Assalto alla raffineria Da Bagdad forze speciali È guerra per il petrolio

Parte l’evacuazione delle aziende straniere Il governo di Maliki chiede l’intervento Usa

Lorenzo Cremonesi, Corriere della Sera redazione • 19/6/2014 • Copertina • 1680 Viste

ERBIL — Melanconico e paradossale il ritorno delle code di auto ai benzinai. Accadeva ai tempi della guerra del 1991 e dopo l’attacco anglo-americano del 2003. Ma per gli iracheni l’incubo della crisi energetica pareva ormai una cosa del passato, da dimenticare con il nuovo benessere. E invece l’intensificarsi dei combattimenti nell’ultima settimana ha gradualmente riproposto scenari tristemente noti. Ieri a Erbil, nel cuore delle zone curde, le file di auto alle pompe di benzina erano sorvegliate con attenzione dalla polizia. Le autorità hanno già dichiarato che chiunque venga preso a vendere sul mercato nero subirà multe salatissime e sei mesi di carcere. Stessa scena a Bagdad, dove però il mercato nero già fiorisce indisturbato e il caos interno non vede alcuna contromisura di polizia. Specie nel nord della capitale, può essere necessario attendere sei ore prima di poter fare il pieno. E molti benzinai segnalano il tutto esaurito. Uno dei problemi più gravi per gli sfollati che fuggono dalle zone di combattimento a Tikrit, Baqouba e Tel Afar è proprio la carenza di carburante. Presso Mosul i ragazzini vendono un litro di benzina per 3.000 dinari, contro i 500 ufficiali.
A fare precipitare la situazione è stato l’attacco delle milizie sunnite contro la raffineria di Baiji, circa 250 chilometri a nord della capitale e considerata tra le più grandi del Paese. Dopo una lunga serie di notizie contraddittorie negli ultimi tre giorni, ieri le milizie sunnite hanno diffuso diversi video dei loro guerriglieri tra le strutture della raffineria. A Bagdad i portavoce del governo di Nouri al Maliki negano, dal posto confermano però la fuga di tecnici, operai e soldati dal perimetro dell’impianto. Ma la zona resta contesa e al centro di feroci combattimenti. Nel pomeriggio sono arrivate le teste di cuoio, il fior fiore delle milizie sciite. Maliki chiede ufficialmente l’intervento dell’aviazione americana e contemporaneamente annuncia in tv che la vittoria è vicina. «Abbiamo iniziato la controffensiva. Daremo una dura lezione ai nostri nemici», continua il premier aggiungendo che le truppe del suo governo starebbero riprendendo anche la cittadina di Tel Afar.
Baiji resta comunque ferma e le conseguenze sono catastrofiche per questo che è potenzialmente il quinto Paese produttore di greggio al mondo. Baiji raffina oltre un quarto del fabbisogno quotidiano nazionale, pari a circa 170.000 barili di benzina e prodotti affini. Al ministero dell’Energia hanno già avvisato che i danni causati nell’ultima settimana obbligheranno ad importare circa 300.000 barili al giorno per fare fronte alla domanda interna. Davvero assurdo: dal nord al sud i giacimenti attuali si stima contengano 140 miliardi di barili di greggio, capaci di generare ricchezza per almeno 158 anni. Oro nero gettato alle artiche. Il ministero del Petrolio ultimamente aveva tentato di riprendere la produzione a pieno regime. Nel 2002, sotto il gioco delle sanzioni internazionali, le quote neppure arrivavano alla media di 1,5 milioni di barili al giorno. Oleodotti rugginosi, sfiducia delle «Sette Sorelle», mancanza di tecnici erano tra i fattori principali che rallentavano la ripresa. La terrificante guerra settaria tra sciiti e sunniti del 2005-7 aveva contribuito al blocco. Ma poi Maliki aveva puntato sulla ripresa. A Bagdad si sognava di arrivare a vendere 13 milioni di barili al giorno, sollevando l’inquietudine dell’Opec e soprattutto di Arabia Saudita e Kuwait. Con il tempo quegli obbiettivi si sono rivelati utopici. Pure, nel 2013 le quote sono arrivate a una media giornaliera di 2,4 milioni, che ha garantito alle casse dello Stato 89 miliardi di dollari. E lo scorso febbraio veniva annunciato il risultato di 2,8 milioni quotidiani, con la speranza di arrivare a 3,4 entro la fine del 2014. Cresceva certo il risentimento verso i curdi, che intanto avevano aperto il loro oleodotto diretto con la Turchia e già vendevano 400.000 barili quotidiani, tutto sommato però la ricchezza della produzione dei pozzi nel sud prometteva bene. Ma adesso sono proprio le immagini dei militanti sunniti che cantano vittoria brandendo i Kalashnikov sullo sfondo dei giganteschi container di Baiji a gettare una pesante ipoteca sull’industria petrolifera. Per ora non vengono toccati i pozzi dell’Eni a Kurna, tra Bassora e Nassiriya. Tuttavia BP, Exxon Mobil, Shell e altre compagnie straniere stanno pianificando la partenza dei loro tecnici dal sud del Paese. Anche per il gigante italiano potrebbe arrivare il momento di compiere passi simili.
Lorenzo Cremonesi

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