Addio a Bianca Guidetti Serra l’avvocata “rossa”

Aveva 94 anni. Partigiana, simbolo della Torino operaia partecipò ai processi della banda Cavallero e delle Br

LAURA LILLI, la Repubblica redazione • 25/6/2014 • Addii & Anniversari, Copertina, Storia & Memoria • 1052 Viste

ESISTONO anche le Madri della Patria. Bianca Guidetti Serra, avvocato, storica, pilastro della ormai leggendaria Resistenza torinese, è stata una di loro. È morta ieri a 94 anni. Nata a Torino il 19 agosto 1919, laureata in legge nel ‘43, ha speso l’intera esistenza nella pervicace, a volte provocatoria difesa dei deboli, soprattutto se poveri e diseredati. Inclusi personaggi controversi, protagonisti di processi di grande criminalità (banda Cavallero) o clamorosi per ragioni politiche (caso Pinelli, Br). E, fedele solo alla propria coscienza, non ha mai esitato a sfidare il senso comune, le simpatie dell’opinione pubblica, o le direttive generali di quel grande padre che fu per lei il Partito comunista.
Ne fece parte fin dall’epoca della clandestinità (nel periodo della Resistenza strinse una profonda amicizia con Ada Gobetti e Primo Levi), ma lo abbandonò ben due volte. La prima fu nel ‘47 quando il partito prese le distanze da Tito. Poi lei si riavvicinò, ma una nuova e definitiva separazione ci fu nel ‘56 dopo i fatti d’Ungheria. Nel 1987 fu eletta in Parlamento come indipendente nella lista di Democrazia proletaria, ma poi Dp si sciolse e lei si dimise. Più tardi, passata moltissima acqua sotto i ponti, fece parte del Consiglio comunale di Torino come indipendente nella lista Ds. Ma non fu mai assetata di poltrone. Anzi, dichiarò che in Parlamento non si dovrebbe mai stare più di due legislature. «Venire dal mondo del lavoro e tornarci subito dopo, per rimanere in contatto con la realtà del Paese».
Bianca Guidetti Serra era passionale e creativa, e, femminilmente, si coinvolgeva in prima persona in tutto quello a cui partecipava. Di cristallina onestà intellettuale, incapace di compromessi e capacissima di indignazione, non ha però mai improvvisato. Era anzi meticolosa e pignola, né ha mai abbandonato la ricerca della prova e del particolare, come richiede l’abito giuridico che portava cucito addosso, e di cui non si spogliava nemmeno nella ricerca storica, di cui ha lasciato numerosi esempi. Cominciando dalla tesi di laurea su Il senso morale dei delinquenti minori . Per farla, intervistò 40 detenuti dell’istituto di correzione Ferrante Aporti e altrettanti studenti del famoso liceo classico D’Azeglio, ricavandone che non c’erano differenze tra la morale degli uni e degli altri.
Finiti gli studi, fu sindacalista dei tessili alla Cgil. Il partito l’aveva destinata lì. Ma ecco il “caso” Tito. Bianca Guidetti Serra si ricordò di avere una laurea. Decise di fare l’avvocato, e fu una delle tre penaliste dell’Italia di allora (ora sono quasi mille). Al primo processo, a Pinerolo, prima ancora che aprisse bocca, il pm dichiarò: «Chiedo che la signorina dimostri di avere titolo per sostenere la difesa». È bene non dimenticarle, queste cose.
Così come è bene non dimenticare l’enorme ruolo che le donne, specie quelle semplici che magari parlano solo dialetto, hanno dato alla Resistenza. Bianca Guidetti Serra ne ha intervistate moltissime nel suo capolavoro Compagne, due volumi pubblicati da Einaudi nel ’77, che fece discutere se lei fosse o non fosse femminista( discussione oziosa, notò Miriam Mafai). Bianca Guidetti Serra si era occupata dei “Gruppi di difesa della donna per l’assistenza ai combattenti per la libertà”. Ma soprattutto era per i deboli, e non c’è dubbio che nel mondo del lavoro le donne lo fossero. Fu lei, ad esempio, a mettere in piedi a Torino il primo processo per la parità salariale: nel Gruppo finanziario tessile le donne guadagnavano sette lire al giorno, gli uomini dieci. Vinse la causa. Prima di morire, stava raccogliendo materiale per un libro sulle donne della Repubblica di Salò.
Voleva essere equanime e documentata: ma, sia ben chiaro, non la sfioravano dubbi revisionisti. Si pensi, per dirne una, che aveva partecipato alla difesa della famosa banda Cavallero «perché un avvocato ha il dovere di difendere chiunque», ebbe dire in un’intervista. Ma, aggiunse, «c’era che quegli uomini avevano alle spalle una storia di ex comunisti, tanto che uno di essi, Notarnicola, continuò in carcere una sua vita politica». Quanto al caso Pinelli dichiarò: «Non credo si saprà mai esattamente come andò quella storia alla Questura di Milano. Tuttavia nel corso del processo ho acquisito una certezza: il commissario Calabresi non era nella stanza in cui Pinelli veniva interrogato quando questi morì».
Negli anni Cinquanta, l’avvocata “rossa” divenne un simbolo della Torino operaia: difese i dipendenti che la Fiat schedava per scoprire se avessero simpatie per il Partito comunista (ma anche per quello socialista). Fu la prima volta che il sindacato si costituì parte civile. Furono «azioni illecite che coinvolsero migliaia di lavoratori», come lei scrisse a processi finiti nel libro Le schedature Fiat ( Rosemberg & Sellier, 1984). Nell’Italia democratica di oggi si parlerebbe di diritto alla privacy. E ci si indignerebbe, almeno ufficialmente. Perché, scrive ancora con amarezza l’autrice, «attraverso l’esperienza diretta del mestiere che faccio, mi è nato il sospetto che la pratica di assumere informazioni non consentite sui lavoratori non sia finita, alla Fiat e altrove». Bianca Guidetti Serra fu anche la prima a fare processi (e a vincerli) contro la “monetizzazione della salute”; firmò la proposta di legge per la messa al bando dell’amianto.
Per ora le Madri della Patria sono meno acclamate dei Padri, ma forse impareremo ad apprezzarle di più. E ci guadagneremo, perché il mondo che hanno fondato non è quasi mai lo stesso di quello pensato dai Padri. Gli somiglia, gli è affine: eppure ha sottigliezze e sfumature diverse e, spesso, anticipatrici di tempi nuovi e più vivibili.

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