La Cgil è “no fiscal compact”

Europa. Il sindacato si impegna sul referendum contro l’austerity. Parla il segretario Barbi

Antonio Sciotto, il manifesto redazione • 28/6/2014 • Copertina, Europa, Lavoro, economia & finanza, Lavoro, economia & finanza nel mondo, Sindacato • 1167 Viste

C’è anche la Cgil tra i soste­ni­tori del refe­ren­dum sul Fiscal com­pact e l’equilibrio di bilan­cio, anche se il sin­da­cato gui­dato da Susanna Camusso non è entrato uffi­cial­mente nel comi­tato che orga­nizza la con­sul­ta­zione e la rac­colta firme. Ma ci sono tanti sin­da­ca­li­sti, che hanno ade­rito a titolo per­so­nale, e tra loro c’è Danilo Barbi: è segre­ta­rio con­fe­de­rale, parte quindi del pic­colo ese­cu­tivo di otto per­sone che mano­vra il timone di Corso d’Italia. Barbi spiega che «è prassi per la Cgil non impe­gnare l’intera orga­niz­za­zione su que­siti che non abbiano stret­ta­mente un argo­mento di lavoro. Ma que­sto non vuol dire – aggiunge subito dopo – che tanti di noi, quelli che ci cre­dono e lo sosten­gono, non lavo­re­ranno per la rac­colta delle firme. Un esem­pio parla per tutti: il refe­ren­dum sull’acqua, che ci vide molto attivi e partecipi».

Con­sul­ta­zione di grande suc­cesso, in effetti. Ma prima di chie­derci se il refe­ren­dum potrà riu­scire o meno, siete certi che l’obiettivo delle 500 mila firme entro il 30 set­tem­bre sia realizzabile?

In effetti non è mai acca­duto che si rac­co­glies­sero firme in luglio, ago­sto e set­tem­bre, mesi certo non facili. Però chiu­dere entro il 30 set­tem­bre era l’unico modo per poter far svol­gere il refe­ren­dum tra aprile e giu­gno 2015, altri­menti saremmo sci­vo­lati al 2016. Quindi sì: faremo ini­zia­tive, par­te­ci­pe­remo ai dibat­titi, soprat­tutto met­te­remo su stand e tavo­lini per la rac­colta. Sono pru­dente ma fidu­cioso. E d’altronde la pri­ma­vera 2015 è il momento migliore per far cadere la nostra consultazione.

Sì? Per quale motivo?

Per­ché quello che si sta deci­dendo in que­sti giorni a Bru­xel­les, e che ha visto coin­volti il nostro pre­mier Mat­teo Renzi, Angela Mer­kel, e gli altri governi, è sicu­ra­mente un primo modo di inter­ve­nire sui trat­tati euro­pei, ma le deci­sioni vere e pro­prie sul Patto di sta­bi­lità – cioè se solo inter­pre­tarlo esten­si­va­mente o se invece modi­fi­carlo – arri­ve­ranno solo a par­tire dal 2015: quando comin­ce­ranno a lavo­rare sul serio la nuova Com­mis­sione e il nuovo Par­la­mento euro­peo. Oggi siamo ancora alle nomine.

Ma quello che ha otte­nuto Renzi a Bru­xel­les non è già un primo passo? O vi sem­bra poco?

È insuf­fi­ciente. La sem­plice «auste­rità fles­si­bile» non va bene, ci vuole una vera poli­tica espan­siva. E un nuovo modello di svi­luppo. Non nego che si stia modi­fi­cando qual­cosa, certo, ma tutto in una logica pura­mente emen­da­tiva di una poli­tica che resta di auste­rità. A Mer­kel è riu­scito un vero mira­colo: lei ha creato l’«austerità espan­siva», poi ne ha gestito il fal­li­mento, e adesso lavora sulle modi­fi­che. E la sini­stra euro­pea, agendo appunto solo in un’ottica emen­da­tiva e mai alter­na­tiva, ha favo­rito la recita di due parti in com­me­dia, per la can­cel­liera e il Ppe.

Quindi per que­sto vi affi­date a un refe­ren­dum? Cioè pen­sate che Renzi e il Pd, nono­stante le pres­sioni, in Europa più di tanto non pos­sono fare?

Non è tanto que­sto, quanto piut­to­sto il fatto che vogliamo far entrare in campo il popolo. Mi spiego: le deci­sioni euro­pee le pren­dono in genere la Com­mis­sione e il Con­si­glio, con i par­la­menti messi spesso con le spalle al muro. Noi vogliamo for­zare que­sto mec­ca­ni­smo, far par­lare e deci­dere diret­ta­mente i cit­ta­dini. Riflet­tiamo su un ele­mento che mi pare cen­trale: sarebbe la prima volta che sulle poli­ti­che eco­no­mi­che euro­pee si esprime senza media­zioni uno dei popoli fon­da­tori e più impor­tanti dell’euro. Lo trovo già di per sé un fatto demo­cra­tico straordinario.

Ci sarà anche un effetto poli­tico, se si andasse al voto?

Cer­ta­mente, anche se è dif­fi­cile pre­ve­dere quale. Fac­cio l’esempio della Gre­cia: il governo avrebbe voluto far votare i cit­ta­dini sull’accordo preso con la troika, ma non si è mai fatto per­ché hanno pra­ti­ca­mente “dimis­sio­nato” Papan­dreu, mutando l’intero qua­dro poli­tico greco.

Quindi su cosa si chie­dono le firme, e poi in caso il voto?

Due que­siti par­lano del rece­pi­mento del Fiscal com­pact, che come sap­piamo chiede un vero e pro­prio sve­na­mento all’Italia per rien­trare dal debito. Altri due que­siti riguar­dano l’«obiettivo di medio ter­mine», che fu con­cor­dato da Monti con la Com­mis­sione e di cui non si parla tanto in Ita­lia: invece è un tar­get ancora più strin­gente e depres­sivo per­fino del Fiscal com­pact. Nono­stante noi abbiamo un avanzo pri­ma­rio molto alto – 90 miliardi ante inte­ressi – si pre­tende che lo aumen­tiamo in modo secco di altri 10. Vogliamo abro­gare quat­tro parti della 243 del 2012, legge dura e reces­siva che ha rece­pito l’obiettivo di «equi­li­brio di bilan­cio» inse­rito nella Costituzione.

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