vati­cano. Uno sta­tus ine­dito che impen­sie­riva non poco il pre­mier israe­liano Neta­nyahu costretto ad affron­tare il periodo diplo­ma­ti­ca­mente più dif­fi­cile del suo man­dato, spe­cie nei rap­porti con gli alleati ame­ri­cani. Dal 12 giu­gno è cam­biato tutto. Dopo la scom­parsa dei tre gio­vani ebrei, Abu Mazen, sotto la pres­sione delle accuse israe­liane, si è pre­ci­pi­tato tran­quil­liz­zare i suoi spon­sor occi­den­tali lasciando però senza parole una larga por­zione di palestinesi.

La sua cre­di­bi­lità è crol­lata. Sui social l’uomo della ricon­ci­lia­zione è diven­tato un “col­la­bo­ra­tore” e un “tra­di­tore”. Un car­toon che gira in rete lo mostra con l’uniforme dell’esercito israe­liano. «E’ molto pro­ba­bile che que­sta rea­zione popo­lare (con­tro Abu Mazen) con­ti­nui ancora a lungo. E in tutta sin­ce­rità non escludo che Neta­nyahu abbia messo in azione il suo eser­cito allo scopo di dele­git­ti­mare l’Anp e il suo pre­si­dente», spiega Samir Awad, docente di scienze poli­ti­che all’Università di Bir­zeit, in Cisgior­da­nia. Per il suo col­lega Naji Sha­rab, dell’università Al-Azhar di Gaza, «Si tratta di una ope­ra­zione (israe­liana) con due obiet­tivi: sman­tel­lare com­ple­ta­mente l’infrastruttura di Hamas e man­dare un mes­sag­gio forte all’Autorità pale­sti­nese, ossia che il suo ruolo è rivolto alla sicu­rezza di Israele e non quello di eser­ci­tare una sovra­nità». Se sarà con­fer­mato il coin­vol­gi­mento del movi­mento isla­mico nel seque­stro dei tre israe­liani, per Abu Mazen il qua­dro si com­pli­cherà ulte­rior­mente: sarà costretto, dalle pres­sioni israe­liane e occi­den­tali, a riget­tare l’accordo di ricon­ci­lia­zione con Hamas per­dendo la fac­cia davanti agli occhi della sua gente senza per que­sto riot­te­nere il pieno appog­gio dei suoi spon­sor inter­na­zio­nali. Ci gua­da­gne­reb­bero solo gli isla­mi­sti e il pre­mier israe­liano Netanyahu.

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